Tra Italia e Slovenia, la paura dello straniero non รจ scomparsa, ha solo cambiato bersaglio
Dom Stefano Visintin รจ un fisico nucleare diventato abate benedettino. Lo abbiamo incontrato nella sua cittร natale, Gorizia, durante il festival รจStoria, per una chiacchierata sul confine orientale, la diffidenza verso il diverso e il rapporto tra fede e scienza

Dom Stefano Visintin ยฉ Marta Abbร
Dom Stefano Visintin ยฉ Marta Abbร
โIl diverso non sarร piรน lo sloveno, nรฉ lโaustriaco o il carinziano. Sarร chi viene da piรน fuori, dai Balcani, dallโAfricaโ. Dom Stefano Visintin [Dom รจ il titolo ufficiale dei monaci benedettini] parla senza giudicare, quasi con un sorriso amaro. Si esprime cosรฌ riportando quanto sentito nella sua stessa famiglia, da persone che considera tolleranti e aperte. Persone cresciute sul confine orientale, che hanno vissuto sulla propria pelle come la diversitร possa smettere di fare paura. Eppure la diffidenza verso lโaltro โ osserva Dom Visintin โ non scompare: cambia semplicemente bersaglio.
Lo abbiamo incontrato a Gorizia durante il festival รจStoria, dedicato questโanno alle religioni. Nato proprio qui e cresciuto a Muggia, a pochi passi dalla Slovenia, Dom Visintin appartiene a una terra in cui identitร , lingue e appartenenze si sono intrecciate per generazioni. Dopo gli studi in fisica nucleare a Trieste, ha scelto la vita monastica e oggi รจ abate benedettino a Praglia, nel Padovano, oltre a custodire spiritualmente la basilica di San Giorgio Maggiore a Venezia.
La sua biografia attraversa piรน confini: geografici, culturali e persino disciplinari. Per questo รจ un osservatore privilegiato dei cambiamenti avvenuti lungo la frontiera tra Italia e Slovenia. Di come siano mutati i rapporti tra italiani e sloveni, di come lโabbattimento delle barriere abbia trasformato il territorio e le mentalitร , ma anche di come la paura dello straniero continui a riemergere, spostandosi ogni volta verso un nuovo โaltroโ.
Il confine come mondo doppio
Cresciuto a cento metri dall’allora Jugoslavia, con una nonna di madrelingua slovena e parenti dallโaltra parte della frontiera, Dom Visintin racconta unโinfanzia in cui il confine era al tempo stesso una realtร fisica e psicologica. โEra quasi una barriera. Segnava il passaggio tra due mondi distinti, due realtร differentiโ, afferma. Sui valichi cโerano i militari, cโera la paura di sconfinare per errore, cโera lโabitudine ad andare sempre in una sola direzione con la macchina.
Poi, gradualmente, qualcosa รจ cambiato. Con la fine della Jugoslavia e lโingresso della Slovenia nellโUnione Europea, allโabbattimento delle frontiere fisiche si รจ accompagnato un cambiamento psicologico piรน lento ma altrettanto reale. โA un certo punto mi sono trovato con due direzioni invece di una. Volevo andare a Capodistria e non dovevo fare il giro del mondoโ, ricorda. Una piccola difficoltร di tempo, ma unโenorme rivoluzione nella testa.
Ha visto anche il territorio sloveno trasformarsi nel tempo: le strade migliorate, le campagne curate, le case ristrutturate โ un processo di normalizzazione che contrasta con lโimmagine della Jugoslavia degli anni Settanta e Ottanta, quando le infrastrutture oltre confine mostravano visibilmente il peso di un sistema economico in affanno. Ha visto italiani comprare casa oltre confine e sloveni farlo dalla parte italiana. E soprattutto ha notato qualcosa che gli sembra significativo: oggi ci sono famiglie di madrelingua italiana che mandano i figli nelle scuole con insegnamento in sloveno, una rete scolastica che esiste in Friuli-Venezia Giulia da decenni ma che storicamente era frequentata quasi esclusivamente dalla minoranza slovena. Sceglierla volontariamente, da italiani, per dare ai propri figli una seconda lingua fin da piccoli, era impensabile fino a non molti anni fa. โPrima le scuole slovene erano qualcosa di marginale, quasi esotico. Adesso รจ diventato un valoreโ, prosegue Dom Visintin.
Sua nonna parlava sloveno in casa, ma suo padre lo evitava deliberatamente. โSiamo in Italia, parliamo italianoโ, era il ragionamento. Quella tensione, quella sensazione che le due culture fossero in competizione e non in convivenza, si รจ allentata, a suo avviso. O almeno ha cambiato forma.
La paura del diverso non si spegne, si ridirige
Dom Visintin non si fa illusioni sul significato di questi cambiamenti. โLa paura dello straniero รจ chiaramente strumentalizzata, anche adesso. Ma cโรจ anche una componente quasi innata. Difendersi dallโaltro, lโistinto di proteggere il proprio spazio e la propria identitร possono essere difficili da estirpareโ, afferma, riportando esempi di persone a lui vicine, tolleranti per indole e storia personale, ma che vede oggi irrigidite davanti ai gruppi di migranti afghani che stazionano sul Carso o in cittร .ย
Di fronte a questo quadro di contraddizioni, di diversitร nella diversitร , la sua lettura รจ che la ritrovata identitร regionale โ quella del nordest allargato โ puรฒ diventare essa stessa uno strumento politico tracciando una direzione diversa rispetto al passato. Non piรน aumentando la separazione tra italiani e sloveni, ma coltivando un senso di appartenenza comune tra italiani, sloveni, austriaci, carinziani.ย
โOggi qualcuno punta a valorizzare questa unione Alpe Adria e a riallacciare legami storici che i confini avevano interrotto. Ma รจ importante che ciรฒ non si limiti a spingere la paura del diverso, semplicemente allargando il perimetro di chi รจ stranieroโ, avverte Dom Visintin. La leva resta la stessa, cambia solo il punto di appoggio.
Dalla fisica nucleare al chiostro
Il tema del confine, perรฒ, nella vita di Dom Visintin non riguarda soltanto i popoli, le culture o le religioni. Attraversare frontiere diverse รจ stato il filo conduttore della sua stessa biografia: da quella geografica dellโestremo nordest italiano a quella, meno visibile, tra scienza e fede.
Come รจ arrivato a diventare abate benedettino dopo gli studi di fisica nucleare?ย
La traiettoria ha una coerenza interna che lui stesso spiega con pazienza. โVerso i ventโanni il mondo che mi circondava diventรฒ un grande interrogativo. Dove siamo? Perchรฉ esistiamo? Chi siamo veramente?โ, ricorda. Ha scelto la fisica perchรฉ gli sembrava la disciplina scientifica piรน vicina alle domande fondamentali, e la fisica nucleare in particolare per la curiositร verso lโinfinitamente piccolo: guardare un tavolo e chiedersi di cosa รจ fatto, arrivare agli atomi, ai nuclei, e chiedersi cosa ci sia ancora sotto.
Ma la scienza, racconta, rispondeva alle domande sbagliando livello. โMi permetteva di fare previsioni, di calcolare la dinamica di un sistema. Ma non mi diceva altroโ, spiega. Da lรฌ lo spostamento verso la filosofia, poi verso la spiritualitร e la Bibbia โ che ha cominciato a leggere non come storia antica ma come racconto dellโesperienza di ogni uomo, inclusa la sua. La vita monastica รจ arrivata come approdo naturale di quella ricerca, non come fuga da essa.
Oggi insegna in unโuniversitร pontificia a Roma, ha fatto il rettore, coordina un corso di specializzazione in architettura per la liturgia destinato ad architetti che intervengono su edifici sacri. Uno dei suoi libri parla di Teilhard de Chardin, il gesuita-paleontologo che nel Novecento cercava di tenere insieme evoluzione darwiniana e fede cristiana, e che per questo fu a lungo osteggiato dalla stessa Chiesa. Altro confine da attraversare, altra sintesi da costruire.
โVivere sul confine tra culture diverse ti abitua ad accettare lโaltroโ, dice a un certo punto. โร come chi parla giร una seconda lingua: impara piรน facilmente la terzaโ. Lo dice del Friuli-Venezia Giulia, ma vale anche per lui. Un uomo che ha vissuto su piรน confini โ geografici, culturali, disciplinari โ e che in nessuno di essi ha trovato una barriera definitiva. Solo domande piรน precise. E la pazienza di non pretendere risposte immediate.










