Dal Titorock al Turbofolk. Piccola storia musicale della Jugoslavia
Dagli anni Ottanta ai nostri giorni, passando attraverso i generi che hanno influenzato la scena musicale della Jugoslavia, tra cui i due principali: il titorock e il turbofolk. Lo storico Eric Gobetti ci guida in un percorso che attraversa quattro decenni di jugomusica

Bijelo_dugme_(1986)
I Bijelo dugme al concerto di Sombor, Serbia, 1986 - Foto di Milorad Cakardic (CC4.0)
6 maggio 1989, Palais de Beaulieu, Losanna, Svizzera, finale dell’Eurovision Song Contest, il concorso musicale più prestigioso d’Europa. A sorpresa vince una canzone pop orecchiabile, cantata in lingua originale ma con il ritornello in inglese: Rock me. Il gruppo che la interpreta, Riva, sfoggia un look tipicamente anni Ottanta, tra cui spiccano la tastiera a tracolla e le giacche con le spalline imbottite. Ricordano i contemporanei A-ha di Take on me o Sandy Marton di People from Ibiza. Con quest’ultimo hanno un ulteriore elemento in comune: sono croati. O meglio jugoslavi, date le appartenenze dell’epoca.
Un anno dopo, a Zagabria, a vincere il contest sarà l’Italia, con il pezzo Insieme, di Toto Cutugno, che celebra la fine dei sistemi comunisti nell’Europa dell’Est e inneggia all’unità del continente.
Pochi giorni prima, il 22 aprile 1990, le prime elezioni multipartitiche vedono trionfare in Croazia l’HDZ di Franjo Tuđman, con un programma dichiaratamente indipendentista. Mentre l’Europa si unisce, la Jugoslavia si frantuma, con una serie di guerre fratricide. Va in pezzi a suon di musica, mentre “tutta la Jugoslavia balla il rock” e intanto il sarajevese Goran Bregović abbandona il rock dei Bijelo dugme e fa ballare il resto del mondo sui ritmi balcanici tzigani.
Bregović peraltro non aveva inventato nulla: cavalcava la moda della world music e si limitava a reintrerpretare ciò che da sempre faceva parte dello spirito tradizionale balcanico. Quel genere musicale è uno dei tanti che caratterizzano lo spazio jugoslavo, influenzato, come l’Italia, da retaggi culturali molto diversi fra loro. A nord dominano gli archi e le fisarmoniche mitteleuropee, a ovest i ritmi mediterranei di origine italiana, a sud-est gli ottoni e le orchestre rom. Nello spazio centro meridionale è forte l’eredità culturale ottomana, nei ritmi orientaleggianti e negli strumenti di origine mediorientale.
Tra le altre in Bosnia c’è la sevdah, parola che ha la stessa origine della saudade portoghese, la malinconica nostalgia che caratterizza il fado. Sembra che questo genere abbia un’origine ancora più rocambolesca, essendo probabilmente giunto in Bosnia insieme alle comunità ebraiche in fuga da Spagna e Portogallo alla fine del Quattrocento.
Jugoslavia tra due mondi
Tutte queste diverse influenze culturali caratterizzano l’intera Jugoslavia, unita politicamente per la prima volta nel 1918 e poi nuovamente dai partigiani di Tito nel 1945. La “seconda” Jugoslavia ha una struttura federale e socialista, pur mantenendosi, dal 1948, fuori dal Patto di Varsavia guidato dall’Urss. Nei primi anni è una sorta di stato cuscinetto lungo la Cortina di Ferro. Nel 1961 fonda, con Indonesia, Egitto, India e molti altri paesi “in via di sviluppo”, come si diceva allora, il movimento dei Paesi non Allineati, in cui la Jugoslavia ricopre un ruolo di primo piano in quanto unico rappresentate europeo.
Questa peculiarità di paese a cavallo tra più mondi (geograficamente, ma anche nel sistema politico-economico e nelle relazioni internazionali) si evidenzia nel rapporto con la musica. In quanto paese federale, la Jugoslavia non impone un’appartenenza nazionale unitaria, ma diffonde modelli culturali comuni nuovi. E la musica gioca un ruolo importante nell’autopercezione della comunità jugoslava.
Le canzoni partigiane ribadiscono i valori fondanti del paese, ma a partire dagli anni Sessanta sono le novità ritmiche provenienti dall’Occidente – il particolare il rock’n’roll – a rappresentare un simbolo di emancipazione rispetto agli altri paesi comunisti dell’est Europa. E l’Occidente più vicino è rappresentato dall’Italia. Il festival di Sanremo domina l’immaginario, alcune canzoni diventano molto note e gli autori jugoslavi fanno a gara a tradurre i pezzi italiani più orecchiabili.
Nei due decenni successivi nascono gruppi jugoslavi originali, che si ispirano alla musica contemporanea europea e nordamericana, interpretandola però in maniera personale e nelle lingue locali. Pop, rock, elettronica, ska, new wave, heavy metal, punk-rock, dance: in tutti in generi esistono in quegli anni gruppi e interpreti jugoslavi di altissimo livello qualitativo, assolutamente paragonabili ai contemporanei occidentali. E la Jugoslavia è anche l’unico paese socialista a partecipare all’Eurovision song contest, che – come già detto – vince nel 1989.
Cantanti e regime
Al contrario di quel che accade in altri paesi dell’Europa orientale o in Unione Sovietica, il governo jugoslavo non osteggia i generi musicali provenienti dall’ovest capitalista. A loro volta i cantautori più amati e i gruppi rock più originali non cantano canzoni di protesta o invise al regime. Anzi talvolta ribadiscono la loro fedeltà agli ideali jugoslavi, omaggiano la lotta partigiana e celebrano i valori che hanno portato alla fondazione dello stato unitario.
I Bijelo dugme di Bregović riarrangiano l’inno jugoslavo in versione rock, il cantante romantico Zdravko Čolić incide Druže Tito mi ti se kunemo (Compagno Tito noi ti giuriamo), che è anche l’inizio del giuramento dei pionieri, i bambini irreggimentati dal partito, la band Plavi Orkestar intitola Smrt fašizmu! (Morte al fascismo!, il più noto slogan dei partigiani jugoslavi) il suo secondo album, dove compare il pezzo antifascista Fa, fa fašista.
Gli anni Settanta-Ottanta rappresentano il periodo di massimo splendore della Jugoslavia federale, che offre welfare socialista, ma consente l’iniziativa economica privata e promuove la libertà artistica e culturale, mentre gioca un ruolo chiave negli equilibri geostrategici internazionali.
Sono gli anni in cui il passaporto jugoslavo consente di viaggiare senza visto in quasi tutti i paesi del mondo: dall’Urss agli Usa, dall’Europa occidentale all’Iraq. Sono anche gli anni in cui il sistema comincia a indebolirsi, la vecchia classe dirigente uscita dalla Resistenza (tra cui il leader Tito, morto nel 1980) scompare per ragioni anagrafiche e le nuove generazioni di amministratori sembrano più interessate alla gestione del potere che al benessere del paese.
La crisi monta lentamente e i primi a percepirla sono proprio gli artisti, tra cui i musicisti, che ribadiscono in più occasioni la loro adesione ai valori fondanti del paese. “Non voglio neanche menzionare il passato e le battaglie lontane / perché sono nato dopo di queste / Ma la vita davanti a noi nasconde altre battaglie”, canta il più noto cantautore jugoslavo Đorđe Balašević, in Računajte na nas (Contate su di noi), del 1978: “Io so che ci aspettano ancora cento offensive (…) Il destino dei giorni futuri dipende da noi / e forse questo a qualcuno fa paura / ma nelle nostre vene scorre il sangue dei partigiani / e noi sappiamo perché siamo qui / contate su di noi”.
“Jugoslavia, in piedi / Canta, che ti sentano / Chi non ascolterà la canzone / Ascolterà la tempesta!”, cantano invece i Bijelo dugme in Pljuni i zapjevaj moja jugoslavijo (Sputa e canta mia Jugoslavia) del 1986, pronosticando la tragedia della fine violenta del paese.
Perfino la star pop-folk Lepa Brena incide diversi pezzi “patriottici” da Živela Jugoslavija (Viva la Jugoslavia), interpretata per la prima volta nel programma televisivo di Capodanno del 1985, a Jugoslovenka del 1989.
La nascita del turbofolk
Sono gli anni del massimo successo della Jugoslavia nello sport, nel cinema, nella musica, quando la band rock-industriale slovena Laibach domina la scena alternativa occidentale e Lepa Brena riempie gli stadi in tutto l’Est Europa.
Lepa Brena peraltro può essere considerata la fondatrice del genere più originale del panorama musicale jugoslavo, che intreccia ritmi moderni e sonorità orientali, e che in seguito verrà definito Turbofolk. Manifesto di questo nuovo stile è Mile voli disko, dove l’interprete chiede al fisarmonicista un ritmo più veloce per poter coniugare la sua personale passione per i balli tradizionali e quella del fidanzato per la musica da discoteca.
Il turbofolk anticipa e accompagna le guerre jugoslave degli anni Novanta, di cui diventa simbolo e colonna sonora, e si intreccia inevitabilmente con la mafia e la politica. Mentre in Croazia domina la scena l’hard rock dei Thompson, i cui testi inneggiano alla guerra nazionale, in Serbia la giovane star del turbofolk Ceca inscena un matrimonio in stile tradizional-patriottico con il criminale di guerra Arkan.
A trent’anni dalla fine delle guerre jugoslave, anche la scena musicale sembra oggi ai margini di un mondo globalizzato e sempre più caratterizzato da revanscismi identitari. In ogni paese della ex Jugoslavia dominano la musica tradizionale e le imitazioni della musica pop globale, che non sembrano all’altezza degli originali a cui si ispirano e non trovano, comprensibilmente, ascolto fuori dai propri micro spazi nazionali.
Tra le poche eccezioni ci sono i Dubioza Kolektiv, nati negli anni Duemila nel contesto delle prime massicce proteste contro il sistema di rigida separazione etno-nazionale imposto alla Bosnia Erzegovina alla fine della guerra, che hanno avuto una breve stagione di successo negli ambienti alternativi politico-musicali dell’Europa occidentale.

I Dubioza Kolektiv durante un concerto in Romania (2018) © salajean/Shutterstock
Alcuni artisti ottengono un seguito, per lo più in ambienti elitari, nel restante spazio jugoslavo. È il caso ad esempio del rapper croato-bosniaco Edo Maajka, dell’eclettico montenegrino Rambo Amadeus (peraltro inventore del termine “turbofolk”) e della cantante pop dalmata Severina, senz’altro una delle star più note in tutta la ex Jugoslavia.
Solo due generi musicali continuano però ad essere ascoltati indifferentemente in tutte le regioni: il “titorock” e il turbofolk. Nella prima categoria rientrano le più famose band degli anni Settanta e Ottanta, che ancora oggi riscuotono un apprezzamento universale e intergenerazionale. Il turbofolk ha subito diverse evoluzioni, contaminandosi con la trap e il reggaeton, perdendo sempre più le sonorità balcaniche e orientaleggianti. Continua ad essere prodotto soprattutto nella parte centro-meridionale della ex Jugoslavia, ma ha un seguito anche altrove, soprattutto nei ceti meno acculturati, che ne apprezzano lo stile global, facilmente orecchiabile, associato a testi semplici in una lingua comprensibile.
Cosa resta oggi del grande passato jugoslavo e della sua musica? La jugonostalgija è un fenomeno complesso, che ha caratteri parzialmente diversi dalla generica Ost-nostalgija, e ha una sua espressione anche in campo musicale. Ma la Jugoslavia rimane un riferimento simbolico un po’ ovunque, nel bene e nel male. Ne è un esempio emblematico il pezzo turbofolk Jugoslavija del 2015. “Tu ed io eravamo un esempio per gli amici”, dice il testo, “ma poi è arrivata la sfortuna / La vita è guerra e pace / e non ci sono regole / l’amore è andato in pezzi / come la Jugoslavia”.
Tag: Jugoslavia | Musica
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