Profughi iraniani in Armenia: tra paura, nostalgia e meraviglia
Continua il flusso dei rifugiati iraniani verso l’Armenia. I racconti delle persone in fuga offrono uno spaccato delle sofferenze di un popolo travolto dalla guerra, rivelando una profonda nostalgia, ma anche la capacità di meravigliarsi di fronte all’ignoto

occhio umano
occhio umano © Sergey Shubin/Shutterstock
Al valico di frontiera di Agarak, la polvere si deposita sulle carrozzerie delle auto dopo un viaggio estenuante, mentre nell’aria aleggia un intenso desiderio di pace. Qui, alla porta meridionale dell’Armenia, dove il fiume Araks scorre silenzioso tra due mondi, le notizie sulla guerra non giungono attraverso gli schermi, ma con i racconti dei profughi che attraversano il confine tra Iran e Armenia.
La storia di Farhad
Farhad (nome di fantasia), 52 anni, proprietario di una tipografia a Teheran, ha preso in affitto un alloggio nei pressi della città di Meghri dove intende ritirarsi temporaneamente prima di partire per la capitale Yerevan. Afferma che, pur trovandosi fisicamente in Armenia, la sua mente rimane in Iran, e continua ad aggiornare costantemente il feed di notizie sul suo telefono.
“Sapete qual è la cosa più terrificante? Non è il suono dell’esplosione, ma quel brevissimo istante in cui senti il rombo di un aereo da caccia in cielo e non sai cosa succederà dopo”, spiega Farhad. “Abbiamo abbandonato la casa in fretta. Mia moglie voleva portare con sé alcune cose, ma le ho detto: Lasciale lì, solo passaporti e medicine. Ora sto qui seduto, in questo ambiente tranquillo, e mi chiedo: Sarebbe stato meglio rimanere? I miei amici sono lì, mentre io sono qui a bere tranquillamente il caffè”.
Secondo Farhad, molti iraniani oggi considerano l’Armenia “un rifugio di pace”.
“Non siamo venuti qui per rimanere, né tanto meno abbiamo intenzione di emigrare dall’Armenia in un altro paese. Le nostre radici sono lì [in Iran]. Semplicemente non voglio che mio nipote si svegli di soprassalto di notte per lo scoppio di uno pneumatico. In Armenia dormiamo sonni tranquilli”, dice Farhad. Aggiunge però che le loro risorse economiche sono limitate e spera che la pace torni presto nella loro terra, così da poter ritornare a casa.
La sorpresa di Nazanin
Nazanin (nome di fantasia), 23 anni, è arrivata a Yerevan in autobus con i suoi genitori dopo l’inizio del conflitto in Iran. Questa giovane studentessa ha trovato in Armenia molto più di un ambiente sicuro.
“Quando ho visto una ragazza che suonava la chitarra sulla Cascata [di Yerevan] sono rimasta davvero sorpresa. Una cosa del genere non si vede nel nostro paese”, afferma Nazanin.
Nella sua voce la paura della guerra si mescola ad un impulso ribelle.
“Qui mi sento molto tranquilla. Mi piace il ritmo della vita quotidiana. Le persone qui vivono nel vero senso della parola. Mi sono innamorata dell’Armenia. Onestamente, mi piacerebbe molto vivere qui, anche se non so quanto sia fattibile”, afferma la studentessa. Aggiunge che, se conoscesse la lingua, le piacerebbe conseguire un master in Armenia.
Le preoccupazioni economiche di Saeid
In un tipico cortile di Yerevan, dove i figli dei profughi iraniani giocano con i ragazzi del posto, Saeid, 65 anni, siede nella sua auto, impegnato in una lunga conversazione telefonica. Possedeva un piccolo negozio di materiali edili e un magazzino a Teheran. La sua casa e lo stile di vita costruito nel corso degli anni sono rimasti lì.
“Non sono un grande imprenditore, ma un semplice commerciante. Per quindici anni ho aperto il mio negozio alla stessa ora ogni mattina e ho preso il tè con le stesse persone. Ora, le chiavi del mio negozio le ha il mio vicino. Lo chiamo tutti i giorni e gli chiedo: Cosa mi racconti? L’edificio è ancora in piedi? Gli affari devono sopravvivere, se non ci sono affari, non ci sono soldi”.
Saeid vede l’Armenia non tanto come una terra di nuove opportunità quanto come un porto sicuro.
“Conosco gli iraniani che stanno pensando di avviare un’attività qui, ma io voglio tornare al mio vecchio indirizzo. Al momento sto spendendo i soldi che avevo messo da parte per l’acquisto di nuove merci per il mio negozio. In Iran, con 300 dollari potevo sfamare tutta la mia famiglia per un mese. Qui, quella somma sparisce in pochi giorni. Yerevan è cara. Forse la penserei diversamente se avessi un reddito proporzionato al costo della vita qui, ma ormai sono vecchio, forse non sono capace di riconsiderare le mie idee”.
“Ogni giorno calcolo quanto tempo ancora potrò rimanere in questa casa in affitto. Non appena la situazione si calmerà un po’, tornerò. Qui sono solo un ospite, ma lì ci sono la mia vita, i miei beni e il mio lavoro. La guerra ci costringe a scegliere: restare qui e adattarci, oppure tornare a casa e correre il rischio”, afferma Saeid, esprimendo la speranza che la pace possa arrivare in Iran allo stesso modo in cui è arrivata in Armenia.
Secondo Saeid, gli armeni che hanno vissuto la guerra in prima persona non chiedono: “Perché siete venuti qui?”. Semplicemente aprono le loro porte. Il regime di esenzione dal visto è un’ancora di salvezza per gli iraniani le cui case potrebbero essere bombardate da un momento all’altro. In Armenia non sono stranieri. Gli iraniani, con la loro musica, la loro cucina e le loro abitudini quotidiane, hanno un loro posto in questo paese.









