Turchia, settore tessile in crisi

Il tessile, a lungo uno dei settori trainanti dell’economia turca, sembra oggi in grave crisi, con la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro. Alle radici del tracollo, conflitti, inflazione galoppante, mancanza di innovazione tecnologica e delocalizzazione, soprattutto verso l’Egitto

29/04/2026, Andrea Lazzaroni Istanbul
Mercato di abbigliamento a Istanbul © Gagarin Iurii/Shutterstock

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Mercato di abbigliamento a Istanbul © Gagarin Iurii/Shutterstock

Per abiti da sposa, tailleur o completi da uomo, il posto giusto sono le vie eleganti del quartiere di Nişantaşı. Lì abbondano boutique e sartorie. Per abiti confezionati o capi di abbigliamento di qualità inferiore basta andare nella penisola storica, nel mercato di Mahmutpaşa c’è un po’ di tutto. Nelle vicinanze il Gran Bazar, per chi non si fa problemi a indossare vestiti contraffatti.

A poche fermate di tram compare la zona di Laleli, dove piccoli imprenditori acquistano e spediscono indumenti in ogni parte del mondo. Fuori dalle mura si estende il distretto operaio di Zeytinburnu, con laboratori più o meno improvvisati e lavoratori stranieri a cottimo. Questa è in buona sostanza la mappa del comparto tessile a Istanbul.

Tuttavia è Merter il distretto del tessile per eccellenza in città. Si trova nella municipalità di Güngören, nella media periferia della parte europea di Istanbul. Ci si arriva facilmente, in metropolitana o ancora meglio con il metrobüs, lo scomodo ma efficiente autobus a transito rapido che attraversa tutta la metropoli. Una volta sceso all’omonima fermata mi basta un quarto d’ora a piedi per arrivarci.

Per la verità non esiste un vero e proprio ingresso, anonimi edifici residenziali lasciano gradualmente spazio a una serie di centri commerciali che ospitano centinaia di negozi. All’interno del perimetro del sito c’è anche una moschea, un hotel a tre stelle dall’aspetto decadente, qualche ristorante tradizionale e parecchi uffici di cambio.

Non ci sono molte persone in giro. Ne chiedo il motivo a Erol e Çetin, due fratelli che gestiscono una ditta di trasporti. La conversazione si svolge mentre i loro sottoposti caricano scatoloni di cartone su una camionetta. “Non vedi gente perché tutto è bloccato per via di questa maledetta guerra”, mi dice uno. “Di solito qui non si riesce a camminare”, aggiunge l’altro.

A Merter la clientela è composta soprattutto da arabi, iraniani e russi, in pochi fanno affari con l’Europa. Ma al momento le merci faticano ad arrivare, figuriamoci le persone. A differenza di quanto accade nelle zone turistiche i venditori non sono molesti da queste parti, qui si vende esclusivamente all’ingrosso, non al dettaglio. Pertanto i potenziali acquirenti non vengono continuamente approcciati.

Entro in un centro commerciale per sentire i pareri di qualche esercente. Mi presento così a Murat, che m’invita a sedermi a un grosso tavolo in legno massiccio, piazzato nel mezzo del suo negozio di abbigliamento. “Se non siamo in crisi, poco ci manca”, esordisce. “Le vendite sono in calo, l’inflazione aumenta costantemente e in più c’è la concorrenza di altri paesi, è un disastro.”

Egitto, Vietnam, Bangladesh, in un prossimo futuro Siria ed Etiopia; per il settore tessile turco si prospettano anni bui. Non c’è innovazione tecnologica, l’accesso al credito è ristretto e i costi di produzione sono ormai troppo elevati. Per questo molte imprese turche decidono di spostare in toto o parzialmente gli impianti industriali all’estero.

L’aria che tira a Merter non è delle migliori, me lo conferma anche un agente immobiliare, che interrogo mentre aspira avidamente il fumo dalla sigaretta. “Vuoi sapere se c’è crisi?” mi chiede con un pizzico di nervosismo. “Vedila così, in questo momento ho in mano una quindicina di locali vuoti, in passato non mi era mai successo”.

Non tutti sono così pessimisti, o perlomeno permane una forma di orgoglio e perché no, di malcelata superiorità. È il caso di Ünay, che vende bottoni, cerniere lampo e accessori per l’abbigliamento. “Chi si sposta in Egitto di solito produce materiale scadente” mi dice. “In più laggiù gli operai non hanno le competenze necessarie, servirebbe qualcuno che restasse lì per mesi a insegnare il mestiere, ma occorre tempo e gli arabi sono gente pigra.” Nel frattempo suona la campanella della porta e un cliente entra nel negozio. Ünay si congeda scusandosi: “Io mi sarei potuto trasferire ma preferisco lottare per il mio paese”.

La crisi e la delocalizzazione

Per capirne di più contatto Özlem Temena, una giornalista investigativa che ha recentemente esplorato la crisi del comparto tessile turco in una serie di articoli.

Quanto è grave questa crisi?

Secondo le associazioni di categoria il settore tessile è prossimo al collasso. Solo nel 2025 circa 110.000 posti di lavoro sono andati persi in Turchia, una vera e propria emergenza sociale in un paese già in grave difficoltà economica. I dati sembrerebbero quindi confermare questa contrazione. Tuttavia le statistiche relative alle esportazioni mostrano un incremento dei volumi e dei guadagni. La narrazione della crisi è quindi parziale, cavalcata abilmente dalle aziende del settore per giustificare salari inadeguati, tagli al personale e in certi casi lo spostamento della produzione all’estero, soprattutto in Egitto.

Cosa rende il paese mediorientale così attrattivo per le aziende turche?

In Egitto dal 2005 esistono le cosiddette Qualifying Industrial Zones (QIZ). Si tratta di porti franchi, dove le aziende straniere godono di generosi incentivi fiscali, la manodopera è a basso costo e le noie sindacali sono ridotte al minimo. Inoltre dall’Egitto le esportazioni verso il mercato statunitense sono esenti da dazi doganali, un vantaggio non da poco per gli imprenditori turchi.

Da quando è in atto questo fenomeno?

C’è stata un’accelerazione dopo la fine della pandemia, in concomitanza con il processo di normalizzazione politica tra i due paesi, culminato con la visita del presidente egiziano Al-Sisi ad Ankara, nel settembre del 2024. Ad oggi sul territorio egiziano operano circa 200 aziende turche, in particolare nella zona economica del Canale di Suez e in quella industriale della Città del Decimo Ramadan.

L’Egitto rappresenta ormai un’alternativa consolidata, ma gli imprenditori del settore tessile turco guardano anche altrove, in particolare alla Siria. Lo ha dichiarato di recente Toygar Narbay, presidente dell’Associazione dei Produttori di Abbigliamento della Turchia (TGSD). Per far fronte alla crisi che si è acuita negli ultimi tre anni, Narbay ha presentato un piano che prevede il trasferimento parziale della produzione di prêt-à-porter nel nord della Siria, mentre l’alta moda resterà in Turchia.

Si tratterebbe di un’integrazione economica naturale, favorita dalla vicinanza geografica con il cuore del distretto tessile turco, situato nel sud-est del paese. Gli imprenditori turchi beneficerebbero inoltre di una maggiore protezione politica e di un notevole abbattimento dei costi di trasporto. La Siria sta vivendo un periodo di relativa calma e il governo di Damasco è riuscito a ripristinare la fornitura di energia elettrica, elemento fondamentale per attirare investimenti. Se i colloqui a livello ministeriale dovessero andare a buon fine, nei prossimi anni verrà creata una zona economica speciale a supervisione turca lungo il confine tra i due paesi, simile al modello egiziano.

Il caso di Şık Makas

Tokat è una placida cittadina dell’Anatolia Centrale, ai confini con la regione del Mar Nero. Qui si trova uno degli stabilimenti di Şık Makas, storica azienda del settore tessile turco, fondata nel 1939 a Adapazarı, nella provincia di Sakarya. Şık Makas è tra i principali esportatori di denim della Turchia e realizza capi di abbigliamento per grandi marchi internazionali come H&M, Levi’s e Zara. Il gruppo conta oltre 7.000 dipendenti e dispone di due stabilimenti in Anatolia.

“Siamo da mesi in cassa integrazione e a maggio arriverà l’ultimo assegno di disoccupazione”, racconta Sude, nome di fantasia, una giovane ragazza di 24 anni. “Da queste parti non è facile trovare lavoro, non so come farò”, aggiunge con amarezza. Sude ha lavorato quattro anni per Şık Makas, prima di essere allontanata.

“Scioperavo da gennaio e a ottobre ho scoperto del mio licenziamento con un messaggio sul cellulare, ma non ne conosco il motivo” mi spiega. Sude si riferisce al “codice 22”, una soluzione a disposizione delle aziende per porre fine a un rapporto di lavoro senza fornire una causa specifica. I dipendenti che vengono licenziati con questo codice possono persino perdere il diritto all’indennità di disoccupazione.

I primi segnali della crisi sono emersi nel novembre 2024, quando la direzione dell’azienda ha deciso di delocalizzare gran parte delle attività produttive in Egitto, nello stabilimento di Port Said, dove Şık Makas possedeva già un impianto. Di riflesso sia nello stabilimento di Çorlu che in quello di Tokat sono iniziati i tagli di personale, spesso senza il pagamento degli stipendi arretrati né della liquidazione. A inizio 2025 gli operai di Tokat sono entrati in sciopero, fermando le linee di produzione. La reazione dell’azienda è avvenuta in autunno, con il licenziamento di un migliaio di lavoratori, inclusa Sude.

“Abbiamo protestato davanti alla fabbrica, in piazza a Tokat e siamo andati fino ad Ankara, sotto al ministero del lavoro” mi dice Sude. Gli operai dopo gli esuberi di massa di ottobre hanno lasciato l’associazione sindacale Öz-İplik, considerata troppo arrendevole nei confronti dell’azienda. Si sono quindi uniti a Birtek-Sen, un sindacato indipendente il cui presidente, Mehmet Türkmen, è in stato di arresto dal 16 marzo, con l’accusa di aver diffuso al pubblico informazioni tendenziose. Türkmen rischia fino a 3 anni di reclusione e l’interdizione dai pubblici uffici. “Sono in prigione affinché questo sistema, in cui i padroni calpestano i diritti e la vita dei lavoratori, possa continuare”. Queste le ultime parole di Türkmen, contenute in una lettera inviata dal carcere. La prima udienza del processo in cui è imputato è prevista per il 12 maggio.

Birtek-Sen ha dato nuovo slancio alle rivendicazioni degli operai. Le tende della protesta sono da più di sei mesi di fronte ai cancelli dello stabilimento di Tokat, per chiedere il reintegro o quantomeno un pieno risarcimento per tutti gli operai che hanno perso il posto di lavoro. “Abbiamo fatto molto, ottenuto qualcosa, ma siamo determinati a continuare la lotta”, queste le ultime parole di sfida da parte di Sude.