Parole e mandorle: essere iraniani a Cipro

In un clima di relazioni tradizionalmente cordiali tra Teheran e Nicosia, ma ora messe a dura prova dai tragici eventi degli ultimi mesi, gli iraniani che vivono a Cipro devono affrontare la propria vita quotidiana con crescente cautela

15/04/2026, Mary Drosopoulos Nicosia
Ciotola di mandorle © Shutterstock/Towfiqu ahamed barbhuiya

Ciotola di mandorle © Shutterstock/Towfiqu ahamed barbhuiya

Ciotola di mandorle © Shutterstock/Towfiqu ahamed barbhuiya

Reza Khakpour descrive la situazione in Iran con la precisione di chi ha imparato a tenere il dolore a debita distanza. “Polvere e fuoco”, dice. “Come un corpo aperto per un intervento chirurgico”. Khakpour è un architetto e designer di fama internazionale, pluripremiato, originario di Teheran.

Tra i molti luoghi in cui ha vissuto e studiato, compresi Dubai e Kuwait City, Cipro è quello che sente più vicino a casa: “La narrazione da queste parti – fatti di guerra, di sangue, di trauma – non mi è affatto estranea. Fa parte anche delle nostre vite in Iran. Questa è una realtà difficile da comprendere per gli altri, a meno che non abbiano vissuto qualcosa di simile nel loro passato”.

Parla di valori condivisi con la naturalezza di chi ha riflettuto attentamente sulla questione: la famiglia come principio strutturante della vita quotidiana; la continuità quasi tattile del riunirsi attorno ad un tavolo, prendere qualcosa dallo stesso piatto, intingere il pane in un’insalata condivisa. “È una cosa semplice”, dice, “ma ti racconta come le persone concepiscono la vicinanza”.

Sulla questione dell’identità, è ponderato. “I ciprioti preferiscono chiamarci persiani, e per me va bene”, dice. La parola ha una forte risonanza: un’eco di grandezza, di un passato imperiale associato a Ciro il Grande, una designazione che indica la cultura prima della politica.

Il suo stesso nome, Reza, porta con sé una forte carica storica: Reza Shah, il sovrano di inizio Novecento che cercò di trasformare l’Iran in un moderno stato-nazione, privilegiando un’identità nazionale unificata rispetto alle sue molteplici diversità interne. Il nostro Reza moderno non rifiuta queste associazioni, né le incarna completamente. Come molti nella diaspora, si muove tra di esse, consapevole del loro peso, della loro utilità e dei loro limiti.

Una ciotola di mandorle

Il secondo incontro avviene durante un modesto addio al nubilato a Limassol. Katia, una giovane greco-cipriota, si muove tra una ristretta cerchia di amiche, versando un denso caffè cipriota e offrendo noghl (نقل): le mandorle ricoperte di zucchero che, quasi cerimonialmente, occupano il centro delle tavole dei matrimoni persiani. “Queste provengono dalla cultura del mio fidanzato”, dice, con un tono di voce appena accennato, a indicare al contempo orgoglio e cautela. “Lui è persiano”.

Il suo fidanzato, Mehdi, è arrivato a Cipro più di dieci anni fa, senza documenti. Per passaporto e per nascita, è iraniano. Eppure, anche questa definizione si sgretola ad un esame più attento: proviene dal nord-ovest dell’Iran, dove si parla azero e lingua, etnia e identità nazionale raramente coincidono in termini netti e facilmente riconducibili a un’unica cultura.

Non è chiaro se Katia ne sia consapevole, o se lo percepisca intuitivamente. Ciò che è chiaro è la sua scelta lessicale: non iraniano, ma persiano. Il termine più delicato. Quello più comprensibile.

Poi, per un attimo, compare Mehdi. Entra nella stanza e saluta con disinvoltura, rivolgendo un cordiale “ciao” in un fluente greco cipriota; le sue vocali sono arrotondate, il ritmo naturale. Quando qualcuno gli chiede da dove venga, risponde semplicemente: “Dall’Iran”.

Nessuna enfasi, nessuna esitazione, nessuna insistenza sulla differenza. Seguono alcuni scambi di cortesia, poi si ritira, scivolando sul piccolo balcone per fumare, lasciando dietro di sé solo una debole traccia della sua presenza.

Il noghl si diffonde nella stanza. Nessuno fa altre domande.

Iran, Cipro e un momento carico di tensione

Cipro e Iran non sono nemici. Le loro relazioni diplomatiche sono storicamente stabili e pragmatiche, e ancora nel marzo 2026 l’ambasciata iraniana a Nicosia ha ribadito che i due Paesi intrattengono “relazioni molto positive”. Ma la geopolitica raramente chiede il permesso prima di rimodellare il tessuto sociale di un luogo.

Il primo marzo 2026, un drone di fabbricazione iraniana ha colpito la base britannica della RAF ad Akrotiri, sulla costa meridionale dell’isola: per la prima volta da decenni, Cipro si è trovata nel cuore operativo di un conflitto mediorientale.

Le conseguenze economiche sono state immediate: crollo del tasso di occupazione alberghiera, cancellazioni delle prenotazioni turistiche in tutta l’isola e un dibattito pubblico sulla presenza di basi militari britanniche sul suolo cipriota. Cipro non aveva scelto questa vicinanza. Ma la vicinanza, nel Mediterraneo orientale, raramente è una scelta.

Oggi, Cipro si trova all’incrocio di due pressioni in atto: le ripercussioni regionali del rinnovato conflitto con l’Iran e una situazione migratoria che ha reso questa piccola isola – in termini pro capite, tra gli Stati membri dell’UE più esposti agli arrivi irregolari – una frontiera agitata a livello europeo.

In questo contesto, gli iraniani a Cipro continuano a muoversi, interagire e a collocarsi, consapevoli che il modo in cui vengono percepiti – identificati, collocati, compresi – ha assunto una connotazione più acuta.

La politica di un’etichetta

In tutta Europa e nel Mediterraneo orientale, i termini “iraniano” e “persiano” circolano con una facilità che non rispecchia la loro reale importanza. In teoria, indicano lo stesso popolo. In pratica, svolgono funzioni molto diverse.

Nel 1994, il teorico culturale Stuart Hall sosteneva che l’identità culturale non è un’essenza fissa, ma una questione di “divenire oltre che di essere”, soggetta al continuo gioco di storia, cultura e potere.

La sociologa Aihwa Ong ha spiegato in Flexible Citizenship (1999) come la capacità di muoversi tra i registri culturali sia di per sé una forma di privilegio di classe: disponibile a chi è mobile e istruito, preclusa a chi è vincolato dal meccanismo delle leggi sull’immigrazione.

In altre parole, alcuni possono scegliere la propria etichetta, mentre ad altri ne viene assegnata una, anche se in modo delicato, magari da una futura moglie che sceglie la parola che li fa sentire al sicuro ad un tavolo pieno di sconosciuti.

In The Limits of Whiteness (2017), Neda Maghbouleh analizza come gli iraniani nelle società occidentali occupino una posizione razzialmente liminale – né comodamente “mediorientali”, né chiaramente “occidentali” – e come la distinzione persiano/ iraniano sia una delle strategie di gestione di questa liminalità, con esiti nettamente diversi a seconda della classe sociale.

Cipro, con la sua particolare posizione nel dibattito europeo sulla migrazione, rende questa dinamica particolarmente visibile.

Tag: Diaspore | Iran

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