Bosnia Erzegovina, storia Sentimentale dell’Ars Aevi
Ideato e costruito durante la guerra degli anni Novanta come luogo di resistenza culturale e riavvicinamento di artisti e artiste nello spazio jugoslavo e internazionale, oggi Ars Aevi è in attesa di una collocazione definitiva. Ne abbiamo parlato con l’ideatore e fondatore Enver Hadžiomerspahić. Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Enver Hadžiomerspahić, Ars Aevi Sarajevo © foto Mario Boccia
Enver Hadžiomerspahić, Ars Aevi Sarajevo © foto Mario Boccia
Quando ho conosciuto Enver ero arrivata a Sarajevo da poche settimane.
Mi sentivo ancora un po’ persa ed estranea in quella città per me nuova.
Stavo conducendo una ricerca sulle istituzioni culturali della città e avevo appena intervistato la Direttrice in carica dell’Ars Aevi. Alla fine dell’intervista lei, sorprendentemente, mi aveva chiesto se mi facesse piacere avere il numero dell’ideatore e fondatore del museo. Avevo ovviamente accettato, un po’ scettica sulla sua effettiva disponibilità a farsi intervistare.
Gli ho scritto un messaggio quella sera stessa, in un bosniaco molto stentato misto ad inglese mi sono presentata chiedendogli se avesse tempo per qualche domanda, magari per telefono. Invio il messaggio. Dopo cinque minuti il mio telefono inizia a squillare.
“Ciao Sabina, sono Enio, puoi parlare?”
Sentire la propria lingua per la prima volta da quando si vive in un paese straniero è un suono dolcissimo.
“Hai un nome bosniaco” mi dice.
Mi dà appuntamento per il giorno dopo, in un caffè di fianco la Vijećnica, la Biblioteca Nazionale. La giornata è piacevolissima, c’è un sole caldo che ci permette di sederci all’aperto nonostante la temperatura vicina allo zero. Da lì si vedono le montagne innevate e i tetti delle case che le puntellano. La città, così, sembra una cartolina.
Lui ordina un bosanska kafa, io un espresso che bevo in cinque secondi, ancora bollente.
Lui invece compie gesti precisi, quasi ritualistici. Frantuma minuziosamente la zolletta di zucchero, ne mastica qualche pezzo, sorseggia lentamente il caffè. E inizia a raccontare.
Enver ha venti anni quando le autorità cittadine decidono di dotare la città di un centro sportivo e culturale, il Centro Skenderija, che avrebbe dovuto ospitare, tra le altre cose, anche un Centro Culturale per i giovani. In una lettera indirizzata al sindaco della città, illustra il suo progetto scrivendo “è così che mi immagino sarà il centro per la gioventù”.
Qualche giorno dopo riceve la chiamata dall’ufficio del sindaco – avevano deciso di costruire il centro e gli proponevano di dirigerlo. Il Centro Skenderija prende vita nel ’69, una superficie di 70mila metri quadri che ad oggi ospita uno spazio polifunzionale, un campo da basket – all’occorrenza venue per concerti – un centro commerciale e qualche bar. Dell’antico splendore, tuttavia, è ormai rimasto poco.
Sono gli anni ’80 quando la città si prepara ad ospitare i XIV Giochi olimpici invernali.
“Il Segretario Generale del Comitato Olimpico mi convocò e mi chiese se volessi organizzare la cerimonia di apertura e di chiusura dei Giochi Olimpici”, spiega. “Io ero terrorizzato, mi sentivo troppo giovane e inesperto. Ma era la Jugoslavia di quei tempi, e quando i vertici ti chiedevano di fare qualcosa, non potevi rifiutare”. “Oggi, quando rivedo i video della cerimonia di apertura, non riesco a credere che qualcosa di così incredibile sia venuto proprio da me”, dice con un sorriso e una punta di orgoglio.
E ha ragione, perché quelle Olimpiadi sono state spettacolari. L’84 ha segnato il culmine del periodo d’oro della Jugoslavia, in generale, e di Sarajevo, in particolare, che diviene il centro culturale, sociale ed economico della SFRJ. Gli artisti da tutta la Jugoslavia si riuniscono per dare il loro contributo per progettare l’identità con cui Sarajevo intendeva mostrarsi al mondo. Un periodo di incredibile coesione e senso di appartenenza – e forse è questo senso di unione e appartenenza che riunisce ancora oggi la generazione di nostalgici che si danno appuntamento al Bar Tito.
Proprio la volontà di conservare quell’entusiasmo collettivo porta diversi artisti ad ideare iniziative per mettere in contatto artisti ed esperti d’arte delle diverse repubbliche jugoslave. Tra le iniziative, la Jugoslovenska Dokumenta, lanciata nell’86 da Enver assieme all’amico e artista Yusuf Hadžifejzović, diviene la prima Biennale di Arte Contemporanea a Sarajevo, ospitata proprio nel Centro Skenderija.
Alla prima edizione segue la seconda, nell’89, e da lì l’idea di aprire l’esibizione agli artisti provenienti da tutto il mondo. L’edizione del ’91 avrebbe avuto bisogno di un curatore esterno in grado di dialogare con i principali musei europei e di selezionare gli artisti: la scelta ricade su Enrico Comi, allora direttore e fondatore della rivista Spazio Umano a Milano. Poi accade la guerra.
“C’è chi è stato colto totalmente impreparato dalla guerra, come me, e chi invece già covava odio o timore”. È il caso della moglie, Jasminka, e del figlio, Anur, che decidono di lasciare Sarajevo e trasferirsi a Milano, dove vengono accolti da Comi. “Jasminka continua a lavorare come architetto, mentre Anur si iscrive al secondo anno dell’Accademia di Belle Arti. Io volevo restare qui, resistere, come tanti altri artisti”.
Durante il primo anno dell’assedio, nasce l’idea di lanciare una collezione che riunisse gli artisti a livello nazionale, regionale e internazionale. L’arte, secondo Enver, era l’unico modo per risanare quei nessi di solidarietà che la guerra stava distruggendo. Enver parla con l’allora sindaco di Sarajevo, Muhamed Kresevljaković, della possibilità di recarsi in Italia per promuovere il progetto alla Biennale di Venezia del ’93. Il sindaco acconsente ed Enver vola a Milano nell’unico modo possibile per uscire dalla città assediata, ovvero sotto la scorta di un velivolo dell’UNHCR.

Ars Aevi, Sarajevo 2000 © foto Mario Boccia
Grazie all’aiuto di Comi, nel ’94 viene organizzato il primo evento a Milano che prende il nome di Sarajevo 2000 – un titolo che racchiude la speranza e il buon augurio che, da lì al 2000, la città sarebbe tornata alla normalità. Il successo dell’esibizione e la partecipazione di artisti del calibro di Michelangelo Pistoletto infondono fiducia al progetto, che da Milano si sposta a Prato, grazie all’appoggio dell’allora sindaco, Claudio Martini e del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci.
Anche la famiglia di Enver si trasferisce in Toscana, ospitata dalla famiglia dell’industriale pratese Antonio Lucchesi, che mette a loro disposizione parte della propria casa. Intanto il progetto va avanti, e il figlio, Anur, propone di invitare i direttori artistici dei maggiori musei di arte contemporanea europei a selezionare gli artisti e le opere che faranno parte della collezione Sarajevo 2000. L’esibizione si sposta poi a Lubiana nel ‘96, Venezia nel ‘97, grazie all’amicizia con il sindaco Massimo Cacciari e poi Vienna nel ’98. Piano piano, riesce a smuovere reti di solidarietà artistica inimmaginabili, arrivando a collezionare circa 150 opere di artisti quali Marina Abramović, Maja Bajević, Joseph Kosuth.
Quando gli chiedo come sia possibile che durante l’assedio il pensiero possa andare a qualcosa come l’arte, così distante dalle esigenze immediate di sopravvivenza quotidiana, mi risponde “perché l’arte è l’unica cosa che in quel momento ti tiene in vita, l’unica cosa capace di superare le divisioni”. Mi viene in mente Dževad Karahasan, che racconta di quando ha “seppur spiritualmente” fondato la sezione del PEN Club per la Bosnia Erzegovina negli stessi anni.
“Una delle funzioni essenziali dell’arte è difendere gli uomini dall’indifferenza, e l’uomo rimane vivo fino a quando non diventa indifferente”, scrive nel ’93. E ancora, “Fino a quando continuiamo a pensare alla letteratura […] fino a quando desideriamo scrivere o dipingere qualcosa, o cerchiamo di elaborare la nostra situazione e i nostri sentimenti con il teatro; fino a quel momento abbiamo la possibilità di esistere come esseri culturali, di difendere la nostra città e la tolleranza che vi regna, di conservare il nostro diritto ad una vita in comune di nazioni, religioni e convinzioni diverse”. (Dževad Karahasan, Il Centro del Mondo, 1995, Il Saggiatore, Milano).
Poi nel ’99, a guerra finita, Enver riesce a riportare la collezione a Sarajevo, con l’idea di donarla alla città e costruire un museo permanente di arte contemporanea. Nasce l’idea dell’Ars Aevi (dall’anagramma di Sarajevo), ma sembra non trovare la sua fortuna. La collezione viene sballottata da una sede provvisoria all’altra, prima ospitata del Centro Skenderija, poi dal Museo Storico della Bosnia Erzegovina, attualmente parte della collezione si trova agli ultimi piani della Vijećnica, mentre la maggior parte delle opere giacciono nel suo magazzino.
Ma l’Ars Aevi nasce anche da una promessa: nel ’95 Jasminka si ammala di un male che la consuma nell’arco di sei mesi, ma prima di andarsene esprime un desiderio: “Se il tuo desiderio di costruire un museo permanente si realizza, vorrei che fosse Renzo Piano a occuparsi del progetto”. Ed Enver lo fa, contatta Renzo Piano nel 1999 nel suo studio di Genova, e lui accetta. Nel 2000 Piano arriva a Sarajevo, con la bozza della struttura che vorrà donare alla città e assieme al Comune di Sarajevo individuano l’area da dedicare alla costruzione, proprio di fianco al Museo Storico.
Servono solo i fondi necessari per avviare il progetto. Piano, già ai tempi Ambasciatore di Buona Volontà dell’UNESCO, organizza un incontro tra Enver e Irina Bokova, allora Presidentessa UNESCO, per richiedere il patrocinio dell’Organizzazione. Anche Bokova, incredibilmente, accetta, per l’innata capacità, ormai ho capito, che Enver è in grado di far appassionare le persone alle sue idee.
Il progetto ha ufficialmente inizio, nel 2002 Piano regala alla città il ponte Ars Aevi, che collega il quartiere Grbavica (occupato dalle forze dell’Armata Popolare Jugoslava durante l’assedio) con l’area destinata al complesso museale, andando simbolicamente a collegare le due parti della città divise dal fiume Miljacka.
Tra ritardi, intoppi, burocrazia labirintica, piccoli passi avanti, il progetto prosegue fino al 2017, anno in cui anche Anur si ammala.
Dopo la morte del figlio Enver lascia, non vede più motivi di continuare. Sia Jasminka che Anur hanno avuto una parte fondamentale nella realizzazione e ideazione del progetto, e senza di loro quest’ultimo ha perso la sua anima.
Però qualcosa ultimamente sembra muoversi. Nel 2021, il Cantone di Sarajevo, la Città di Sarajevo e il Comune di Novo Sarajevo (sul cui territorio sorgerà il museo) formalizzano l’impegno congiunto ad avviare la costruzione del nuovo museo. Nel 2024, il Comune di Novo Sarajevo rilascia finalmente l’autorizzazione urbanistica per la costruzione. La spinta viene anche e soprattutto dagli enti internazionali: nello stesso anno l’Ambasciata italiana presenta lo studio esecutivo del museo, finanziato da AICS e parallelamente l’UNESCO lancia un fondo fiduciario multi-donatore per sostenere i costi per la costruzione e la preservazione delle 150 opere parte della collezione. L’anno dopo, l’Unione europea, attraverso la propria Delegazione in Bosnia Erzegovina, conferma un contributo diretto di 4,1 milioni di euro per la costruzione dell’edificio. Infine, il 22 dicembre 2025, l’UNESCO pubblica il bando di gara.
Enver non è più parte del progetto. Lo ha affidato alle mani di una sua allieva di fiducia e si è ritirato a vita privata. Negli anni ha visto cose e persone cambiare, l’interesse iniziale scemare, le porte chiudersi. 27 anni sono un tempo lunghissimo per far sopravvivere un’idea.
Dal ritiro del suo fondatore dalla direzione del museo, il progetto sembra aver perso parte del suo slancio iniziale, così come una parte del suo originario focus sulla solidarietà artistica e la riconciliazione urbana. Certo è che Ars Aevi è riuscito a fare qualcosa di impensabile nella frastagliata e caotica amministrazione urbana, mobilitando una forma di cooperazione multilaterale e multi-livello senza precedenti.
Tuttavia, bisognerà capire se la futura leadership museale sarà in grado di onorare le origini del museo quale progetto politico-culturale di solidarietà, resistenza e cooperazione transnazionale sviluppatosi durante il periodo bellico e volto alla pacificazione.
Ridurre il progetto Ars Aevi a un mero spazio espositivo per l’arte contemporanea significherebbe rinunciare al suo considerevole potenziale. La conservazione e la valorizzazione di questa identità fondativa dipenderanno dalla capacità e volontà degli attori coinvolti, nazionali e internazionali, di salvaguardarne la missione originaria, anziché normalizzarla progressivamente dentro una logica puramente turistico-culturale.
Guardo l’ora, due ore sono volate. Inizio a risentire della temperatura, non ho niente per scaldarmi. Enver guarda con disappunto la mia tazzina ormai vuota. “Voi italiani bevete il vostro caffè troppo in fretta. In pochi secondi è finito, e non avete più niente per accompagnare le vostre chiacchiere. In Bosnia il caffè va consumato con lentezza e rispetto. A chi vuole mettermi fretta dico ‘Non rovinarmi il mio Ćejf’”.









