Dalla Slovenia all’Europa: la battaglia per l’aborto senza confini
In un momento storico in cui i diritti e le libertà sembrano contare sempre di meno, la Slovenia si fa portavoce, grazie all’attivista Nika Kovač e il suo Istituto 8 marzo, di una grande iniziativa europea: il diritto all’aborto senza confini

Manifestazione femminista per il diritto all’aborto “Il mio corpo, la mia scelta” © SibRapid/Shutterstock
Manifestazione femminista per il diritto all'aborto "Il mio corpo, la mia scelta" © SibRapid/Shutterstock
La storia è quella di una grande iniziativa, partita da un piccolo paese alla periferia dell’Europa, che grazie alla sua tradizione e a una politica che ha l’attivismo nei suoi geni, riesce a cambiare in meglio l’Europa.
È una storia slovena che vale la pena raccontare, anche perché adesso le residenti nell’Unione europea potranno gratuitamente e senza impedimenti interrompere la gravidanza in un altro paese se il loro stato di residenza non glielo consente o se gli ostacoli burocratici sono troppi e troppo gravosi.
Un’iniziativa nata due anni fa sull’onda della sentenza della Corte suprema americana, che cancellava le garanzie federali sul libero aborto, si è trasformata così in una vittoria dell’Europa dei diritti e della libera scelta.
A tirare le fila del cambiamento è Nika Kovač, che con il suo Istituto 8 marzo ha coinvolto migliaia di attivisti in tutta Europa, ha raccolto più di un milione di firme e ha costretto il Parlamento e la Commissione europea a esprimersi su una questione che avrebbero volentieri evitato di trattare.
Il risultato è che ora saranno le singole nazioni dell’Unione Europea, quelle con le legislazioni più avanzate in materia, a dover decidere se aprire le porte alle altre donne d’Europa per consentire loro di interrompere la gravidanza in modo gratuito, sicuro e legale. I dettagli sono in via di definizione, ma i soldi ci sono e verranno presi dal Fondo Sociale Europeo.
La sanità nell’Unione Europea è competenza di ogni singolo stato nazionale. I diritti in materia sono diversi da paese a paese. Anche per questo le norme sull’interruzione di gravidanza non sono univoche e condivise.
In Slovenia la libera scelta sulla nascita dei figli è sancita addirittura nella Costituzione. Un articolo voluto all’epoca dell’indipendenza da un’ampia fetta della società civile, che aveva condotto una capillare battaglia per ampliare le libertà di ogni cittadino.
Quel dibattito, in un momento in cui sul paese soffiavano i venti di guerra che accompagnarono la dissoluzione della Jugoslavia, non mancò di provocare più di qualche malumore nelle frange più patriottiche e nazionaliste, che all’epoca erano convinte che i problemi da risolvere fossero altri e ben più importanti.
Alla fine, fu proprio quella reiterata insistenza a far sì che il dibattito sull’aborto nel paese si chiudesse definitivamente, mettendo il bavaglio a chi avrebbe voluto, negli anni successivi, fare qualche passo indietro in nome della famiglia e della religione.
Nel 2024 anche la Francia ha deciso di inserire, in maniera ancora più esplicita, il diritto all’aborto nella sua Costituzione. Accadeva sull’onda lunga di quanto era successo in America dopo la sentenza della Corte suprema, quando molti stati federali a guida conservatrice limitarono in maniera sostanziale la possibilità per le donne di abortire.
La sensazione, per molti in Europa, e anche per le attiviste dell’Istituto 8 marzo, fu che l’inversione di rotta e la messa in discussione di un diritto considerato oramai acquisito e definitivo potessero verificarsi anche in Europa.
Qui, del resto, le restrizioni non mancano. A Malta l’aborto è praticamente vietato e punito con pene detentive sia per la donna sia per il medico che lo pratica. In Polonia l’interruzione di gravidanza è consentita solo in casi di stupro, incesto o pericolo di vita per la madre. In alcuni paesi il diritto all’aborto viene messo in forse dagli alti tassi di obiezione di coscienza dei medici.
D’altre parti non mancano ostacoli burocratici e pressioni morali. In Ungheria la gestante, prima di interrompere la gravidanza, è costretta a sentire i battiti del cuore del feto. A tutto ciò va aggiunto il costo dell’intervento, che a volte può essere proibitivo, dato che non dappertutto è coperto dal sistema sanitario nazionale.
Per far vagliare la questione a livello comunitario, Nika Kovač e i suoi attivisti hanno dovuto raccogliere un milione di firme nei 27 paesi, superando il quorum nazionale previsto. Alla fine del 2025 il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione a favore dell’iniziativa e la Commissione europea, a febbraio, ha dato luce verde all’uso del Fondo Sociale Europeo per finanziare l’aborto transfrontaliero.
Una vittoria parziale, perché i promotori avrebbero voluto che fosse istituito un fondo appositamente dedicato. Altro nodo da sciogliere ora è quello di convincere i paesi membri con legislazioni più liberali in materia ad aderire al progetto, mettendo a disposizione le loro strutture.
I detrattori dell’iniziativa, proprio per questo, si premurano di dire che si è fatto tanto rumore per nulla e che, a livello pratico, non è accaduto nulla. Dall’Istituto 8 marzo però assicurano che la lotta continua.
L’organizzazione, fondata nel 2016 da Nika Kovač, in Slovenia ha già vinto molte battaglie, guidando la campagna per ridefinire lo stupro, promuovendo il #MeToo sloveno, coordinando il referendum contro la privatizzazione dell’acqua e appoggiando quello sulla depoliticizzazione della RTV di Slovenia.
L’attivismo dell’ala della sinistra liberale del paese è sempre stato una costante della vita politica nazionale, una vera e propria spina nel fianco per il centrodestra, che mal tollera Nika Kovač e le sue iniziative in patria e all’estero.
Lei, intanto, è diventata un’icona nazionale, che riesce a far arrivare la sua voce forte e chiara anche fuori dai confini nazionali. Non accade spesso alla Slovenia e agli sloveni. L’iniziativa My Voice, My Choice, alla fine, dimostra che un sogno europeo esiste e che si possono cambiare le cose partendo dal basso, se si è capaci di mobilitare l’opinione pubblica su problemi reali.
In fondo questa è una storia slovena, quella di un paese dove i diritti, per una fetta consistente della società, sono sempre stati un valore, anche al di là delle ubriacature nazionaliste. Un buon insegnamento per l’Europa di oggi: un continente dove la libertà, l’uguaglianza e la solidarietà contano ancora, nonostante l’Ungheria, la Polonia, Malta e tutti quelli a cui la libertà di scelta delle donne, e più in generale le libertà e i diritti, piacciono sempre meno.
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