UE, quanto costa davvero l’adesione di nuovi membri?

Se Balcani occidentali, Ucraina, Moldova e Georgia entrassero nell’Unione, gli attuali Stati membri dovrebbero affrontare una redistribuzione dei fondi UE, ma potrebbero anche sfruttare nuove opportunità. Ne abbiamo parlato con Zsolt Darvas del think tank Bruegel

01/04/2026, Federico Baccini Bruxelles

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Foto © UE

Quanto costerebbe all’Unione europea l’adesione dell’Ucraina, dei paesi dei Balcani occidentali e degli altri stati candidati? La risposta più immediata a questa domanda – basata su percezioni e paure non sempre giustificate da dati oggettivi – sarebbe probabilmente “molto”.

Eppure diverse ricerche dimostrano il contrario: concentrarsi solo sui costi è un errore strategico, è invece il caso di includere nell’equazione anche fattori che potrebbero avvantaggiare gli attuali Stati membri.

“Guardando ai precedenti allargamenti, ci sono voluti circa dieci anni prima che i nuovi membri beneficiassero di tutti i finanziamenti dell’UE. In caso di nuove adesioni, lo scenario sarebbe probabilmente simile”, spiega a OBCT Zsolt Darvas, senior fellow presso l’influente think tank economico Bruegel basato a Bruxelles. Darvas è co-autore di un’analisi sul possibile impatto dell’allargamento sul bilancio dell’UE.

L’espansione del mercato unico ai nuovi paesi membri produrrebbe infatti degli effetti positivi sulle economie nazionali degli attuali 27 stati dell’Unione. Le loro aziende potrebbero aumentare la produzione, creare più posti di lavoro e, di conseguenza, versare più tasse allo Stato. “Questi ritorni compenserebbero i costi diretti dell’allargamento che si dovrebbero affrontare attraverso il bilancio dell’UE”, precisa Darvas.

Redistribuzione delle risorse UE

Nel valutare il possibile impatto economico dell’allargamento, l’analisi di Bruegel distingue tra uno scenario che include solo i Balcani occidentali e uno che comprende anche l’Ucraina, la Moldova e la Georgia. La Turchia viene esclusa a causa del congelamento dei negoziati deciso nel 2018.

Come spiega Darvas, i sei Paesi dei Balcani occidentali beneficerebbero dei fondi UE solo in misura limitata, considerate le loro dimensioni relativamente piccole in termini di popolazione e PIL. Sul lungo termine, gli attuali stati membri non si troverebbero insomma a cedere una quantità di risorse significativa.

Lo conferma anche un’analisi condotta dal Centro di politica europea di Belgrado. L’impatto fiscale dell’allargamento ai Balcani occidentali sarebbe paragonabile in media al prezzo di una tazza di caffè per ognuno degli attuali cittadini dell’UE.

L’Ucraina rappresenta un caso diverso, a causa delle sue dimensioni, della sua popolazione – quasi doppia rispetto a quella di tutti i paesi dei Balcani occidentali messi insieme – e del suo vasto settore agricolo.

Se le regole del bilancio dell’UE rimanessero invariate, l’ammissione di tutti e nove i paesi attualmente candidati comporterebbe per gli attuali stati membri un costo pari a 170 miliardi di euro in sette anni, pari allo 0,17% del PIL dell’UE. “Non è una cifra insignificante, ma nulla di ingestibile”, osserva l’analista di Brugel.

Secondo il suo studio, questo costo – che andrebbe ripartito tra gli attuali 27 stati membri – avrebbe un impatto “modesto” su gran parte di loro.

Paesi come la Bulgaria, la Grecia, la Romania e la Slovenia sono beneficiari netti del bilancio dell’UE: versano cioè al bilancio comune meno risorse di quante ne ricevano sotto forma di fondi UE. Nel loro caso, l’allargamento comporterebbe una riduzione delle entrate minore rispetto a tagli che hanno già subito negli scorsi anni. I Paesi che sono contributori netti, come l’Italia, dovrebbero invece aumentare in media i propri contributi al bilancio comune di circa lo 0,13% del PIL.

Se il bilancio dell’UE continuasse a essere costruito secondo i criteri e le regole attuali, dopo l’allargamento ammonterebbe a circa 1350 miliardi di euro per sette anni (l’UE utilizza dei cicli di bilancio settennali).

Dovrebbero aumentare i finanziamenti complessivi stanziati per la politica di coesione: i nuovi paesi membri riceverebbero 61 miliardi e gli attuali stati membri 361 miliardi (in calo rispetto ai 393 miliardi disponibili per il periodo 2021-2027). Aumenterebbe di circa 110 miliardi anche la spesa complessiva per la politica agricola comune, ma in quel caso le risorse assegnate agli stati membri attuali resterebbero sostanzialmente invariate.

Al contempo, si ridurrebbe di circa 15 miliardi la voce di spesa per la politica di vicinato dell’UE, dal momento che i nove paesi in questione smetterebbero di beneficiare di questa forma di supporto finanziario.

L’impatto sulla politica di coesione

Le conseguenze economiche dell’allargamento sui fondi di coesione dell’UE rappresentano una delle preoccupazioni maggiori. Questa apprensione è legata all’indicatore fondamentale su cui si basa attualmente la distribuzione dei fondi della politica di coesione, cioè il livello del PIL pro capite di ciascuna regione rispetto alla media UE.

L’ingresso dei nuovi paesi farebbe abbassare significativamente la media, provocando una riclassificazione di numerose regioni europee: molte di quelle che attualmente risultano “meno sviluppate” – il loro PIL pro capite è cioè inferiore al 75% della media UE, e quindi ricevono finanziamenti generosi – passerebbero alla categoria delle regioni “in transizione” (PIL pro capite tra il 75% e il 100% rispetto alla media), mentre alcune regioni “in transizione” sarebbero considerate “più sviluppate” (al di sopra della media UE), e dunque vedrebbero ridursi i fondi a disposizione.

La competizione per i fondi di coesione si intensificherebbe in particolare se dovesse aderire l’Ucraina. Secondo l’analisi di Bruegel, le perdite maggiori sarebbero subite da regioni italiane e spagnole, con riduzioni di quasi 9 miliardi di euro complessivi per ciascun Paese, seguite da regioni portoghesi, ungheresi e romene.

Tuttavia, “è molto probabile che le regole della coesione cambieranno” nel bilancio UE per il periodo 2028-2034, osserva Darvas, riferendosi alla proposta della Commissione europea attualmente in fase di negoziato.

Secondo la nuova impostazione, i finanziamenti ad hoc forniti dall’UE andrebbero ora solo alle regioni “meno sviluppate”, mentre le risorse per tutti gli altri territori verrebbero distribuite in modi più flessibili decisi dagli stessi stati membri in base ai rispettivi Piani di partenariato nazionali e regionali.

I vantaggi economici dell’allargamento

Una nuova ondata di allargamento offrirebbe significative opportunità di investimento per le aziende europee, sostiene Darvas. Gli allargamenti realizzati negli ultimi decenni mostrano che i nuovi stati membri hanno sì ricevuto ingenti finanziamenti da Bruxelles, ma allo stesso tempo hanno messo in moto volumi significativi di commerci e investimenti privati.

I paesi candidati non dovrebbero fare eccezione. A trarre i maggiori benefici dovrebbero essere l’industria, la manifattura e il settore bancario degli attuali Stati membri.

È soprattutto l’Ucraina ad attrarre particolare attenzione: per via della necessità di ricostruzione del Paese dopo la guerra, le opportunità di investimento per gli altri stati membri dell’UE sarebbero notevoli. “Le aziende tedesche, polacche, italiane e di altri Paesi genererebbero profitti significativi”, osserva l’analista di Bruegel.

Questi profitti sarebbero tassati, almeno in parte, nei Paesi di origine delle aziende, alimentando così le entrate fiscali nazionali. “I bilanci nazionali trarrebbero un grande vantaggio dall’adesione dell’Ucraina”, sostiene Darvas.

A questo si somma il vasto territorio e l’ampia gamma di risorse naturali dell’Ucraina – da cui si ricavano tra gli altri acciaio, alluminio ed energia idroelettrica –, di cui l’Unione nel suo complesso potrebbe beneficiare. In particolare, secondo Darvas le aziende dell’Europa occidentale potrebbero assumere “un ruolo significativo nel mercato energetico ucraino”, e la piena integrazione delle reti energetiche migliorerebbe la stabilità e la sicurezza dell’approvvigionamento del sistema energetico europeo.

L’agricoltura rimane invece una questione particolarmente delicata: “Se l’Ucraina dovesse aderire, la concorrenza interna probabilmente si intensificherebbe ed è facile immaginare che gli agricoltori scendano in piazza”, mette in guardia l’analista.

Tuttavia, considerato che l’agricoltura europea è “generalmente redditizia e altamente competitiva”, Darvas considera improbabile che l’adesione dell’Ucraina possa avere un impatto negativo significativo sul settore nel lungo termine. L’eventuale trattato di adesione dell’Ucraina probabilmente includerà disposizioni transitorie che stabiliranno come e quando i prodotti agricoli ucraini potranno ottenere pieno accesso al mercato agricolo unico dell’Unione.

Il presente articolo è stato scritto nell'ambito del progetto "InteGraLe - Balcani occidentali e Trio a confronto: mercato unico, coesione e politica regionale per l’integrazione graduale nell’UE". Il progetto è realizzato con il contributo dell’Unità di Analisi, Programmazione, Statistica e Documentazione Storica – Direzione Generale per gli Affari Politici e la Sicurezza Internazionale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ai sensi dell’art. 23 – bis del DPR 18/1967. Le opinioni contenute nella presente pubblicazione sono espressione degli autori e non rappresentano necessariamente le posizioni del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

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