L’Ucraina nel mirino di Orbán
A poche settimane dalle elezioni ungheresi del 12 aprile, Budapest e Kyiv si trovano al centro di una crisi diplomatica che coinvolge l’UE. Per capire, bisogna fare alcuni passi indietro: la minoranza ungherese nella regione ucraina della Transcarpazia e l’evoluzione delle relazioni tra i due Paesi

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Transcarpazia © Dmytro Stoliarenko/Shutterstock
Le elezioni parlamentari ungheresi del 12 aprile non sono, per l’Ucraina, una questione interna di un Paese confinante. Sono un nodo critico da cui dipendono miliardi di euro in aiuti europei, il futuro di un pacchetto di sanzioni contro Mosca e la tenuta del cosiddetto fronte occidentale. Il premier ungherese Viktor Orbán affronta questo voto con i numeri contro e la crisi con Kyiv come principale strumento di sopravvivenza politica.
Tuttavia, le radici delle ostilità tra Budapest e Kyiv non nascono con questa campagna elettorale, né si esauriranno con essa. Le tensioni risalgono alla legge del 2017 che introduceva l’ucraino come lingua obbligatoria di insegnamento, percepita da Budapest come un attacco alla minoranza ungherese della Transcarpazia.
Da allora, l’Ungheria ha sistematicamente ostacolato il cammino dell’Ucraina verso l’integrazione europea e atlantica. Non con le armi, ma con i veti. Al Consiglio europeo dello scorso 19 marzo, Orbán ha confermato il veto sul prestito sostenuto dal premier slovacco Robert Fico, dichiarando di essere pronto a sostenere l’Ucraina solo quando l’Ungheria riceverà il suo petrolio, con riferimento diretto al blocco dell’oleodotto Družba – che trasportava greggio russo in Ungheria – da parte delle autorità ucraine.
Oggi, con la guerra ancora in corso e i fondi bloccati, Kyiv guarda quindi a Budapest come a un vero e proprio sabotatore al tavolo delle alleanze.
Una terra contesa, una minoranza dimenticata
La Transcarpazia è un territorio al confine con Ungheria, Slovacchia e Romania, che dal 1991 appartiene all’Ucraina occidentale. Ancora oggi vi risiede una delle più grandi minoranze ungheresi fuori dai confini nazionali (circa 150 mila persone).
A Berehove, il centro abitato “più ungherese” della regione, i membri della comunità magiara vivono seguendo il fuso orario di Budapest, non quello di Kyiv. E da Budapest considerano la Transcarpazia quasi una propaggine della madrepatria.
L’Ungheria è stato il primo Paese a riconoscere l’Ucraina indipendente. Per i trent’anni successivi le relazioni tra i due vicini, che condividono circa 140 chilometri di confine con nove valichi attivi (tra cui il principale nodo ferroviario e stradale di Záhony-Čop), sono state caratterizzate da rispetto reciproco, pur con tensioni latenti sulla questione delle minoranze.
Il punto di rottura arriva nel 2017, con una legge approvata dal parlamento ucraino che introduce l’ucraino come lingua obbligatoria di insegnamento. La legge, pensata principalmente per limitare l’uso del russo nell’istruzione pubblica dopo l’annessione della Crimea e lo scoppio della guerra in Donbas, colpisce inevitabilmente tutte le minoranze: ungheresi, polacchi, rumeni, slovacchi.
Budapest la guarda come a un attacco diretto e il ministro degli Esteri Péter Szijjártó annuncia quindi che d’ora in poi l’Ungheria bloccherà qualsiasi avanzamento di Kyiv verso la NATO e l’Unione Europea.
Passaporti, spie e coscrizione forzata
Negli anni successivi, la contesa si allarga su più fronti. Dal 2011, Budapest distribuisce passaporti ungheresi ai membri della minoranza in Transcarpazia, nonostante la legislazione ucraina vieti la doppia cittadinanza.
La mossa — simbolicamente potente ma politicamente ambigua — consolida il legame tra il partito di Orbán, Fidesz, e la comunità magiara d’Ucraina: si stima che il voto della Transcarpazia valga a Fidesz uno o due seggi supplementari in parlamento.
Con l’invasione russa dell’Ucraina del 2022 e l’introduzione della mobilitazione obbligatoria, emerge un nuovo punto di attrito: la coscrizione degli uomini di etnia ungherese nell’esercito ucraino.
Budapest accusa le autorità militari ucraine di condurre operazioni di reclutamento coercitive in Transcarpazia, mentre Kyiv risponde che si tratta di una narrazione strumentale, alimentata – almeno in parte – da operazioni di destabilizzazione russe.
La frattura si approfondisce nel maggio 2025, quando i servizi di sicurezza ucraini (SBU) smantellano quella che descrivono come una rete di spionaggio militare riconducibile all’intelligence ungherese operante in Transcarpazia.
Nei giorni immediatamente successivi, l’Ungheria sospende i negoziati sui diritti delle minoranze previsti per il 12 maggio a Užhorod, nonostante la delegazione ucraina fosse già arrivata sul posto.
Tra oleodotti dell’amicizia e “banditismo di Stato”
La tensione tra i due paesi continua a salire a inizio 2026. Il contenzioso sull’oleodotto Družba – che trasporta il greggio russo attraverso l’Ucraina verso Ungheria e Slovacchia – offre il pretesto per una ritorsione diretta.
Il 27 gennaio 2026, infatti, i rifornimenti si interrompono bruscamente. Le autorità ucraine attribuiscono il guasto a un attacco di droni russi, mentre Orbán accusa invece il presidente ucraino Zelens’kyj di aver deliberatamente bloccato il transito per ridurre le entrate di Mosca, senza fornire prove a sostegno di questa tesi.
Il ministro degli Esteri ungherese Szijjártó annuncia allora che l’Ungheria continuerà a bloccare il 20° pacchetto di sanzioni contro la Russia e il prestito da 90 miliardi di euro per l’Ucraina fino a quando Kyiv non riprenderà il transito petrolifero. Orbán sintetizza la sua posizione in una formula secca: “Niente petrolio, niente soldi”.
È in questo contesto che il 5 marzo 2026 la crisi raggiunge un nuovo livello di escalation. Le forze speciali ungheresi assaltano due furgoni portavalori in transito verso l’Ucraina, arrestando per oltre un giorno i sette funzionari della banca statale ucraina Oschadbank a bordo del veicolo.
Secondo quanto dichiarato dalla banca, i veicoli trasportavano circa 40 milioni di dollari, 35 milioni di euro e nove chilogrammi d’oro, nell’ambito di un trasferimento di routine tra Austria e Ucraina, registrato secondo le normali procedure doganali europee.
Budapest invoca il sospetto di riciclaggio e chiama in causa la “mafia di guerra ucraina”. Le autorità ungheresi rilevano che tra i sette figurava un ex generale dei servizi di sicurezza ucraini e un ex maggiore dell’aeronautica militare, e procedono così all’espulsione dell’intero gruppo dal Paese.
Il denaro e i lingotti restano però sequestrati: un decreto-legge firmato da Orbán il 9 marzo legalizza di fatto il sequestro, sostenendo che non è possibile chiarire la titolarità dei beni e che è nell’interesse della sicurezza nazionale ungherese indagare sull’origine dei fondi.
Il ministro degli Esteri ucraino, Andrij Sybiha, accusa il governo ungherese di “terrorismo di Stato ed estorsione” e sconsiglia ai cittadini ucraini di recarsi in Ungheria, sostenendo di non poter garantire la loro sicurezza.
Il ministro dei Trasporti János Lázár ha poi candidamente ammesso che si è trattata di una ritorsione per la mancata riapertura dell’oleodotto Družba. Subentra, infatti, un dettaglio rivelatore: fino a tempi recenti gli ucraini si servivano di una società ungherese, la Criterion Készpénzlogisztikai Kft, il cui proprietario è l’oligarca István Garancsi, figura di primo piano nell’orbita di Fidesz. Era la prima volta che rinunciavano ai suoi servizi. In altri termini, Budapest ha colpito un flusso che aveva smesso di passare per le sue mani.
La situazione si sblocca parzialmente solo a ridosso del Consiglio europeo del 19-20 marzo: Zelens’kyj scrive a Ursula von der Leyen e António Costa che la stazione di pompaggio sarà ripristinata entro un mese e mezzo, accettando il supporto tecnico e finanziario europeo.
Eppure, in conferenza stampa, il presidente ucraino non nasconde il fatto che considera questa pressione europea una forma di ricatto. Al vertice, intanto, Orbán resta inamovibile.
Kyiv come arma elettorale
È in questo contesto cumulativo – minoranze, spie, coscrizioni, petrolio, oro sequestrato – che si aprono le elezioni ungheresi del 12 aprile. Per Orbán, ogni episodio di tensione con Kyiv è anche un’occasione elettorale.
Fidesz ha trasformato la questione ucraina in una discriminante identitaria: il premier accusa Zelens’kyj di interferire nelle elezioni ungheresi sostenendo Magyar e Tisza per rimuoverlo dal governo, mentre manifesti raffiguranti il presidente ucraino hanno tappezzato le città con lo slogan “Non diventeremo una colonia ucraina” lo scorso 15 marzo, durante la marcia di commemorazione del 178° anniversario della Rivoluzione ungherese del 1848-49.
Sullo sfondo, poi, cresce l’evidenza di un terzo attore: Mosca. Secondo un’inchiesta di Direkt36, ripresa da VSquare, almeno tre ufficiali dell’intelligence militare russa (GRU) si troverebbero a Budapest sotto copertura diplomatica per condurre campagne di disinformazione a favore di Orbán.
Il giorno dopo il Consiglio europeo, il Washington Post ha rivelato che un’unità del servizio estero avrebbe persino proposto di organizzare un finto attentato contro il premier per mobilitare il suo elettorato. Il piano aveva un nome in codice: “The Gamechanger”. Orbán ha liquidato tutto come “fiabe”, mentre il Cremlino ha parlato di “disinformazione”.
Péter Magyar, l’oppositore di Orbán, è indubbiamente più pro-europeo, ma il suo partito si è espresso contro l’invio di armi all’Ucraina e ha messo in guardia sull’adesione accelerata di Kyiv all’UE, citando l’impatto sull’agricoltura ungherese.
Con la pace ancora lontana, chiunque vinca dovrà trovare un modus vivendi con Kyiv – e Kyiv con lui.
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