Rade Drainac, il poeta vagabondo

Animo irrequieto, lontano dalla dimensione materiale dell’esistenza, Rade Drainac con i suoi versi ha segnato in modo indelebile la poesia serba e jugoslava tra le due guerre mondiali. Lo ricordiamo in occasione della Giornata mondiale della poesia (21 marzo)

20/03/2026, Božidar Stanišić
Rade Drainac, 1930 - Foto Wikimedia (public domain)

Rade Drainac, 1930

Rade Drainac, 1930 - Foto Wikimedia (public domain)

Nel 1999, riconoscendo l’importanza della poesia come una forma di espressione capace di arricchire il lessico e creare nuovi spazi di dialogo, l’UNESCO ha proclamato il primo giorno di primavera Giornata mondiale della poesia. Reagendo a caldo a questa iniziativa, ho pensato che sarebbe stato meglio proteggere la poesia dai presunti poeti.

Se dovesse resuscitare (che il cielo lo salvi da tale sorte), Witold Gombrowicz, il più grande detrattore del genere poetico (si veda il suo saggio “Contro i poeti” del 1948), avrebbe riso a crepapelle di fronte all’ipertrofia della poesia a cui assistiamo. La riluttanza a criticare questo fenomeno mi ha sempre lasciato perplesso. Nulla cambierebbe, lo so, se aggiungessi, dal mio angolo friulano, che l’UNESCO potrebbe ribattezzare quella ricorrenza in Giornata mondiale della vera poesia.

Ma perché rovinare la Giornata? Dopotutto, dagli antichi greci e romani, di poeti veri ce ne sono stati tanti, nonostante la tesi, sostanzialmente oggettiva, di Gombrowicz.

Tra questi Poeti c’è anche l’avanguardista Rade Raka Drainac (all’anagrafe Radojko Jovanović, 1899-1943), uno dei principali rappresentanti della poesia serba tra le due guerre, insieme a Rastko Petrović, Miloš Crnjanski e Stanislav Vinaver.

Da qualche tempo torno con piacere alle sue Opere selezionate [1], pubblicate nel 2025 dalla Biblioteca Nazionale “Rade Drainac” di Prokuplje. Se questo libro – le cui 618 pagine potrebbero suscitare spavento nel mondo digitale in cui viviamo – ha visto la luce, la “colpa” è di Dragan Ognjanović, curatore del volume, scrittore e direttore della Biblioteca. È sempre colpa sua se questo omaggio al poeta è arrivato al mio indirizzo friulano, insieme alle gentili risposte alle mie domande.

La vita e la poetica di un vagabondo

Drainac nacque nel 1899 nel sud della Serbia, nella regione di Toplica (per maggiori informazioni: Internet è a vostra disposizione 24 ore su 24). Non volendo sottomettersi alla volontà di suo padre, che insisteva affinché Rade imparasse il mestiere di calzolaio, il futuro poeta si iscrisse al ginnasio a Prokuplje, per poi trasferirsi a Kruševac e infine a Belgrado. Aveva solo sedici anni quando, nel 1915, attraversò le montagne dell’Albania con l’esercito serbo.

La Francia, alleata della Serbia nella Grande Guerra, permise ai giovani serbi di iscriversi alle scuole francesi. Il giovane poeta proseguì quindi gli studi a Lione, poi a Saint-Étienne e Beaulieu-sur-Mer. Animo irrequieto, prima della fine della guerra partì per Parigi. Si immerse nella bohème parigina, assorbendo le correnti artistiche d’avanguardia, non riuscendo però a sbarcare il lunario. Quindi per un certo periodo lavorò in una fabbrica.

Dopo la breve avventura parigina tornò a Belgrado. Nella mitica kafana dell’hotel “Moskva” dal 1919 partecipò attivamente ai dibattiti modernisti, distinguendosi per il suo manifesto poetico del cosiddeto hipnizam [dal Hypnos, personificazione del sonno] e per il parnassianesimo. Le sue prime raccolte di poesie – “Modri smeh” [Risata blu viola], “Afroditin vrt” [Il giardino di Afrodite] e “Erotikon”, quest’ultima pubblicata in sole tre copie – attirarono l’attenzione di poeti e lettori desiderosi di nuove espressioni d’avanguardia.

Non si vive però di poesia né di riviste letterarie auto-pubblicate (Hipnos, Novo čovečanstvo [Nuova umanità…), né tanto meno di bohème. Drainac quindi decise di dedicarsi al giornalismo, scrivendo per i principali quotidiani serbi. Il suo genere prediletto era reportage, ma in molti dei suoi testi un lettore attento coglierà un’essenza poetica più vicina alla letteratura di viaggio. I suoi scritti dedicati ad alcune aree del Regno di Jugoslavia, ma anche a paesi come Francia, Grecia e Austria, tuttora suscitano curiosità.

Radinac fu un polemista instancabile, lanciandosi in dibattiti anche con il suo amico Tin Ujević, bohémien e il più grande poeta croato, che visse a Belgrado per molti anni. In queste discussioni non c’era nulla di velenoso: Drainac difendeva il suo credo, le sue idee e la sua vita letteraria. Dibattiti così significativi sono rari nella letteratura jugoslava, e non solo.

Nel 1926 tornò a Parigi, guadagnandosi da vivere accompagnando al violino le proiezioni di film muti, ma non vi rimase a lungo. Al ritorno in Serbia, riprese a scrivere reportage e racconti di viaggio. La sua raccolta “Bandit ili pesnik” [Bandito o poeta] del 1928 suscitò il vivo interesse dei lettori. Secondo molti, quest’opera è il fulcro della sua produzione poetica.

Negli anni Trenta, Drainac, guidato dall’istinto umanista e dalle idee di sinistra, scrisse articoli sulle anomalie sociali del Regno di Jugoslavia. Tuttavia, per la cosiddetta sinistra progressista, ossia per i comunisti, compresi alcuni surrealisti di Belgrado, i suoi scritti – per via dei quali per ben due volte finì in tribunale – non erano abbastanza “moderni”. Le cronache ricordano che una volta fu preso a sberle da due surrealisti di Belgrado, ospiti stranieri della “locanda degli onanismi metafisici di Breton”, da tempo ormai dimenticati.

Si ammalò, le conseguenze della vita da bohémien iniziarono a farsi sentire. Fu mobilitato nella primavera del 1941. Soffrì molto per l’occupazione della Jugoslavia. Oggi, le sue riflessioni sul rapido collasso militare del paese susciterebbero l’ira, soprattutto in Croazia, ma Drainac, “purtroppo”, raccontò le esperienze vissute. Partecipò come combattente alle battaglie per Užice.

Anche le divisioni ideologiche (tra monarchici e comunisti) nella Serbia occupata lo turbarono profondamente, come testimonia il suo diario di guerra “Crna knjiga” [Libro nero, pubblicato integralmente in Opere selezionate]. Per ben due volte sfuggì alla morte perseguitato dai collaborazionisti. Nel 1942, Ivo Andrić andò a trovarlo a Sokobanja, nel sanatorio dove era ricoverato a causa di una tubercolosi in stadio avanzato. Morì all’Ospedale pubblico di Belgrado il primo maggio 1943. Ebbe una sepoltura da indigente, a spese del comune.

I versi della poesia di Drainac “Epitaffio sulla mia tomba” furono letti durante i funerali da Milivoje Živanović, uno dei più grandi attori belgradesi di allora. In fondo al testo troverete questa poesia in cui Drainac confessa che per tutta la sua vita non ha desiderato altro che “una tazza d’amore e un pezzo di pane”.

Non sono riuscito a recuperare informazioni su un’eventuale presenza ai funerali dell’ex moglie del poeta, la bellissima Darinka, figlia di un noto politico. Ma perché dovremmo dare peso a questo dettaglio? Quindi, niente pettegolezzi.

Un sognatore approdato alla Realtà

Così Dragan Ognjanović ha intitolato una raccolta di poesie di Drainac che racchiude tutte e tre le fasi creative del poeta: il simbolismo parnassiano, l’avanguardia (un intreccio tra espressionismo e futurismo) e il ritorno alla versificazione classica. Nella sua introduzione alla raccolta, il curatore sottolinea di aver avuto un compito molto più facile di quello dei promotori della riscoperta della poesia di Drainac.

Primo fra tutti, il poeta Stevan Raičković che, nel 1960, dopo diciassette anni di silenzio sull’opera di Drainac curò una selezione delle sue poesie. Ad oggi sono state pubblicate molte raccolte e nel 1999, le Opere complete del poeta (a cura di Gojko Tešić).

Raičković fece di tutto per promuovere la poesia di Drainac in un periodo in cui i poeti, anche da morti, venivano ancora giudicati in base alla loro fedeltà al comunismo. Non dobbiamo quindi rimproverare Raičković per aver focalizzato la raccolta sulle questioni sociali, in particolare sulla lotta contro il capitalismo.

Leggendo le sue Opere Selezionate, ho sottolineato un passaggio in cui Drainac parla della biblioteca di Njegoš a Cetinje: “Ma una cosa si può affermare con certezza: [Njegoš] fu un poeta vicino alle idee europee del suo tempo. A plasmare la sua cultura non fu un dogma freddo e anacronistico, bensì uno scontro di idee vive che, nel senso più autentico del termine, esprimevano il modo di vivere di quel tempo”.

(Era solito sottolineare con la matita i versi che gli piacevano. Nel libro XIX dell’Odissea contrassegnò i seguenti versi: “Detesto, come le porte degli inferi, l’uomo che nasconde i suoi pensieri nel profondo del cuore e dice l’opposto di ciò che sente”. Sembra che, parlando di Njegoš, Drainac parlasse anche di sé.)

Ad oggi le poesie di Drainac sono state tradotte in inglese, francese, tedesco, ucraino, rumeno e macedone.

Il poeta continua a vivere

Quest’anno si terrà la sessantesima edizione della manifestazione “Incontri letterari di Drainac”, durante la quale viene assegnato un premio di poesia presso la Biblioteca nazionale di Prokuplje, che porta il nome del poeta.

A Prokuplje, come anche nella sua città natale di Blace (dove un centro culturale e una biblioteca portano il suo nome) e a Kuršumlija, diverse strade sono intitolate a Drainac. Prokuplje gli ha reso omaggio anche con un monumento (opera di Dragan Drobnjak) sul monte Hisar e con una sala commemorativa. Un altro monumento dedicato al poeta (opera della scultrice Drinka Radovanović) si trova a Trbunje, nell’area di Toplica. A Belgrado, una scuola elementare porta il suo nome.

Se in questo articolo commemorativo non ho parlato della città di Prokuplje è perché non ci sono mai stato. Tuttavia, qualche tempo fa ho letto un articolo, a firma di Dragoslav Dedović, ricco di suggestioni interessanti e utili.

 

PARTENZA

A Milan Dedinac, autore della poesia “Uccello pubblico”

Trascorsa tutta la notte tra le galline, la stella del mattino ora esce dal pollaio volando;

Quando la luce del giorno avvolgerà i monti osserverò l’ampia strada dalla finestra

Con una frusta caccerò dal mio sangue l’orribile sogno che mi tiene legato a questa terra

Mi laverò gli occhi e le mani,

Poi andrò là dove la notte ammaliata si addormenta assieme ai pinguini.

Libererò lo sguardo dalla ridicola liricità.

Quando sulle piante dei piedi le strade lasceranno l’impronta di una geografia viva,

Con un sospiro dal profondo dei mari del nord saluterò le coste irlandesi

Ingialliti come i manifesti nelle stazioni,

Invece dei saluti

Dalla mia bocca usciranno volando duecento soli polari!

Tra le camicie dormiranno il paesaggio nativo e la volta azzurra del cielo;

Estirperò il pioppo cipressino dell’autunno del sentimentalismo slavo

All’equatore del mondo:

Cadendo nell’oceano strapperà dalla mia pelle ventisei anni visionari.

Eppure! Il sogno, come sabbia, riempie i vuoti dell’esistenza.

Lo so, ero un poeta:

Il mio cuore è un pozzo, gli manca una cicogna!

I nostri villaggi slavi sono grigi come le steppe…

Parigi, 1926

 

PRIMAVERA VOLUBILE

In una notte, la cavalleria nera degli alberi

Svanì galoppando verso l’ignoto

E sulle ali della primavera con le rondini

Arrivò maggio.

Foresta intera si tinse di verde

Incantata;

Sulle finestre schiuma bianca

Di una giornata candescente.

E quando vidi i riflessi

Degli alberi della foresta in un fiume scuro

Inclinai la testa anch’io

Dalle acque, un uomo stanco e canuto,

Mi rivolse un sorriso

Con uno sguardo avvilito.

 

EPITAFFIO SULLA MIA TOMBA

Amici, esaudite l’ultimo desiderio del poeta

Quando la mattina gli spazzini porteranno via dalla strada il mio corpo esanime insieme all’immondizia

Non dite “che Dio perdoni”

Perché ho supplicato per un pezzo di pane e ho mostrato a Dio le piante e i talloni dei miei piedi

Gettate le mie ossa in una fossa per cani vaganti

Così un bravo ragazzo riceverà una degna sepoltura.

Non piangete per me: da vivo mi sono pianto addosso come un salice piangente.

Il mio intero essere è contenuto in questo testamento che oggi scrivo:

Se una signora vorrà dormire accanto alla mia tomba

Girate la sua testa verso il mio cuore

Sopra la mia testa nessuna lapide nessun busto,

Quando scenderò le scale dell’inferno o del paradiso

Non bisognerà onorare un vagabondo

Che per tutta la vita non ha desiderato altro che una tazza d’amore e un pezzo di pane.

Scrivete queste parole sulla mia pelle con un ago rovente:

“Dormi serenamente per la prima volta, compagno Drainac,

Il nostro grande viaggiatore”

E nient’altro!

[1] Drainac è ​​presentato come poeta, narratore, saggista, scrittore di viaggi, polemista e giornalista. Oltre ad Ognjanović, alla realizzazione del volume hanno contribuito Goran Maksimović, Mirjana Bojanić e Jovan Mladenović.