Allargamento UE, il Parlamento europeo adotta la sua strategia

In vista dell’adesione di nuovi membri, l’Unione europea deve cambiare struttura, politiche e processi decisionali. Intervista a Petras Auštrevičius, relatore del Parlamento sulla strategia di allargamento adottata lo scorso 11 marzo

12/03/2026, Federico Baccini Bruxelles
Petras Auštrevičius

Petras Auštrevičius

Petras Auštrevičius (foto © Unione europea)

È stato posto un altro tassello nel grande puzzle della politica di allargamento dell’Unione europea, spesso confuso e imprevedibile.

“L’UE deve inevitabilmente cambiare. L’allargamento è un argomento molto serio che induce l’Unione a riconsiderare la sua struttura, il suo processo decisionale, le sue politiche strutturali e il suo quadro di bilancio”, spiega Petras Auštrevičius, relatore del Parlamento europeo sulla strategia di allargamento dell’UE, in un’intervista per OBCT. Auštrevičius è un politico liberale lituano, membro del gruppo Renew Europe al Parlamento.

La risoluzione sull’allargamento messa a punto da Auštrevičius, adottata dal Parlamento europeo l’11 marzo, cerca un ambizioso equilibrio tra la fornitura di sostegno ai Paesi candidati all’adesione, una spinta verso le riforme interne all’Unione – in linea col rapporto dell’europarlamentare Sandro Gozi sulle conseguenze istituzionali dell’allargamento – e rigore nel affrontare possibili regressi dal punto di vista della democrazia o stalli legati a controversie bilaterali.

Le istituzioni di Bruxelles dovranno sfruttare “al meglio” lo slancio fornito dall’adesione di nuovi membri, ma Auštrevičius auspica che il processo venga portato avanti in modo ragionato e spontaneo: “alzare la posta in gioco e porre condizioni non sarà d’aiuto”.

Onorevole Auštrevičius, quale dev’essere secondo lei la strategia da seguire per l’allargamento dell’UE?

Con questa risoluzione del Parlamento vogliamo sottolineare che allargarsi è un fenomeno naturale per l’UE. Ma, se vogliamo essere rispettati ed efficienti in un’Unione allargata, dobbiamo trovare modi diversi di prendere le decisioni.

Se ci troveremo nuovamente divisi da interessi regionali o nazionali, rimarremo bloccati. Dobbiamo superare tutto questo, investendo il capitale politico necessario per realizzare l’allargamento e avviando i preparativi per la riforma dell’Unione.

Il processo di allargamento e le riforme interne sono strettamente correlati. Tuttavia, non dovrebbero bloccarsi a vicenda.

La risoluzione indica la necessità di stabilire scadenze “chiare e prevedibili” per l’adesione dei candidati più avanzati.

Sì, credo sia importante stabilire una posizione di partenza forte. Nei negoziati di adesione non si sa mai quanto tempo potrebbe servire, quali questioni potrebbero presentarsi o quanto potrebbe essere difficile trovare un consenso tra gli Stati membri – soprattutto quando si parla di soldi.

I negoziati di adesione sono un processo molto fluido, ma non possiamo condurli senza avere in mente nessun limite di tempo.

La risoluzione fa più volte riferimento al nuovo dinamismo generato dall’invasione russa dell’Ucraina. In caso di adesione accelerata di Kyiv, che cosa ne sarebbe del tradizionale approccio al processo di adesione basato sul merito?

Dal punto di vista procedurale il prossimo allargamento sarà diverso: dobbiamo tenere conto della dimensione strategica e geopolitica, che non è mai stata importante come ora.

Il principio del merito non può essere escluso dai negoziati, ma allo stesso tempo la sicurezza dell’Ucraina è strettamente legata a quella europea. Oggi gli ucraini dipendono da noi, ma molto presto potrebbe essere il contrario.

Certo non dobbiamo trascurare gli altri Paesi candidati. Del resto nessuno sarà ignorato se si applica il principio del merito.

Quali sono le riforme interne più urgenti da realizzare?

Per quanto riguarda il processo decisionale, dobbiamo passare più spesso a votazioni a maggioranza qualificata [rispetto alle decisioni prese all’unanimità, ndr]. Siamo già gravemente paralizzati dagli interessi nazionali, che sono esclusivamente di natura politica – basti guardare al comportamento del governo ungherese di Viktor Orbán.

Anche alcune politiche settoriali, in particolare le più costose per il bilancio dell’UE, saranno influenzate dal prossimo allargamento. Per esempio, se si applicassero le regole attuali alcuni Stati membri potrebbero trovarsi fortemente penalizzati riguardo alla distribuzione delle risorse della politica di coesione.

Considerate le disparità e la mancanza di coesione già molto evidenti in alcune parti dell’Unione, ci vorrà del tempo per capire di quale sostegno finanziario avranno bisogno i nuovi Stati membri. Occorrerà anche garantire il buon funzionamento del mercato unico.

Sarà necessaria una strategia molto precisa sulle clausole di salvaguardia. Nei nuovi trattati di adesione potremmo anche prevedere un periodo di tempo limitato da osservare prima che i nuovi Paesi entrino a pieno titolo nel processo decisionale dell’UE.

Questa soluzione però non dovrebbe portare a uno status di Serie B per i nuovi membri, dovrebbe se mai essere definita bene nei trattati.

A causa di controversie bilaterali, alcuni Stati membri pongono condizioni che rischiano di far deragliare il processo di allargamento. Che cosa ne pensa?

Sia nei Balcani occidentali sia nell’Europa orientale, si tratta di solito di questioni regionali e storiche che assumono una dimensione politica. Non possiamo accettare che la regola dell’unanimità produca ricatti, le questioni bilaterali devono rimanere fuori dai negoziati di adesione.

L’UE può comunque facilitare la risoluzione delle controversie. Senza cooperazione regionale non c’è cooperazione europea, per cui dobbiamo essere molto sensibili e non trascurare queste questioni particolari.

In caso di regresso democratico da parte di un Paese candidato, come può l’UE trovare un equilibrio tra il congelamento dei negoziati e la necessità di sostenere la società civile?

La società civile non deve mai essere ignorata o abbandonata, perché svolge un ruolo costruttivo e di allineamento ai valori dell’UE. Eventualmente, nei Paesi candidati possiamo sostenerla ideando strumenti di finanziamento molto flessibili e proattivi.

Nei Paesi che hanno aderito in passato non ricordo un coinvolgimento così significativo della società civile come si osserva nei Balcani occidentali, in Ucraina o in Georgia. Al contempo non possiamo trascurare eventuali passi indietro sul piano sociale, economico e politico.

È compito della Commissione europea monitorare la situazione. Abbiamo bisogno di un monitoraggio che indichi in tempo reale le condizioni dello stato di diritto e dei diritti fondamentali, così da non trascurare né ritardare la gestione di potenziali crisi.

Leggi anche