Ucraina: sport e politica, il confine dei simboli
Alle Paralimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 l’Ucraina partecipa con la delegazione più numerosa della sua storia: alla cerimonia di apertura ha scelto però di non sfilare con gli atleti russi e bielorussi, trasformando l’inizio dei Giochi in un nuovo capitolo della disputa tra sport e politica

shutterstock_2728770509
Paraolimpiadi Milano-Cortina © Buffy1982/Shutterstock
Il 6 marzo, all’Arena di Verona, la delegazione ucraina non era presente alla cerimonia di apertura dei XIV Giochi Paralimpici Invernali di Milano-Cortina. Il boicottaggio, annunciato il 19 febbraio dal Comitato paralimpico nazionale dell’Ucraina, è arrivato in seguito alla decisione del Comitato paralimpico internazionale di autorizzare gli atleti di Russia e Bielorussia a tornare a competere sotto le proprie bandiere nazionali, e non più come “atleti individuali neutrali”.
Per la prima volta dall’inizio dell’invasione su larga scala del 24 febbraio 2022, la bandiera russa è così tornata in un’arena olimpica internazionale con piena legittimità istituzionale.
A sostegno dell’Ucraina, sono subito arrivate le dichiarazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani e del ministro dello Sport Andrea Abodi. Insieme ad altri 33 Paesi e alla Commissione europea, hanno espresso il loro disaccordo con la decisione del Comitato, sottolineando che “la continua violazione da parte della Russia del cessate il fuoco e degli ideali olimpici e paralimpici, sostenuta dalla Bielorussia’, è incompatibile con la partecipazione dei suoi atleti ai Giochi, se non come atleti individuali neutrali”.
La risposta di Mosca non si è fatta attendere. Secondo i vertici del Cremlino, come riportato dall’agenzia di stato russa RIA Novosti tramite Radio Svoboda, le dichiarazioni dei ministri italiani rappresenterebbero una chiara manifestazione di “codarda accondiscendenza” alle “richieste sempre più provocatorie del vile regime di Zelens’kyj”, nonché a una grave violazione dei principi della Carta olimpica.
Il paradosso della neutralità
Il confronto tra sport e politica era già emerso durante le Olimpiadi di febbraio. Lo skeletonista ucraino Vladyslav Heraskevyč, a poche ore dalla gara, è stato squalificato perché sul casco aveva fatto stampare i ritratti di alcuni atleti ucraini caduti in guerra. Un gesto che il Comitato olimpico internazionale ha giudicato “simbolo politico”; la stessa presidente, Kirsty Coventry, ha difeso la linea dell’istituzione, ribadendo che l’obiettivo del movimento olimpico deve essere “mantenere lo sport un terreno neutrale”.
A pochi giorni dall’inizio delle Paralimpiadi, però, è arrivato un secondo episodio che ha riportato i riflettori sull’Ucraina. Anche in questo caso al centro della controversia c’era un simbolo.
Il Comitato paralimpico dell’Ucraina aveva preparato una divisa da cerimonia per la propria squadra sulla quale era stampata la mappa del Paese, completa di tutte le sue regioni amministrative, Crimea e Donbas inclusi. Un disegno che riproduce i confini dell’Ucraina riconosciuti dal diritto internazionale, ma che viene però bocciato dal Comitato olimpico internazionale. La motivazione ufficiale è che la mappa di un Paese rientra nella categoria dei “messaggi politici o slogan legati all’identità nazionale” e, in quanto tale, è vietata ai sensi del regolamento sulla neutralità sportiva.
La mappa dell’Ucraina – il cui territorio è parzialmente occupato militarmente dal 2014 – viene considerata un simbolo politico. La bandiera della Russia – il Paese che ha lanciato una guerra di aggressione su vasta scala nel 2022 – torna invece a sventolare nelle arene olimpiche. Entrambe decisioni che sono state prese dallo stesso organismo internazionale, nello stesso anno e nella stessa edizione dei Giochi.
Il Comitato olimpico difende questa linea con un principio semplice: la neutralità sportiva deve valere per tutti. Russia compresa. Ma quando la normalità da cui si parte è una guerra ancora in corso, la neutralità smette di essere soltanto una regola sportiva.
Chi decide cosa è “politico”
Lo sport ha sempre sostenuto di restare fuori dalla politica: “lo sport è sport”, è il mantra ripetuto da dirigenti e federazioni.
La storia, però, racconta qualcosa di diverso. Il boicottaggio americano delle Olimpiadi di Mosca 1980, quello sovietico di Los Angeles 1984, l’esclusione del Sudafrica durante l’apartheid, la Germania divisa tra Est e Ovest che sfilava in delegazioni separate: sono stati tutti episodi profondamente politici.
Negli ultimi anni è cambiato soprattutto il modo in cui viene tracciato il confine tra simbolo sportivo e simbolo politico. Sempre più spesso quella linea appare selettiva, e spesso sfavorevole per chi si trova dalla parte della vittima.
Il caso di Heraskevyč è emblematico. Il casco con i ritratti degli atleti morti in guerra è stato giudicato “politico”. Ma cosa significa politico in questo contesto? Significa ricordare che la guerra esiste, che ha delle conseguenze e che uccide delle persone. Se ricordare i morti diventa un atto politico, la neutralità rischia di trasformarsi in un modo per rimuovere quella realtà dal campo visivo internazionale.
La lenta riabilitazione
Quello che sta accadendo nello sport internazionale somiglia sempre meno a una gestione temporanea delle sanzioni e sempre più a una lenta riabilitazione. Dopo l’esclusione quasi totale decisa nel 2022, Russia e Bielorussia stanno infatti progressivamente rientrando nel sistema delle competizioni globali: prima con gli “atleti neutrali”, poi con aperture sempre più esplicite alla restituzione di bandiere e simboli nazionali.
Il processo non avviene attraverso una decisione unica e dichiarata, ma per accumulo di eccezioni, revisioni regolamentari e prese di posizione politiche. Nello sport internazionale la normalizzazione raramente arriva con un annuncio ufficiale: prende forma gradualmente, con il ritorno alla routine delle competizioni.
Tuttavia, non è solo il Comitato olimpico a muoversi in questa direzione. A febbraio 2026, Gianni Infantino, presidente della FIFA, ha dichiarato pubblicamente che va rivista l’esclusione di Mosca dai tornei internazionali, perché “ha creato solo più frustrazione e odio”. Parole che molti osservatori leggono come il segnale di una normalizzazione nello sport internazionale.
Alcune organizzazioni sportive internazionali, come la federazione internazionale dell’atletica leggera, mantengono ancora divieti per gli atleti russi; altre, invece, hanno iniziato ad allentare le restrizioni.
Il segnale è chiaro: le istituzioni sportive internazionali, che avevano preso posizioni relativamente nette dopo il febbraio 2022, sembrano oggi muoversi con maggiore cautela. Non perché la guerra sia finita, né perché la Russia abbia assunto responsabilità, ma perché con il passare del tempo la pressione per una “normalizzazione” tende ad affermarsi.
Il prezzo della dignità
Di fronte a tutto questo, l’Ucraina si trova in una posizione difficile: boicottare del tutto i Giochi significherebbe rinunciare alla presenza internazionale dei propri atleti; ma partecipare come se nulla fosse sarebbe altrettanto ipocrita.
La soluzione adottata di gareggiare senza sfilare alla cerimonia è quindi una forma di protesta che non rinuncia alla competizione: serve a dimostrare che gli ucraini sono presenti in silenzio, a guardare mentre, celebrando l’unità olimpica, sventola la bandiera del Paese che li bombarda.
Dopo la squalifica, Heraskevyč ha commentato con una frase che riassume bene il senso della vicenda: “Questo è il prezzo della nostra dignità”.
Nel frattempo, mentre la guerra continua e l’Ucraina combatte ancora sul proprio territorio, la bandiera del Paese che ha lanciato l’invasione torna lentamente a sventolare nelle arene sportive internazionali. Qualcuno la chiamerà sport, qualcun altro politica. Ma la linea che separa le due cose, ormai, è sempre più sottile.
In evidenza
- Libertà dei media
- Ecologia femminista








