Berlinale, domina il cinema turco
Trionfa il cinema turco nel Film Festival di Berlino, in un’edizione partita sottotono per poi rivelare titoli interessanti. Orso d’oro a “Yellow Letters”, dramma politico che porta letteralmente la Turchia in Germania, Orso d’Argento a “Salvation – Kurtulus”, storia di faide nel mondo rurale

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Yellow Letters, locadina - dal web
Turchia dominatrice al 76° Film Festival di Berlino: i due film turchi presentati in concorso hanno ricevuto i due premi maggiori dalla giuria presieduta da Wim Wenders. L’Orso d’oro è andato a “Gelbe Briefe – Yellow Letters” di İlker Çatak, una produzione maggioritaria tedesca diretta dal cineasta tedesco d’origine anatolica conosciuto per “La sala professori”.
“Salvation – Kurtulus” di Emin Alper, che ha ricevuto l’Orso d’argento Gran premio della giuria, è una coproduzione tra Turchia, Francia, Olanda, Grecia, Svezia e Arabia Saudita ambientata in un piccolo villaggio dilaniato da una faida.
Già nel 2004 aveva vinto una produzione turco-tedesca, “La sposa turca” di Fatih Akin, mentre l’Orso d’oro è andato in Turchia nel 1964 con “L’estate arida” di Metin Erksan e nel 2010 con “Bal – Miele” di Semih Kaplanoglu.
Quest’anno è un segno netto in una competizione tra 22 lungometraggi, senza grandi nomi o vincitori annunciati, ma con i due suddetti tra i meglio accolti del lotto, tra i più interessanti di una selezione sotto tono nei primi giorni che si è risollevata nella seconda settimana.
Yellow Letters
“Yellow Letters” è originale e sulle prime disorientante per la scelta di girare in Germania una vicenda ambientata in Turchia e con due città che recitano il ruolo di altre: come specificano le didascalie, “Berlino è Ankara”, mentre “Amburgo è Istanbul”.
Anche le metropoli recitano in una vicenda nell’ambiente del teatro, con la riambientazione che permette al regista di filmare liberamente una pellicola dichiaratamente politica e molto critica verso il governo di Recep Tayyip Erdoğan (che non è mai nominato) e la sua rete di potere.
L’attrice Derya e il drammaturgo Aziz costituiscono una coppia di lungo corso e di successo, all’apice della carriera artistica. La pellicola si apre con la prima del nuovo spettacolo, che va in scena con grande successo, mentre un misterioso e influente governatore è presente in platea.
Al termine la donna si sottrae a una fotografia con il politico e per i due iniziano a concretizzarsi accuse di vario tipo, dall’aver partecipato a una manifestazione per la pace all’aver espresso le loro opinioni sui social.
La pressione intorno a loro cresce, tanto da essere sospesi dal teatro e pure dai loro incarichi di insegnanti universitari. Non sono più in grado di far fronte al mutuo per la casa, devono lasciare Ankara e tornare a stare a Istanbul nell’appartamento con la madre di lui, a condividere gli spazi anche con la figlia Ezgi di 14 anni, ribelle verso i genitori e poco interessata a quel che fanno.
L’unica speranza di un aiuto economico per superare il momento difficile risiede nel fratello di Derya, Salih, tradizionalista e fervente musulmano. “Yellow Letters (Lettere gialle)” sono le denunce che arrivano e il titolo dello spettacolo che Aziz, processato come “nemico del governo”, inizierà a scrivere.
Il film pone tante domande molto attuali: la magistratura deve essere allineata alla politica? L’arte può scendere a compromessi? Il teatro può salvare il mondo?
Memorabili le scene della cena di famiglia durante il Ramadan e della moschea, dopo la preghiera, che si trasforma in luogo di incontri e anche di affari.
Il film di Çatak è di respiro più largo e forse più coeso de “La sala professori”, riuscendo a delineare bene anche i personaggi dei familiari oltre che dei due protagonisti. La camera molto mobile trasmette al dramma l’atmosfera e la tensione di un thriller, che mostra la pervasività di un potere che resta quasi invisibile ma raggiunge con i suoi tentacoli ogni ambito della vita civile.
Il film ha ricevuto pure il Guild Film Prize da parte di una giuria parallela.
Salvation – Kurtulus
Emin Alper, regista già più volte selezionato alla Berlinale, noto per “Beyond The Hill” (2012), “Abluka” (premiato alla Mostra di Venezia nel 2015), “A Tale Of Three Sisters” (2019) e “Burning Days” (2022), si è confermato con “Salvation – Kurtulus”.
Un dramma rurale solido nell’impianto e di presa emotiva collocato nell’isolato villaggio di Pingan, dove l’esercito combatte non meglio identificati “terroristi” con la collaborazione degli abitanti locali.
Riemerge però la vecchia faida tra il clan prevalente degli Hazeran e i Bezari: questi ultimi erano i vecchi padroni delle terre che si erano trasferiti in città, ma ora stanno tornando e accampano vecchie pretese sulla campagna.
Nei dintorni cominciano a verificarsi fatti strani, come incendi, sparizioni e morti, con un crescendo di violenza e tensione a partire da odi radicati e mai risolti. Emerge come protagonista Mesut, che aspetta un figlio dalla moglie e sfida il fratello sceicco e capo villaggio sul come affrontare la minaccia dei rivali.
L’uomo è assalito da visioni e sogni strani e tormentato da una diceria relativa ai figli gemelli. Alper conferma di saper rappresentare e descrivere un mondo rurale ancorato al peggio del passato e costruire una tensione che regge fino all’ultimo.
Nina Roza
C’è un po’ di Italia nell’Orso d’argento per la sceneggiatura a “Nina Roza” della canadese Geneviève Dulude-de Celles, ambientato tra il Canada e la Bulgaria. unica coproduzione italiana vede Chiara Caselli nel piccolo ruolo di un’agente d’arte.
Mihail è un curatore d’arte d’origine bulgara che vive a Montreal da 28 anni e ormai si fa chiamare Michel. Non è più tornato nel Paese natale e si sorprende che la figlia Roza / Rose cerchi di insegnare il bulgaro al figlio piccolo.
All’improvviso gli segnalano la bambina prodigio Nina che vive in un villaggio, così, dopo qualche tentennamento, parte per andare a verificare di che si tratti. Diffidente sulla vera natura delle opere, indaga sulla madre della ragazzina che decora ceramiche e sul piccolo centro abitato così lontano dalle correnti artistiche.
Intanto un’agente italiana vuole investire su Nina e portarla in Italia per farla studiare. Mihail si era staccato dalle radici e deve tornare a confrontarsi con il passato lasciato alle spalle, compresa la sorella maggiore che non aveva più visto. Un film sul prendersi cura dell’arte e delle persone, con il titolo che suggerisce già un parallelo tra la figlia e la bambina artista.
Plan contraplan – Shot Reverse Shot
Il romeno Radu Jude conferma una prolificità e un eclettismo davvero rari nel panorama contemporaneo. Il suo “Plan contraplan – Shot Reverse Shot”, realizzato in collaborazione con lo storico Adrian Cioflâncă, figurava nel concorso Cortometraggi pur senza ricevere premi.
Un campo e controcampo, come dichiara il titolo, sui viaggi del fotogiornalista americano Edward Serotta in Romania negli anni ‘80. La prima volta andò per qualche giorno a dicembre 1985, ufficialmente alla ricerca di monumenti che testimoniassero la Seconda guerra mondiale.
Trovò poco di quanto cercava, fotografò la spianata vuota dove sarebbero sorti il viale della Vittoria del socialismo e il palazzo del Parlamento e si interessò alla gente, soprattutto alla comunità ebraica nella capitale.
Il corto è diviso in due parti, una con le fotografie in bianco e nero e la voce di Serotta che rivive quei giorni, le sue intenzioni, le aspettative, le difficoltà incontrate e le sorprese. Più avanti si scopre come la Securitate lo tenesse d’occhio, come lo fotografasse ovunque, anche quando il giornalista (consapevole dell’essere controllato e più volte oggetto di perquisizioni e sequestri di pellicole) non ne era consapevole.
Un’attrice nel film legge le schede compilate sul viaggio di Serotta, descrivendolo nei particolari, compreso un incidente, arrivando a concludere che l’osservato non mostra di avere una “cultura profonda” e che non lo ritengono pericoloso.
Due parti speculari sull’atto del guardare, un film intrinsecamente teorico come quasi sempre Jude, da una parte quella curiosa ed esplorativa, dall’altra quella asettica, fredda e burocratica della sorveglianza.
Traces
Importante il Premio del pubblico della sezione Panorama al documentario ucraino “Traces” di Alisa Kovalenko e Marysia Nikitiuk. La regista già autrice “Alisa in Warland” e “We Will Not Fade Away” ha filmato le attiviste dell’associazione Sema, di cui ella stessa fa parte.
È l’ottobre 2023 e Iryna Dovhan, fondatrice del gruppo nel 2019, si muove a partire dalla regione di Kherson per raccogliere le testimonianze di donne violentate dai soldati russi. Si tratta di racconti dolorosi, a tratti anche difficili da ascoltare e a volte così duri che le donne non sono inquadrate in volto mentre ricostruiscono quanto accaduto.
Spesso le vittime sono state assalite in casa o nei dintorni delle loro abitazioni, anche picchiate e torturate dopo l’uccisione di mariti o figli. Storie strazianti che confermano come lo stupro sia dai russi usato in maniera sistematica come arma di terrore sui civili, come accadde in Bosnia.
Il documentario vuole far conoscere l’attività di Sema ma non si limita a essere promozionale o didascalico, ma sa usare le immagini della campagna d’inverno, il ghiaccio, il vento e il vuoto per rendere il gelo e la solitudine delle vittime di stupri.
Le componenti del gruppo, che sono triplicate tra il 2022 e il 2023, si aiutano tra loro, vogliono testimoniare, far conoscere ciò che è accaduto, sulla falsariga del loro slogan “Non stare in silenzio”.
Un lavoro che è sostegno a quante hanno sofferto e soffrono, ma pure documentazione dei crimini di guerra. L’unico modo per superare i traumi è andare avanti, si ripete in più occasioni, e “Traces” vuole mandare un messaggio di speranza e di primavera e fioritura, nonostante tutto.
Menzione speciale nella sezione Generation Kplus dedicata al cinema per giovani e ragazzi al romeno “Atlasul universului – Atlas of the Universe” di Paul Negoescu e premio della giuria Cicae Art Cinema per Forum all’altro romeno “De capul nostru – On Our Own” di Tudor Cristian Jurgiu.
E gli altri…
Senza premi ma degno di interesse il turco “Günyüzü – Hear The Yellow” di Banu Sivaci, presentato sempre nel Forum degli indipendenti. La cantante cinquantenne Suna viaggia in auto da Istanbul al villaggio natale, nel sud ovest della Turchia, portandosi la gatta Leyla.
Si reca al matrimonio di Ismet, figlio del fratello Ayhan. Il paese, che sorge in un’area spoglia, formata da profonde depressioni, piccoli rilievi e laghi che si stanno ritirando, è attraversato da una spaccatura nel terreno che mette in pericolo la tenuta degli edifici.
La vecchia casa di famiglia di Suna è per prima interessata da una fenditura che la rende instabile e questo rappresenta una chiara metafora nel film: c’è qualcosa di profondo con cui la protagonista si deve confrontare.
Mentre i geologi studiano le cause dell’apertura della faglia, dovuta forse alla siccità, Suna si avvicina e osserva l’anziano vicino Bekir, ormai affetto da demenza senile e assistito dalla figlia musicista Fidan, che accusa per la morte della sorella avvenuta molti anni prima.
La regista, al secondo film dopo “Güvercin” del 2018, si confronta con schemi e temi ricorrenti del cinema turco contemporaneo, a partire dal ritorno e dal confronto tra campagna e città. La prima è quasi sempre percepita come il luogo dove il passato si raggruma, la seconda dove ce lo si lascia alle spalle: solo il ritorno permette un confronto e forse un superamento.
La cerimonia di nozze diventa poco più che l’occasione, del resto nel film occupa poco spazio, per un faccia a faccia: la donna si ferma più a lungo, si muove in bicicletta tra le case e sulle strade sterrate, alimentando pure qualche cattiva voce sul suo conto, e, soprattutto, cerca il modo per strappare una confessione al vicino.
Intanto il fratello, che non vuol sentire parlare della tragedia familiare, si lancia in un investimento sull’allevamento di bufale da latte, pur senza possedere una vera conoscenza del settore; mentre il nipote Ismet è interessato a realizzare video e storie per i social, più che dedicarsi alla moglie, e sogna di trasferirsi a Istanbul con la zia.
“Hear The Yellow” racconta il passato da cui non ci si libera, i sensi di colpa e la rabbia della protagonista verso il villaggio, la verità mai venuta a galla. Chi è rimasto al villaggio e chi è andato via si accusa reciprocamente, entrambi credono che gli altri siano quelli fortunati e non capiscono i punti di vista e il vissuto altrui.
Se la protagonista recita molto trattenuta, la regista si sofferma anche sui paesaggi molto belli. Anche qui c’è un parallelo tra Suna e Fidan, non solo perché entrambe si occupano di musica, tanto che si somigliano fisicamente.
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