L’impatto di Chernobyl sull’Europa centro-orientale
Oltre a provocare gravi problemi sanitari, la catastrofe di Chernobyl contribuì alla nascita di movimenti ambientalisti e alla delegittimazione dei regimi nei Paesi socialisti. L’energia nucleare rimane però tuttora popolare nella regione

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Interno di una torre di raffreddamento dell'ex centrale nucleare di Chernobyl (© Chawranphoto/Shutterstock)
(Questo articolo è stato originariamente pubblicato da Prismag nell’ambito delle reti tematiche di PULSE.)
«Mi sono interessato alle conseguenze dell’incidente di Chernobyl in Bulgaria per una questione personale. All’inizio di maggio 1986 avevo quindici anni ed ero studente di liceo a Sofia. Subito dopo le piogge radioattive, la mia classe venne mandata a lavorare nei campi. Ogni mattina un autobus ci portava a raccogliere spinaci ed erba cipollina. Quattro miei compagni sono poi morti di cancro», racconta Dimitar Vatsov all’inizio della nostra conversazione.
Vatsov insegna alla New Bulgarian University di Sofia, e sostiene che «la Bulgaria fu l’unico Paese del blocco socialista a non adottare misure dopo il disastro. Per questo, sebbene un rapporto Onu la classifichi all’ottavo posto tra gli Stati più colpiti dalle radiazioni, la Bulgaria registra il più alto tasso di tumori alla tiroide tra i bambini al di fuori dell’ex Urss».
All’1:23 del 26 aprile 1986, il nocciolo del reattore numero quattro della centrale nucleare di Chernobyl – nei pressi del confine tra le repubbliche sovietiche di Ucraina e Bielorussia – si fuse ed esplose, distruggendo parte dell’impianto. Enormi quantità di sostanze radioattive furono liberate nell’atmosfera, e oltre 200.000 persone dovettero essere evacuate dalle aree circostanti. Trasportata dal vento, la nube radioattiva contaminò vaste zone d’Europa, con le ricadute più pesanti in Ucraina, Bielorussia e Russia. Nelle popolazioni esposte si registrarono aumenti di malattie tiroidee e tumori; altri effetti sanitari a lungo termine restano difficili da quantificare.
Il silenzio delle autorità bulgare
La nube radioattiva raggiunse i Balcani già il 1° maggio, ma fino al 7 maggio le autorità bulgare non fecero alcun annuncio. Nelle successive comunicazioni ufficiali si sostenne che la contaminazione ambientale era minima e non richiedeva misure speciali.
«Per fare un confronto, Ceaușescu avvertì i romeni del rischio di contaminazione già il 2 maggio. Lo stesso accadde in Jugoslavia, dove alle donne incinte e ai bambini fu chiesto di restare in casa e furono raccomandate precauzioni di base, come lavare il cibo fresco. In Bulgaria, invece, si verificò un blackout informativo totale», commenta Vatsov.
Nel 1986 il fisico nucleare Georgi Kaschiev lavorava alla centrale di Kozloduy, nel nord-ovest della Bulgaria, tuttora l’unico impianto nucleare del Paese. Ricorda bene quel giorno: «L’unico comunicato che ricevemmo diceva che c’era stato un incendio a Chernobyl, ma era stato spento». Grazie a un’antenna installata al nono piano del suo palazzo, però, Kaschiev riceveva la televisione jugoslava: «Le notizie suggerivano che l’incidente era molto più grave. Si vedevano immagini del reattore distrutto e mappe della nube radioattiva, e si diceva che la Jugoslavia aveva inviato aerei per evacuare i propri studenti da Kyiv». Mentre il silenzio ufficiale continuava, in privato gli ingegneri invitavano i parenti a prendere precauzioni di base, spesso senza essere creduti.
I documenti d’archivio oggi accessibili mostrano che il governo bulgaro monitorava in realtà con attenzione l’evoluzione del disastro e la contaminazione in corso in Europa e nel Paese. «L’unica spiegazione plausibile [del silenzio] è che le autorità bulgare temevano che rivelare la reale portata della contaminazione avrebbe causato panico e possibili disordini politici. Oltre a questo, posso solo parlare di una forma di debolezza morale delle élite al potere, che mostrarono disprezzo per il resto della popolazione», spiega Vatsov.
Nel 1986 l’attivista ambientale Petko Kovachev stava svolgendo il servizio militare obbligatorio. Ricorda che l’esercito reagì con rapidità : «All’improvviso smettemmo di mangiare cibo fresco, in mensa ci servivano solo scatolette. Le attività all’aperto furono cancellate e ci ordinarono di misurare i livelli di radiazione attorno alla base, ma non ci spiegarono mai cosa stesse succedendo».
Liliana Prodanova era invece una scienziata che lavorava presso l’Istituto di fisica dello stato solido. «Mio marito era prorettore dell’Università tecnica di Sofia. Anch’io ero fisica, quindi capivamo molto bene le implicazioni della contaminazione. Prendemmo precauzioni in silenzio, come lavare il cibo. Rimuovemmo anche il terreno contaminato attorno alla nostra casa di campagna. Quell’anno non piantammo nulla».
Gli scienziati e l’attivismo ambientale
Secondo Dimitar Vatsov, «prima dell’incidente di Chernobyl non c’erano veri dissidenti in Bulgaria. Ma la consapevolezza di essere stati ingannati dalle autorità e di essere stati esposti a gravi rischi sanitari ha plasmato l’impegno politico di un’intera generazione, soprattutto all’interno della comunità scientifica».
In particolare, nel 1989 nacque Ecoglasnost, un movimento civico per la tutela dell’ambiente in Bulgaria. Organizzò petizioni e manifestazioni, tra cui un raduno a Sofia che è considerato una delle prime mobilitazioni civiche aperte contro il regime comunista. Il movimento ampliò presto le proprie richieste alle libertà civili e alle riforme democratiche e giocò poi un ruolo nella transizione.
Il coinvolgimento della comunità scientifica nelle lotte ambientali fu uno dei tratti distintivi degli ultimi anni del regime bulgaro. Si era già manifestato nella città di Ruse, dove l’inquinamento provocato da un impianto chimico aveva scatenato proteste diffuse e aveva portato alla nascita di un comitato per la protezione dell’ambiente, la prima organizzazione informale tollerata sotto il comunismo. Anche in altri Paesi del blocco sovietico, come l’Ungheria, l’impegno degli scienziati contro l’inquinamento e le devastazioni della natura contribuì a rendere la critica ambientale una forma legittima – seppur attentamente delimitata – di partecipazione pubblica nel tardo socialismo.
Reazioni negli altri Paesi socialisti
In Polonia la catastrofe di Chernobyl fece da catalizzatore per la mobilitazione politica e contribuì alla nascita di un movimento antinucleare di massa, in particolare contro il progetto della centrale di Żarnowiec, che avrebbe dovuto diventare nel 1990 il primo impianto nucleare del Paese. A partire dal 1986 gruppi ecologisti locali e nazionali organizzarono manifestazioni, campagne di informazione, blocchi stradali e persino scioperi della fame, coinvolgendo ampi settori della società e figure pubbliche di primo piano come Lech Wałęsa, leader di Solidarność. Le autorità si trovarono costrette a indire un referendum, in cui oltre l’86 per cento dei votanti si espresse contro il progetto della nuova centrale, che nel 1990 fu effettivamente interrotto.
Come rileva lo studioso Kacper Szulecki nel libro The Chernobyl Effect, le lotte ambientaliste degli anni Ottanta riflettevano trasformazioni generazionali e culturali più profonde. La gestione sovietica dell’incidente di Chernobyl delegittimò in modo definitivo il già fragile controllo di Mosca sulla Polonia, galvanizzando l’opposizione.
In Ungheria Chernobyl invece non diede origine a un movimento antinucleare di massa, né mise in discussione il programma nucleare del Paese. Mentre la comunicazione ufficiale riguardo all’incidente nucleare restava limitata e rassicurante, scienziati e professionisti della sanità iniziarono a registrare gli effetti della contaminazione e a scambiarsi informazioni in modo informale. Questo scarto tra la consapevolezza degli esperti e le comunicazioni delle autorità accelerò l’erosione della legittimità del regime. Le tematiche ambientali divennero un canale per sollevare temi più ampi di responsabilità e trasparenza, e così entro la fine degli anni Ottanta emersero reti e iniziative ambientaliste che avrebbero poi intersecato la transizione alla democrazia.
Anche in Cecoslovacchia la catastrofe di Chernobyl influenzò i movimenti ecologisti locali, che sarebbero diventati attori importanti nella rivoluzione del 1989. Poiché quei movimenti erano in larga parte concentrati su temi come l’impatto sanitario dell’inquinamento industriale, la contaminazione dell’acqua o i danni al paesaggio causati dall’attività mineraria, il regime li considerava relativamente innocui rispetto ad altri dissidenti. Dopo Chernobyl, però, quelle che prima erano preoccupazioni ecologiche locali si trasformarono in sfiducia sistemica.
Il cinismo della nomenklatura
La gestione delle conseguenze di Chernobyl in Bulgaria mise in luce disuguaglianze profonde nell’accesso alle informazioni e alla protezione sanitaria. Secondo Dimitar Vatsov, «la fascia più alta della nomenklatura non fu mai in pericolo, perché furono adottate misure speciali. Il cibo veniva importato dall’estero e testato, e i suoi membri venivano riforniti con acqua minerale da falde profonde. L’esercito applicò misure meno rigorose, ma comunque tali da ridurre l’esposizione. Il resto della popolazione fu tenuto nella totale ignoranza».
Un simbolo di questo cinismo fu la decisione di mantenere le tradizionali parate del 1° maggio anche nel 1986. A Sofia molti bambini marciarono sotto una pioggia radioattiva e in tutto il Paese si svolsero numerosi eventi sportivi di propaganda, tra cui le cosiddette “maratone della salute”. Le brigate giovanili, composte da ragazzi tra i 15 e i 25 anni, erano obbligate a svolgere lavori fisici in campagna o nei cantieri almeno due volte l’anno: si stima che circa 365.000 giovani siano stati esposti alle radiazioni in questo modo.
Anche in Polonia le autorità decisero di mantenere le celebrazioni del 1° maggio. Giornali e media di Stato invitarono i cittadini a partecipare, insistendo sull’assenza di pericoli per la salute pubblica. D’altronde, il primo riferimento ufficiale all’incidente di Chernobyl era comparso solo tra il 29 e il 30 aprile, limitandosi ad affermare: «C’è stato un incidente nella centrale nucleare in Ucraina. Le vittime sono state assistite. Tutto è sotto controllo». Allo stesso tempo, però, il governo polacco distribuì in silenzio milioni di dosi di iodio protettivo e limitò la vendita del latte, segno che i rischi di contaminazione erano ben noti.
Dieci anni dopo, un’indagine medica rivelò che circa il 22 per cento dei giovani polacchi soffriva di disturbi alla tiroide, con una percentuale vicina al 40 per cento nelle regioni nord-orientali.
Anche in Ungheria le autorità si mossero con cautela, privilegiando la tutela della calma pubblica e l’osservanza delle celebrazioni del 1° maggio. Non furono emessi comunicati pubblici, i media ufficiali ridimensionarono la portata dell’incidente, e le celebrazioni si svolsero come previsto. Dietro le quinte gli scienziati registravano valori di radioattività elevati e rilevavano l’arrivo di piogge radioattive, ma le misure protettive rimasero limitate e disomogenee. La Cecoslovacchia seguì inizialmente lo stesso schema.
Il nucleare in Bulgaria dopo il 1989
La gestione catastrofica di Chernobyl mise a nudo l’indecenza del regime comunista. Nel dicembre 1991, dopo che il regime era caduto, la Corte suprema di Sofia condannò l’ex ministro della Sanità Lyubomir Shindarov e l’ex vice primo ministro Grigor Stoichkov per negligenza criminale, per aver ingannato l’opinione pubblica. Furono gli unici alti funzionari del regime a essere processati e condannati a pene detentive.
Benché l’incidente di Chernobyl abbia avuto un serio impatto sulla società bulgara, non produsse un movimento antinucleare su larga scala. La centrale di Kozloduy, ristrutturata e ancora operativa, è oggi percepita come una fonte di orgoglio nazionale. L’attivista ambientale Petko Kovachev, vicino all’Ong Za Zemiata e alle reti antinucleari, sostiene che il sostegno popolare al nucleare in Bulgaria è trainato dalle preoccupazioni per l’indipendenza energetica e per il basso costo dell’elettricità , più che da valutazioni scientifiche o etiche.
In questo contesto, sta procedendo il progetto per costruire una nuova centrale nucleare a Belene, approvato anche da un referendum nazionale. In aggiunta, sono previsti due nuovi reattori a Kozloduy. Entrata in funzione nel 1970, la centrale oggi opera solo con i due reattori più recenti; i più vecchi sono stati abbandonati sotto la pressione dell’Unione europea, che ne fece una condizione per l’adesione della Bulgaria. Un tempo descritta come la centrale più pericolosa del mondo, Kozloduy oggi rispetta tutti i requisiti di sicurezza fissati dall’Aiea, anche se gli attivisti denunciano una mancanza di trasparenza sulla governance e sugli incidenti che coinvolgono l’impianto.
Questo articolo è stato prodotto nell’ambito di PULSE, un’iniziativa europea coordinata da OBCT che sostiene le collaborazioni giornalistiche transnazionali.Â










