(Il riccio / Flickr) 

Ha vinto per la prima volta le elezioni otto anni fa ed alle elezioni politiche in Turchia, il prossimo 12 giugno, otterrà con tutta probabilità nuovamente la maggioranza. Il politologo Hamit Bozarslan ci accompagna alle radici del fenomeno "Partito della giustizia e dello sviluppo" (Akp), del premier in carica Recep Tayyip Erdoğan

30/03/2011 -  Alberto Tetta

Com’è cambiata la Turchia da quando otto anni fa l’Akp ha vinto per la prima volta le elezioni?

Nel 2002 quando gli islamisti sono andati al governo tutti gli analisti si ponevano la stessa domanda: “Li lasceranno governare?”. Pochi anni prima nel 1997, un governo a guida islamista era stato costretto alle dimissioni dai militari. A cercare di sbarrare inutilmente la strada al nuovo tentativo capeggiato da Erdoğan oltre alla Corte costituzionale, c’erano i militari, l’intellighenzia kemalista, l’opposizione parlamentare guidata dal Chp (Partito repubblicano del popolo) e gli ultra-nazionalisti del Partito d’azione nazionalista (Mhp).

Poi nel 2007 un ulteriore passaggio di questo braccio di ferro: la corte costituzionale ha dichiarato illegittima l’elezione da parte del parlamento a guida Akp di Abdullah Gül come presidente della repubblica. L’Akp ha deciso allora di andare a elezioni anticipate, e la vittoria degli islamisti è stata schiacciante, sono passati dal 34% al 46% dei consensi.

Tra il 2002 e il 2008 sono stati tra l'altro progettati diversi colpi di stato da parte dei militari che però sono falliti. Per la prima volta nella storia della Turchia l’ideologia ultra-kemalista e l’esercito sono stati emarginati nello spazio politico turco. L’approccio islamista invece è divenuto egemone nel discorso politico turco e il partito di Erdoğan molto probabilmente vincerà le elezioni del 12 giugno, confermandosi alla guida del Paese per altri cinque anni di regno indiscusso.

Chi sono gli elettori dell’Akp?

Il partito di Erdoğan ha catalizzato intorno a sé interessi molto diversi. Nelle zone rurali gli islamisti moderati godono sia del sostegno della vecchia élite conservatrice, sia dell’appoggio di una nuova borghesia aperta al mondo nata negli ultimi dieci anni, un periodo di rapida crescita economica per la Turchia. Nelle città invece sono coloro che vivono nelle periferie, in passato più vicini alla sinistra, a sostenere l’Akp visto come uno strumento di emancipazione sociale. Infine sostiene l’Akp parte della comunità curda perché è l’unico partito, oltre agli autonomisti curdi del Bdp, che vuole la fine del conflitto militare nel sud-est a maggioranza curda.

Perché il partito di Erdoğan è diventato egemone in Turchia?

Il fattore principale che ha permesso all’Akp di affermarsi è stato la sua capacità di divenire stato. Nel 2002 la vittoria degli islamisti alle elezioni aveva determinato una situazione paradossale: l’Akp governava, ma era un partito dissidente che rappresentava l’anti-stato. La dicotomia tra stato e governo, propria dell’ideologia kemalista ufficiale, ha rafforzato l’Akp identificato come il partito del popolo che combatteva la burocrazia statale.

Otto anni dopo non possiamo più dire che l’Akp sia un partito fuori dallo stato, un partito dissidente, al contrario gli islamisti hanno elaborato una idea propria di stato, sono divenuti lo stato e sempre di più si autorappresentano come l’incarnazione dello stato e questa trasformazione ha avuto luogo attraverso l’emarginazione dell’élite kemalista che controllava il potere giudiziario, l’esercito e la politica ed era considerata il pilastro fondamentale dello stato.

L’operazione di divenire stato significa anche trasformare profondamente lo stato. Questo non significa che l’Akp abbia islamizzato le istituzioni, tutt’altro. Si è appropriato ideologicamente della rottura kemalista del 1923 ridimensionandone però il peso a favore di un’identità nazionale costruita intorno a un immaginario non esclusivamente legato alla storia della repubblica fondata da Atatürk, ma che ha assimilato anche l’eredità dell’Impero ottomano.

Quindi l’Akp non ha consenso perché la società turca si è islamizzata, come tanti in Europa sostengono, ma piuttosto perché gli islamisti sono stati in grado di costruire una nuova narrazione politica che è diventata egemone. Tuttavia c’è un rischio, più l’Akp produce un pensiero statalista meno ha bisogno della democrazia e si trasforma in un partito autoritario, non apertamente, e neanche in maniera calcolata, semplicemente la ragion di stato rischia di prevalere sulle domanda di democratizzazione che viene dalla società.

Quali sono le forze politiche che si oppongono alla politica del governo Erdoğan?

Il principale movimento d’opposizione è il Partito repubblicano del popolo (Chp) che si presenta come social-democratico, ma che durante gli anni duemila si è caratterizzato per una posizione proto-fascista e ultra-nazionalista. Oggi il Chp non è più guidato dal suo leder storico, Deniz Baykal, costretto ad abbandonare la politica a causa di uno scandalo sessuale, ma da Kemal Kılıçdaroğlu, un curdo alevita che però non ha mai avuto il coraggio di fare riferimento alla sua identità etnica e religiosa. Il Chp è ancora il punto di riferimento per un’élite kemalista ormai in declino. Non otterrà più del 20% dei consensi visto che non è in grado di elaborare una sintassi politica e un programma che possa mettere in difficoltà l’Akp.

Poi c’è il Partito di azione nazionalista, il Mhp di ultra-destra guidato da Devlet Bahceli, apertamente anti-curdo, anti armeno e anti-greco. Curdi, armeni, ebrei, greci e le altre minoranze sono considerati dagli ideologi del Mhp come una etno-classe che nella storia ha sempre represso i turchi sia come gruppo etnico che come gruppo sociale. Questa teoria fonda le sue radici nel darwinismo sociale. Le minoranze sono il nemico interno manipolato dai nemici esterni individuati nell’America e nell’Europa. L’Akp è visto come uno strumento delle potenze straniere per fare i propri interessi in Turchia. Le elezioni del prossimo 12 giugno saranno un test importante per il Mhp, non è chiaro se il partito che alle scorse elezioni aveva ottenuto il 15% dei voti, ora dato in calo di consensi, riuscirà a superare lo sbarramento al 10% necessario per entrare in parlamento.

Infine c’è il Partito della pace e della democrazia (Bdp) partito pro-curdo che alle elezioni amministrative del 2009 si è affermato come primo partito nel sud-est del Paese a maggioranza curda e a livello nazionale si aggira intorno al 5-6%. Il Bdp alla prossime elezioni presenterà candidati indipendenti per bypassare lo sbarramento e ottenere una rappresentanza parlamentare.

Gli intellettuali liberali di sinistra tanto attivi nella difesa dei diritti delle minoranze e nel processo di democratizzazione che ruolo hanno?

La sinistra liberale ha sostenuto con forza il sì al referendum costituzionale che ha sancito la perseguibilità dei militari per i crimini commessi durante il colpo di stato militare del 1980 e modifiche del sistema giudiziario. Gli intellettuali liberali, come Murat Belge, Ahmet Insel, Baskın Orhan, che hanno promosso la campagna “Yetmez ama, evet” ("Si, ma non basta", ndr) consideravano quelle modifiche necessarie, ma non sufficienti e ora vogliono una costituzione completamente nuova e l’abrogazione di quella nata dal colpo di stato. Tuttavia l’Akp sta ora occupando i gangli del potere e adottando una retorica autoritaria, gli intellettuali liberali quindi stanno prendendo le distanze dagli islamisti moderati. Il ruolo degli intellettuali liberali è fondamentale perché sono stati i primi a promuovere un dibattito vero su temi prima considerati tabù come il genocidio armeno e la questione curda, promuovendo un’idea multiculturale dell’identità nazionale. A livello politico tuttavia sono ancora una forza decisamente marginale.


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