Un passaggio di confine tra Slovenia e Croazia (Jhon C Bullas/flickr)

La Slovenia si trova in una difficile situazione, o applica severamente le regole di Schengen, venendo meno ad un approccio umanitario, oppure lascia passare i profughi, rischiando le ire europee

Stefano Lusa Capodistria

Il primo gruppo di 14 siriani è arrivato in Slovenia la scorsa settimana. La polizia li ha fermati mentre vagavano per l’autostrada che dal confine sloveno ungherese porta all’Austria. Accertato che non intendevano chiedere asilo in Slovenia sono stati immediatamente portati al Centro stranieri di Postumia, una  struttura chiusa, con le sbarre alle finestre e sorvegliata dalla polizia, che fino a qualche tempo fa si chiamava Centro per l’allontanamento degli stranieri.

I profughi da lì non possono uscire e le autorità, nei giorni scorsi, hanno tentato di riconsegnarli con scarsa fortuna agli ungheresi, che non se li sono voluti riprendere. Quando verranno rilasciati sarà loro presentato un conto di 20 euro, per le spese di vitto e alloggio, per ogni giorno passato nel centro. Se riusciranno ad evitare la deportazione potrebbero ottenere un permesso per muoversi liberamente in Slovenia, e  in questo caso non ci metteranno molto a proseguire il loro cammino. Alcune settimane fa la polizia slovena aveva fermato altri quattro siriani che viaggiavano in auto con un loro parente in possesso di un visto svizzero, erano diretti nella Confederazione elvetica. Il loro obiettivo era quello di abbandonare la Slovenia il prima possibile. Sono stati immediatamente multati e rispediti in Croazia, da dove arrivavano.

Corridoio umanitario

Il messaggio che Lubiana ha voluto dare è chiarissimo ed inequivocabile: noi rispetteremo le regole! Il premier Miro Cerar ha assicurato che la Slovenia non farà nulla che vada contro i principi di Schengen. Il Dnevnik, uno dei quotidiani più letti nel paese, gli ha indirettamente risposto con una nota, che occupa quasi tutta la prima pagina di giovedì, in cui si reclama l’apertura di un corridoio umanitario: “Nessuno si chiederà se di fronte alla più grande crisi umanitaria dopo la Seconda guerra mondiale, la Slovenia avrà rispettato le regole di Schengen e di Dublino (…) Ci si chiederà se la Slovenia ha tutelato le persone. Sarebbe, quindi sensato se questo piccolo paese, che diventerà (…) di transito, per primo dicesse no alla costruzione di nuove cortine di ferro”. Di tutt’altro tono Demokracija, il settimanale organico al centrodestra, che intesse lodi al premier ungherese Orban e chiede l’invio dell’esercito al confine, per evitare il caos.

I profughi oramai stanno bussando alle porte e tutti sembrano rendersene conto. Il paese sta organizzando centri per l’identificazione e sta pensando ad eventuali sistemazioni di fortuna. La Slovenia non è del tutto priva di esperienza nella gestione delle catastrofi umanitarie. Al tempo delle guerre jugoslave, infatti, decine di migliaia di persone trovarono rifugio proprio qui. Tanti andarono nelle apposite strutture, molti invece trovarono riparo a casa di amici o parenti.

In attesa di Bruxelles

Tutti si rendono conto che gestire la crisi non sarà facile. La Slovenia ovviamente vorrebbe che ci fossero chiare indicazioni da Bruxelles sul da farsi e la sensazione è che si stia per restare con il classico cerino in mano. A tutti è maledettamente chiaro che nessuno ha intenzione di rimanere qui e che i profughi sognano altri lidi, ma si sa anche che si è stati chiamati a fare il gioco sporco dell’Europa per difendere il confine di Schengen.

Lubiana in questi giorni ha reintrodotto i controlli al confine con l’Ungheria, lo ha fatto dopo che l’Austria aveva varato un analogo provvedimento per i valichi sloveni. Il messaggio lanciato da Vienna è stato inequivocabile: non sognatevi di farli arrivare a casa nostra. Al momento nessuno pensa di erigere barriere di filo spinato ai valichi con la Croazia e di spedire lì i reparti speciali o l’esercito, ma senza un contrordine con i migranti si seguiranno le regole. Una serie di complicate e farraginose norme fatte per essere applicate in situazioni normali, ma difficili da seguire di fronte a grandi numeri. Il rischio è quello di fare la figura dell’ennesimo insensibile paese dell’est Europa, che risponde con fredda indifferenza ad un’emergenza. Immagini di gente disperata, che cerca di fuggire di fronte ai controlli di polizia e dalle procedure d’identificazione, come era accaduto in Ungheria, da contrapporre a quelle dei “selfie” con i profughi dei politici tedeschi e a quelle dei poliziotti austriaci con in braccio dei bambini.

Opzione colabrodo

L’alternativa sarebbe quella di diventare consapevolmente una sorta di colabrodo, facendo formalmente finta di seguire le procedure, per poi chiudere un occhio, ma l’elasticità mediterranea non è una delle peculiarità degli sloveni. Si potrebbe addirittura, come chiede il Dnevnik, infischiarsene delle regole e tramutarsi in una specie di agenzia di viaggio, come hanno fatto i serbi e come potrebbero fare i croati, aiutando i profughi a trasferirsi verso le destinazioni volute. Si scoperchierebbe il tavolo e a quel punto il filo spinato, i reparti speciali ed eventualmente l’uso dei lacrimogeni sarebbe una questione che dovrebbero gestire gli austriaci.

Il rischio però sarebbe quello di far arrabbiare i potenti d’Europa. Contravvenire alle norme ed andare controcorrente, comunque, non sono certo caratteristiche tipiche della politica slovena, impegnata da sempre a cercare di giocare il ruolo del ligio scolaro che tenta di essere il primo della classe. In sintesi una situazione di lose-lose da cui appare oggettivamente difficile venirne fuori facendo bella figura.

E intanto i profughi stanno arrivando. Nella serata di ieri un treno con 150 persone è arrivato al valico sloveno-croato di Dobova. Le autorità slovene hanno cercato, senza successo, di riconsegnarli ai croati. A tarda notte i profughi sono stati portati al Centro stranieri di Postumia.


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