Empty classroom (foto Don Harder)

Empty classroom (foto Don Harder )

Decine di famiglie bosniaco musulmane hanno ritirato i propri figli dalle scuole che frequentavano in Republika Srpska. Reclamano l'insegnamento delle proprie materie nazionali. La protesta si è ora spostata a Sarajevo. Il nostro reportage

04/11/2013 -  Rodolfo Toè Sarajevo, Konjević Polje

Sono una quarantina di persone, famiglie con bambini al seguito. Da più di venti giorni vivono in una tendopoli improvvisata all'inizio di Zagrebačka ulica, davanti alla sede dell'Alto Rappresentante internazionale in Bosnia (OHR). C'è una cucina, con la quale preparano i pasti giornalieri. E ci sono curiosi, politici, giornalisti, gente che compare dicendo, semplicemente, "anche io sono nato a Konjević Polje", a prendere un caffè e esprimere la propria solidarietà.

Agli occupanti finora è andata, tutto sommato, bene. Il rigido inverno bosniaco è soltanto una minaccia, per il momento. I sarajevesi girano ancora in maglietta e in fondo per i bambini "questa situazione non è poi così malvagia". Ce lo spiega Muhizin Omerović, una delle anime della protesta. "Siamo gente di campagna, una città come questa loro non l'hanno mai vista. Non vanno a scuola, è vero, ma questo non significa che non possano utilizzare il tempo libero qui per fare qualcosa di ugualmente costruttivo: siamo già stati a uno spettacolo di balletto, allo zoo, a visitare le altre scuole di Sarajevo, i monumenti. Noi genitori ci diamo il turno per fare loro da guida".

Non manca loro la scuola? "Sicuramente, ma è un sacrificio necessario: questa battaglia è soprattutto per loro".

Tutto è cominciato a febbraio, quando le famiglie di Konjević Polje si sono organizzate contro l'amministrazione della scuola locale “Petar Kočić” per protestare contro la mancanza d'acqua corrente nell'istituto. Un problema tecnico, dovuto ai difetti della rete idrica e risolto in settembre, in tempo per l'inizio del nuovo anno scolastico. A quel punto, però, la mobilitazione delle famiglie ha assunto una nuova dimensione.

Ritornare a Konjević Polje

Konjević Polje è un piccolo paesino sulla strada che porta a Bratunac e quindi a Srebrenica. Il luogo fu teatro di una violentissima pulizia etnica durante la guerra degli anni novanta. Oggi qui vivono tra le mille e le duemila persone (si tratta di stime, per i dati aggiornati bisognerà attendere la pubblicazione dei risultati del censimento), tutti bosniaco musulmani (bosgnacchi) ritornati dopo la fine del conflitto.

Nonostante Konjević Polje sia stata innalzata in passato agli onori della cronaca per casi come quello di Fata Orlović, il cui terreno era stato espropriato per costruire una chiesa ortodossa, secondo gli abitanti questo villaggio è un esempio virtuoso sotto l'aspetto del ritorno dei profughi. Molti infatti dopo la guerra hanno deciso di tornare qui, nel proprio paese natale, e riescono a mantenersi grazie all'agricoltura e ai propri prodotti che vendono, specialmente durante l'estate, sulla strada che da Zvornik porta alla costa e che durante le vacanze è percorsa da migliaia di automobilisti.

La mobilitazione che ha portato al boicottaggio dell'inizio dell'anno scolastico è cominciata quando le famiglie del luogo hanno cominciato a rivendicare un peso, all'interno della scuola elementare, proporzionale alla loro presenza demografica nell'area. In effetti, il paradosso è lampante, ed è esacerbato dalla complicata struttura scolastica della Bosnia Erzegovina. In una municipalità dove il 100% della popolazione è bosgnacca, la scuola funziona secondo il programma ministeriale serbo. Gli alunni hanno diritto a studiare le materie del proprio gruppo nazionale (in particolare storia e lingua), secondo il programma stabilito nel Cantone di Tuzla, solo a partire dal sesto anno. Dal primo al quinto si studia in cirillico, secondo le materie e i libri di testo decisi in Republika Srpska.

"Non è una situazione accettabile", sintetizza Omerović ad Osservatorio. "Abbiamo chiesto di cambiare il nome della scuola. Non ho nulla contro Petar Kočić, ma non è un bosgnacco. E vogliamo che vengano insegnate le materie del nostro curriculum nazionale, e che i professori siano della nostra nazionalità. La maestra che dovrebbe insegnare lingua bosgnacca parla in ekavo [variante delle lingue degli slavi del sud diffusa in Serbia, ndr] ed è serba, riesci a crederci?"

Le famiglie di Konjević Polje hanno deciso di boicottare l'inizio dell'anno scolastico a partire dal primo giorno di lezioni. I bambini non rientreranno in classe finché queste questioni non saranno risolte. E non sono i soli. La stessa situazione di Konjević Polje si è verificata anche a Kotor Varoš.

Materie nazionali

A fine settembre le famiglie di Konjević Polje hanno incontrato il ministro dell'Istruzione della Republika Srpska, Goran Mutabdžija. Ma una mediazione è stata impossibile. Non esiste una legislazione che regoli la materia in modo definitivo, e occorre fare riferimento a un memorandum firmato a Banja Luka nel 2002 dai rappresentanti della Federacija BiH e della RS, le due entità che compongono la Bosnia Erzegovina. Il diritto all'insegnamento delle materie secondo il proprio curriculum nazionale, per le minoranze, spetta solamente alle classi con almeno 18 alunni appartenenti al gruppo minoritario. Le classi della scuola Petar Kočić, dalla prima alla quinta, non hanno abbastanza bambini. Anche se i requisiti numerici fossero rispettati, il ministro dell'Istruzione non avrebbe però alcun obbligo: la scelta di introdurre gli insegnamenti nazionali sarebbe puramente discrezionale.

Chiarito questo, la soluzione proposta da Mutabdžija è un compromesso che però non soddisfa i genitori: predisporre lezioni aggiuntive, in orario extrascolastico, per gli alunni dalla prima alla quinta. "Inammissibile", taglia corto Omerović. "Noi vogliamo che i nostri bambini possano esercitare questi diritti nella loro scuola, normalmente".

Constatando di essere finite in un vicolo cieco, a ottobre le famiglie sono così venute a Sarajevo, chiedendo l'intervento dell'OHR e piantando la loro tendopoli. Ma per il momento l'Alto Rappresentante Valentin Inzko non sembra intenzionato a pronunciarsi sulla questione. In un incontro con le famiglie ha consigliato loro "di rivolgersi all'OSCE, perché hanno più impiegati. Questo problema non è di nostra competenza".

La posizione è stata ribadita ad Osservatorio dal portavoce di Inzko, Eldar Subašić, che sottolinea come "per l'OHR la controversia può essere risolta soltanto attraverso un accordo tra le parti".

Nessuna soluzione verrà dunque imposta dall'alto. La morale è semplice e suona, più o meno, come un "vedetevela tra di voi". Del fallimentare incontro con Inzko, tra le famiglie accampate, si cerca di sdrammatizzare: "Ci toccherà spostare queste tende davanti all'OSCE", sorridono.

Il tempo intanto passa. E una soluzione dovrà essere trovata prima del 25 novembre, "altrimenti" sottolinea ad OBC il direttore della scuola Petar Kočić, Savo Milošević, "ai sensi di legge, i bambini dovranno ripetere l'anno".

Muro contro muro

Milošević ha cercato di affrontare la questione nel modo più pragmatico possibile, "anche se", sottolinea scoraggiato, "con il mio cognome la cosa non è sicuramente facile". Secondo lui, l'intera questione è semplicemente il primo atto della campagna elettorale a Bratunac, in vista delle prossime elezioni. "Omerović è uno stretto collaboratore di Duraković, il sindaco di Srebrenica. E' una persona intelligente e non mi sorprenderebbe se stesse cercando di prepararsi la strada per essere eletto all'Assemblea Nazionale della Republika Srpska, candidandosi con l'SDA. La legge sui curricula è chiara, e io non ci posso fare niente, aggiunge. Abbiamo avviato le procedure per cambiare il nome alla scuola, ma ci vorrà del tempo. Fa parte della burocrazia. Non so davvero cosa fare con le famiglie, non si sono dimostrate per niente collaborative con noi".

La questione della lingua, a modo suo, secondo Milošević è esemplificativa: "La nostra insegnante di lingua bosniaca ha tutte le qualifiche necessarie, ai sensi di legge, per insegnare anche nel cantone di Tuzla. L'unico problema è che si chiama Mirjana. Si è diplomata vent'anni fa, quando c'era ancora la Jugoslavia, in letteratura e lingua serbocroata. Cosa dovrei fare? All'epoca non esisteva nemmeno l'insegnamento del bosniaco, non ci si poteva diplomare in bosniaco".

Ancora una volta, in Bosnia Erzegovina si è preferito andare al muro contro muro. Forse l'approssimarsi della data fatidica del 25 novembre servirà a smuovere la situazione.

 

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