Ucraina, la mobilitazione raccontata da dentro

L’Ucraina ha bisogno di soldati per combattere l’invasione russa. Le modalità di arruolamento, spesso segnate da abusi e violenze, fanno però discutere e spaccano profondamente la società ucraina. E le riforme del sistema, fino ad ora, sono rimaste bloccate. Nostro approfondimento

03/11/2026, Claudia Bettiol Kyiv
Esercito ucraino © Jose HERNANDEZ Camera 51/Shutterstock

Esercito ucraino © Jose HERNANDEZ Camera 51/Shutterstock

Esercito ucraino © Jose HERNANDEZ Camera 51/Shutterstock

K. non esce di casa da mesi. Vive a Kyiv e lavora online, ma l’esenzione legata al lavoro non gli è mai arrivata. Un giorno decide di uscire per andare incontro alla madre in visita. Bastano pochi passi: alcuni uomini in divisa, con ogni probabilità del centro territoriale di reclutamento (TCC), gli si avvicinano, gli chiedono i documenti e gli dicono che deve seguirli. K. va nel panico e offre loro dei soldi. Sa che è un reato, ma il terrore di imbracciare un’arma lo invade.

Gli è andata bene, se è la parola giusta: i soldi li aveva e non c’erano altre pattuglie nei dintorni. Il resto è arrivato dopo: senso di colpa, depressione, solitudine, un trauma che non si chiude.

Storie come la sua le ascolto da tempo, è una fra tante, ma da sola non basta a descrivere la mobilitazione. Che un paese invaso abbia bisogno di soldati per difendersi non è in discussione; lo è il modo in cui li recluta, la violenza che accompagna queste operazioni, le conseguenze che si ripercuotono sulla vita quotidiana.

Cos’è la mobilitazione e come funzionano i TCC

Dal 24 febbraio 2022 l’Ucraina vive sotto legge marziale, prorogata ogni novanta giorni, e sotto un regime di mobilitazione generale.

Le autorità ucraine possono reclutare tutti gli uomini tra i 25 e i 60 anni (la soglia era 27 fino al 2024) dichiarati idonei dalla commissione medica; salvo eccezioni, chi ha  tra i 22 e i 60 non può lasciare il Paese. Tra le esenzioni: motivi di salute, tre o più figli riconosciuti, assistenza a familiari con disabilità, studio e la cosiddetta “prenotazione” dei lavoratori di imprese considerate critiche. Quest’ultima passa dal datore di lavoro, non dal singolo, ed è qui che il sistema si fa più opaco per chi, come K., lavora online.

A occuparsene sono i centri territoriali di reclutamento, i TCC. Ora c’è anche un registro elettronico, l’app Reserve+, ma il contatto spesso avviene ancora in strada, con pattuglie che fermano e controllano e, in alcuni casi, fanno abuso di violenza.

Ne sono tutti coscienti: la mobilitazione finirà solo con la fine della guerra. Governo e vertici militari discutono da tempo di altre soluzioni, senza una risposta definitiva. Per molti ucraini con cui ho parlato questa assenza di orizzonte pesa più dello stesso fronte, e la fiducia nei TCC è bassa: secondo un sondaggio online di “Slovo i Dilo”, realizzato tra luglio e agosto 2026, il 69% degli intervistati ne giudica negativamente l’operato.

Riforme e non-riforme

Nell’estate 2026 la questione della mobilitazione è uscita dagli uffici ed è finita in piazza. Mychajlo Fedorov, ministro della Difesa dal gennaio 2026, durante il cambio di governo di metà luglio non è stato riconfermato e sono scoppiate le prime proteste a Kyiv e in altre città: giovani, veterani e rappresentanti dell’industria tecnologica militare temevano che con il suo allontanamento si fermasse il lavoro avviato su tecnologia e acquisti per la Difesa, e con esso la riforma della mobilitazione.

La prima fase, a giugno, riguardava contratti brevi, termini di servizio, stipendi, reclutamento di stranieri, e rientro di chi aveva abbandonato l’unità; la seconda, la più attesa, avrebbe toccato il processo di mobilitazione e, secondo Fedorov, sarebbe dovuta partire ad agosto.

Oggi il ministero è guidato da Jevhen Chmara, generale proveniente dai servizi di sicurezza ucraini (SBU), con il mandato di riformare i TCC e di abbassare l’età di leva. Kyrylo Budanov, capo dell’Ufficio presidenziale, ha ricordato che l’esercito ha bisogno di almeno 30mila persone al mese, ammettendo anche che la “busificazione” (ovvero l’insieme dei metodi coercitivi e forzati di coscrizione militare, così chiamato in termini gergali) violenta, pur non essendo  generalizzata, esiste. Intanto, secondo una ricostruzione di OstroV, la riforma è rimasta sospesa.

Abusi e violenze

Per anni le denunce sui TCC sono circolate soprattutto come video, voci e testimonianze personali. A marzo 2026 la Commissione d’inchiesta indipendente dell’ONU sull’Ucraina, nota soprattutto per aver documentato i crimini di guerra russi, ha riferito anche sulle violazioni durante la mobilitazione per le forze armate ucraine: detenzioni amministrative irregolari, mancato accesso a un avvocato, visite mediche sbrigative.

Il difensore civico Dmytro Lubinec’ parla di violazioni sistemiche dei diritti umani. Dall’inizio del 2026 il suo ufficio avrebbe già ricevuto oltre cinquemila segnalazioni sull’operato dei TCC solo di denunce dirette: uso della forza, assenza di segni di riconoscimento, sequestro di telefoni, limitazione della libertà, visite mediche solo formali. Lubinec’ ritiene che la piena trasparenza sia l’unico strumento efficace, per questo chiede la videoregistrazione permanente nelle sedi dei TCC e telecamere indossabili.

È qui che la storia di K. deforma i dati: nel suo caso non c’è stata violenza, ma uno scambio di denaro, un terreno che le statistiche coprono male perché chi paga commette un reato e quasi nessuno lo denuncia. Esiste però anche l’altra faccia della medaglia: di recente la Procura ha smascherato un sistema di vendita di cartellini di convocazione falsi a Odesa e otto funzionari nell’Ucraina occidentale sono sospettati di aver inserito almeno 276 registrazioni false nel registro elettronico Oberih.

Un reclamo non equivale a una violazione accertata, ma il problema non è più marginale né un’invenzione della propaganda: a riconoscerlo sono le stesse istituzioni ucraine e, con parole diverse, quelle internazionali.

Il fenomeno opposto

La violenza, però, non scorre in una sola direzione. La sera dell’8 luglio 2026, nel quartiere Sychiv di L’viv, una folla di centinaia di persone ha attaccato due militari di un gruppo di notifica del TCC dopo il fermo di un cittadino nato nel 1996 che risultava ricercato per violazione delle regole di registrazione.

Si era diffusa la voce che avessero portato via un ventenne: l’età non è un dettaglio perché sotto i 25 anni non si è mobilitabili, e una notizia del genere suona come prova di un abuso. Due militari, contro cui la folla ha usato la forza senza che la polizia presente intervenisse, sono finiti poi in ospedale, la Procura ha aperto due procedimenti penali.

L’episodio non è isolato. Secondo la polizia nazionale, dall’inizio dell’invasione su larga scala sono stati registrati 620 attacchi ai militari dei TCC (erano 341 nel 2025). La difensora civica militare Ol’ha Rešetylova ha esortato a porre fine all’incitamento all’odio nei confronti del TCC, riferendo che i loro militari si sentono “ostaggi della situazione” e che alcuni non vogliono più lavorarci.

Aggressioni e abusi non si compensano né si annullano, ma si alimentano: la sfiducia nei TCC rende più probabile lo scontro, e lo scontro rende i TCC più difensivi, quindi più opachi. È in questo circolo che finiscono, tra gli altri, K. e chi lo ha fermato.

Una società spaccata

Chi legge la mobilitazione in Ucraina come uno scontro tra lo Stato e i cittadini vede solo una linea della frattura. D., 26 anni, si è arruolato volontario a 22 il primo giorno dell’invasione, con un contratto di tre anni: oggi è ancora in fanteria in attesa di un congedo o almeno una rotazione. N. racconta che nell’estate 2023 ha visto sparire il marito con alcuni uomini del TCC: dopo due giorni di silenzio, è venuta a sapere che era partito a combattere e da fine 2023 non ha più notizie.

C’è poi l’altra faccia di quell’attesa: chi non vede una fine, a volte non torna dopo una licenza, o lascia l’unità, in quello che in Ucraina si chiama SZČ (samovil’ne zališennja častyny), abbandono non autorizzato, distinto dalla diserzione (lo Stato ha offerto più volte un rientro senza conseguenze penali). È la storia di I., chiamato alle armi all’inizio dell’offensiva ucraina a Kursk. Dopo essere rimasto ferito, si è dato alla macchia. L’anno dopo, spinto dal senso di impotenza, ha fatto ritorno ed è stato ripreso dalla sua unità.

Un militare di un TCC che resta anonimo racconta che le minacce colpiscono chiunque e che cambiare il nome ai TCC non ne cambierebbe la sostanza. Un portavoce dei TCC di Poltava spiega che la consegna forzata è legale, ma ammette che non è così che dovrebbe apparire la mobilitazione in un Paese civile.

Giornalisti militari e comandanti di reggimenti convergono su un punto: lo Stato non ha spiegato, non ha dato regole chiare, non ha protetto né i cittadini né i militari che lo rappresentano. Divergono su chi sia più da biasimare, se i russi, i renitenti, il potere o i comandi. Le storie di K., D., N. e I. non appartengono a nessuno di questi campi, ma stanno nello stesso spazio: un sistema di cui tutti dicono che non funziona, mentre nessuno sa dire con quali regole potrebbe farlo.

Né propaganda, né silenzio

Perché se ne parla così poco, fuori dall’Ucraina? In parte per la paura di fare un regalo a chi ha tutto l’interesse a usare questa storia, e non è infondata: un’analisi del Kyiv Independent osserva che la propaganda russa dipinge la mobilitazione ucraina come un processo violento e fuori legge, con uno Stato che minaccia il proprio popolo, e il Centro ucraino per il contrasto alla disinformazione (legato al Consiglio di sicurezza nazionale, quindi non neutrale) ha segnalato più volte falsi costruiti ad arte, tra cui un presunto “rimpatrio forzato di 40mila persone” dall’Europa e storie false sulla mobilitazione delle donne.

In Europa, oggi, si discute di servizio militare in tempo di pace: la distanza non è solo geografica, è di vocabolario. È un dibattito serio, che ruota attorno a una parola: scelta. In Ucraina “mobilitazione” riguarda chiunque rientri nei criteri imposti dalla legge marziale, senza data d’uscita, e “smobilitazione” è una decisione politica.

Il silenzio, poi, ha un costo: se chi racconta con cura rinuncia a farlo, resta soltanto chi racconta senza cura. Non c’è una formula che metta al riparo, però si possono fare alcune scelte: dire sempre da dove viene un dato, distinguere ciò che è accertato da ciò che è denunciato, raccontare insieme le violenze subite e quelle commesse, e non perdere di vista il fatto che la guerra l’ha cominciata qualcun altro.


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