Storia in vendita: i testimoni invisibili della guerra in Grecia
Foto di uno dei momenti più bui della Grecia, quello dell’eccidio di Kaisariani, messe in vendita ottant’anni dopo: in pochi minuti, sono sfuggite al mercato ed entrate nella coscienza pubblica, innescando una resa dei conti nazionale sulla memoria

Foto degli ostaggi a Kaisaria vicino ad Atene, in Grecia, prima dell’esecuzione il 1° maggio 1944 – © Ebay/ Greece at WW2 archives
Foto degli ostaggi a Kaisariani vicino ad Atene, in Grecia, prima dell’esecuzione il 1° maggio 1944 – © Ebay/ Greece at WW2 archives
Aprire il vaso di Pandora
Non è stato un archivio a rivelarle.
Non una scatola polverosa, non un caveau di stato, non un cassetto dimenticato in un museo di provincia.
È stato uno schermo.
A tarda notte di sabato 14 febbraio 2026, a metà strada tra routine e abitudine, Pegasus (lo pseudonimo usato dal fondatore della comunità Facebook Greece at WWII Archives) stava scorrendo la pagina; non cercava nulla in particolare, si limitava a vagare nell’infinito aldilà digitale della storia. Poi sono apparse le immagini.
Uomini in piedi in formazione. Volti sospesi tra rassegnazione e incredulità. Un luogo inconfondibile per chiunque conosca la storia greca: Kaisariani. E una data che non smette mai di sanguinare: il primo maggio del 1944.
“Sono rimasto pietrificato”, racconta Pegasus a OBCT. “Ho capito subito che c’era qualcosa di diverso in queste foto”.
Le fotografie erano appena state caricate su eBay. Pochi minuti prima, esistevano solo come merci: oggetti con un prezzo, una descrizione, un venditore. Nel giro di pochi minuti, Pegasus ne ha ripubblicate due sul suo gruppo Facebook, una storica comunità digitale da lui fondata più di dodici anni fa.
Per Pegasus, il gruppo non è mai stato una questione di clic o di profitti. “Non ci ho mai guadagnato un centesimo”, spiega. “Esiste per amore incondizionato per la storia”. La pagina stessa è nata dalla memoria: Pegasus ricorda di aver ascoltato suo padre raccontare la vita sotto l’occupazione a Florina: paura, fame e atti di resistenza che hanno lasciato segni indelebili nella sua infanzia.
Poche ore dopo, i membri della comunità hanno condiviso altre tre foto, questa volta con i volti chiaramente visibili. Pegasus le ha condivise sul gruppo. Questa ripubblicazione istintiva, quasi riflessiva, ha scatenato una tempesta. Screenshot, telefonate di giornalisti, dichiarazioni di politici, accuse. La parola “profano” è apparsa accanto a “storico”.
Il giorno dopo, il Memoriale della Resistenza Nazionale a Kaisariani è stato vandalizzato. Le targhe di marmo spezzate hanno lasciato una cicatrice che rispecchia lo shock della nazione. Nelle ore successive, i media greci hanno sottolineato la natura senza precedenti delle fotografie e il dibattito etico sulla loro circolazione. Politici e storici si sono lanciati in accese e dolorose discussioni su chi fosse il proprietario delle immagini dei loro defunti.
Il Ministero della Cultura greco è intervenuto rapidamente, avviando procedure legali e di archiviazione per indagare sulle fotografie. Le autorità hanno sottolineato che l’acquisizione da parte dello Stato procederà solo se ne verrà verificata l’autenticità.
Lunedì 16 è stata immediatamente istituita una task force di esperti per recarsi in Belgio e indagare sull’originalità degli archivi. Partiti politici di diverse ideologie e istituzioni locali hanno chiedono che le immagini siano preservate come prova storica piuttosto che tenute in mani private.
“A quanto pare il mio istinto aveva ragione”, ha detto Pegasus. “Queste immagini erano uniche.”
E una volta uscite, non c’era modo di rimetterle in un cassetto.
Fotografie che i morti non avrebbero mai voluto lasciare indietro
Le fotografie… sono un modo per imprigionare la realtà, intesa come prova.
Susan Sontag, Regarding the Pain of Others (2003), p. 15.
Le fotografie, siano esse pienamente autentiche o ancora in fase di esame, hanno suscitato una riflessione morale tanto quanto storica. A differenza dei documenti scritti, inquadrano i condannati non come astrazioni, ma come esseri umani nei loro ultimi istanti. Per la Grecia, le immagini non sono curiosità. Sono prove: potenzialmente la prima conferma visiva di uno dei crimini di guerra più oscuri ed emblematici dell’occupazione.
Kaisariani occupa un posto singolare nella memoria greca. Il primo maggio 1944, duecento comunisti e combattenti della resistenza greca furono condotti dal campo di detenzione di Haidari al poligono di tiro di Kaisariani e giustiziati dalle forze di occupazione naziste in rappresaglia per l’assassinio di un generale tedesco.
È un simbolo sia di barbarie che di resistenza, un luogo commemorato in letteratura, testimonianze orali e nella coscienza pubblica, eppure fino ad ora nessuna fotografia aveva documentato l’esecuzione stessa. Lo storico Mark Mazower osserva che “Le esecuzioni di Kaisariani divennero emblematiche del terrore imposto dalle forze di occupazione e del coraggio della Resistenza greca” (Inside Hitler’s Greece, Yale University Press, 1993, p. 148).
Le fotografie sarebbero state scattate da un ufficiale tedesco, sebbene la provenienza non sia ancora stata verificata, ed erano state messe in vendita dal collezionista belga Tim de Craene, specializzato in cimeli della Seconda guerra mondiale attraverso la sua attività, Crain’s Militaria. In seguito al post virale su Facebook, de Craene ha sospeso l’asta su eBay, citando la delicatezza del materiale e la reazione del pubblico in Grecia, pur rimanendo aperto al dialogo con le autorità.
Chi erano i “200 di Kaisariani”?
Le esecuzioni al poligono di tiro di Kaisariani del primo maggio 1944 sono tra le più orribili rappresaglie compiute dalle forze di occupazione naziste in Grecia. Ordinate in rappresaglia per l’uccisione di un generale tedesco e di tre ufficiali da parte dei resistenti greci pochi giorni prima, intendevano essere un brutale messaggio di deterrenza (Mazower 1995: 226).
La maggior parte dei condannati erano prigionieri politici e membri della resistenza, principalmente del Partito Comunista di Grecia (KKE) e dell’Esercito Popolare di Liberazione Greco (ELAS), il braccio armato del Fronte di Liberazione Nazionale (EAM). Molti erano stati incarcerati durante la dittatura di Metaxas, prima della guerra, e successivamente trasferiti alla custodia tedesca dopo l’occupazione dell’Asse.
Una delle figure più note tra i giustiziati fu Napoleon Soukatzidis, sindacalista comunista nato nel 1909 a Bursa, città dell’attuale Turchia. Soukatzidis prestava servizio come traduttore nel campo di Haidari ed era uno dei “mediatori invisibili della Grecia occupata”, come avrebbe scritto la ricercatrice Nadia Georgiou nel suo articolo dallo stesso titolo (2024).
Sorteggiato tra i 200 condannati a morte, si dice affrontò la condanna con stoico coraggio, rifiutando uno scambio offerto con un altro prigioniero. La storia di Soukatzidis ha assunto una risonanza simbolica nella memoria e nella cultura greca.
La sua vita e le sue ultime ore sono state raccontate nel film del 2017 “L’ultima nota” (To Teleftaio Simeioma), diretto da Pantelis Voulgaris, che ritrae non solo il suo destino, ma anche quello dei suoi compagni di prigionia mentre si dirigevano verso il plotone di esecuzione.
A chi appartiene la memoria?
Fino alla recente pubblicazione di fotografie che si suppone ritraessero alcuni di questi uomini nei loro ultimi istanti di vita, storici e parenti avevano accesso solo a testimonianze scritte, documenti ufficiali e resoconti commemorativi, ma non a documentazione visiva.
Questa assenza ha plasmato decenni di ricordi delle esecuzioni: potenti nella memoria, sfuggenti nelle immagini. Queste foto sono una possibile fonte visiva primaria di una rappresaglia sponsorizzata dallo Stato che costò la vita a 200 persone; un momento ripetutamente commemorato in letteratura, cinema e memoria collettiva, ma fino ad ora privo di documentazione fotografica.

© Ebay/ Greece at WW2 archives
Con l’intensificarsi del dibattito, le famiglie hanno iniziato a riconoscere singoli individui nelle foto. Un uomo, la figura alta in camicia bianca tra i prigionieri, è stato pubblicamente identificato dai parenti come Vasilis Papadimas, ingegnere di Pylos e fratello di un noto editore, che era stato arrestato nel 1941 e successivamente giustiziato a Kaisariani.
La potenziale identificazione di individui nelle foto appena riemerse è storicamente significativa non solo per i nomi su una lista, ma per restituire volti e umanità vissuta ad un evento che, per generazioni, era stato conosciuto quasi esclusivamente attraverso il testo.
Il dibattito suscitato dalle fotografie di Kaisariani non è un caso isolato nella più ampia storiografia delle prove visive delle atrocità. Nel corso del XX e XXI secolo, fotografie di violenza di massa sono ripetutamente riemerse al di fuori degli archivi ufficiali: dalle immagini scattate dai nazisti, entrate nelle collezioni museali solo dopo la circolazione privata, alle iconiche fotografie della liberazione di Auschwitz, Buchenwald e altri campi, inizialmente diffuse dalle agenzie di stampa per poi essere assorbite nei depositi istituzionali della memoria (si veda Susan Sontag, Regarding the Pain of Others, 2003; Barbie Zelizer, Remembering to Forget, 1998).
Più recentemente, la circolazione delle fotografie di Abu Ghraib nel 2004 ha sollevato dibattiti globali sulla proprietà, la legalità e l’etica dell’accesso pubblico a immagini inquietanti di abusi (Burgin, Victor, The Remembering-Image, 2010).
Ciononostante, John Tagg ha dimostrato come gli usi sociali e istituzionali della fotografia siano profondamente politici, affermando che le immagini di ingiustizia non sono documenti neutrali, ma “metodologie con implicazioni politiche” che influenzano il modo in cui le società percepiscono il potere e la sottomissione (Tagg, The Burden of Representation, 1988).
Da un punto di vista legale, le fotografie sono generalmente trattate, ai sensi del diritto di proprietà e del diritto d’autore, come creazioni private, a meno che non vengano trasferite ad un archivio o rilasciate in base a specifici accordi sui diritti.
Il diritto d’autore greco ed europeo, ad esempio, tutela i diritti dei creatori e dei proprietari delle immagini per decenni dopo la creazione, in assenza di acquisizione formale da parte di un’istituzione pubblica (vedi EU Copyright Law: A Commentary, 2019).
A differenza di quanto accade per il patrimonio culturale come i reperti archeologici, che a volte possono essere soggetti a restituzione ai sensi delle convenzioni UNESCO, non esiste un trattato internazionale equivalente che imponga il trasferimento di immagini di atrocità ad archivi statali o pubblici semplicemente per il loro significato storico (Convenzione UNESCO per la protezione dei beni culturali, 1954).
Eppure, gli studiosi sostengono che quando le fotografie documentano crimini contro l’umanità, la loro funzione trascende la proprietà privata. Come ha notato Marianne Hirsch nel suo lavoro sulla postmemoria, le immagini del trauma spesso diventano parte della memoria collettiva proprio perché consentono alle società di testimoniare quando i soli resoconti testuali sono insufficienti (Hirsch, Marianne, Family Frames: Photography, Narrative, and Postmemory, 1997).
“Una questione importante è in quali condizioni una foto venga percepita come documento storico”, spiega a OBCT Fatma Yazici, avvocata e attivista. “Si tratta di un argomento interessante e complesso, soprattutto se questo oggetto viene trattato come un cimelio di famiglia”.
Eleni Ioannou, avvocata specializzata in diritto penale, specifica che agli oggetti storici in possesso di privati si applicano regole diverse: “Le monete antiche sono considerate monumenti importanti, indipendentemente da chi ne sia in possesso. Per legge, appartengono allo Stato greco, sebbene in determinate circostanze un privato possa possederle legalmente. È richiesta un’autorizzazione speciale; in caso contrario, il possesso è punibile e costituisce reato. Per quanto riguarda le fotografie, quelle private o di famiglia appartengono indistintamente all’individuo, a meno che non facciano parte del patrimonio culturale; in tali casi, potrebbero essere applicate regole e restrizioni specifiche”.
Questa tensione tra proprietà legale e tutela morale si è manifestata in complessi casi giudiziari e controversie archivistiche. Ad esempio, gli archivi dello United States Holocaust Memorial Museum comprendono reperti come l’Höcker Album, documentazione fotografica privata di un ufficiale delle SS, donata e acquisita nella collezione del museo, a dimostrazione di come le immagini delle attività dell’era nazista possano passare dalla proprietà privata alla gestione istituzionale pubblica.
Gli sforzi internazionali per affrontare la questione degli archivi dispersi, tra cui i fascicoli e la documentazione fotografica dispersi a causa di conflitti, colonizzazioni o sconvolgimenti politici, sono stati oggetto di rapporti e discussioni da parte di enti come il Consiglio Internazionale degli Archivi e l’UNESCO, sottolineando che il patrimonio archivistico, fotografie incluse, è plasmato non solo dall’imperativo di preservare, ma anche da persistenti controversie sulla custodia, l’autorità e il diritto alla memoria.
Un sentito ringraziamento a Nina Portolan e Marina Gavrilaki per aver messo in contatto l’autrice con gli esperti legali intervistati per questo articolo.
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