“Più forti dei ciclopi”, il documentario su Fatos Lubonja
Durante il festival pugliese Sudestival, in svolgimento a Monopoli fino a sabato, verrà presentato venerdì 13 il film “Più forti dei ciclopi”. Documentario dedicato al noto intellettuale e scrittore albanese Fatos Lubonja. Abbiamo incontrato e parlato con il regista Stefano Grossi

Fatos Lubonja in una scena del film “Più forti dei ciclopi” di Stefano Grossi
Fatos Lubonja in una scena del film "Più forti dei ciclopi" di Stefano Grossi
Il festival pugliese Sudestival, in svolgimento a Monopoli (programma www.sudestival.org) fino a sabato con Riccardo Scamarcio ospite della serata conclusiva, dedica la giornata di venerdì a un focus sull’Albania con il film restaurato “Gunat Permbi Tela” (1977) di Muharrem Fejzo, il cortometraggio “Vegla bën ustain” di Fabrizio Bellomo e, soprattutto, il documentario sullo scrittore Fatos Lubonja, “Più forti dei ciclopi” di Stefano Grossi. Quest’ultimo vedrà la presenza in sala di regista e protagonista per incontrare e conversare con il pubblico.
Lubonja racconta della famiglia, del padre appartenente all’élite comunista e direttore della televisione di Stato, poi caduto in disgrazia a inizio anni ‘70 e incarcerato. Anche Fatos Lubonja, all’epoca ventitreenne, fu arrestato nel 1974 e rinchiuso fino al 1991 nel campo di rieducazione di Spaç. È uno dei luoghi dove l’intellettuale torna con il regista per ripercorrere quegli anni, descrivendo alcuni episodi e riflettendo sulla dittatura di Enver Hoxha e sui totalitarismi, passando da Primo Levi a Nietzsche e a Freud. E poi la rapida occidentalizzazione per arrivare alla “democrazia mediatica senza passare per la democrazia rappresentativa come l’Europa occidentale”.
Critico sul passato e sul presente del suo Paese, Lubonja ragiona lucidamente sull’evoluzione delle società e delle civiltà, tra politica e filosofia, tra le tesi di Francis Fukuyama e di Samuel Huntington. Nel documentario anche l’attore Giorgio Colangeli che legge estratti di libri, anche inediti, dello scrittore. Inoltre sono presenti parecchie immagini d’archivio, sia filmati sia fotografie e ricordi di famiglia.
Stefano Grossi, come nasce questo documentario?
Nasce da lontano e da una conoscenza. È il terzo film che dedico a Lubonja. Nel 2008 realizzai 30 cortometraggi per comporre “Diari del ‘900” e uno di quattro minuti era un brano dal suo “Il diario di un intellettuale in un gulag albanese” che mi affascinava. Mi occupo da sempre di totalitarismo e di Lubonja mi colpiva come la qualità letteraria fosse almeno pari al valore storico. Qualche anno dopo venni a sapere che Lubonja veniva a Parma, andai a incontrarlo e lo coinvolsi in “Rotta contraria” nel 2018. Al tempo dei call center albanesi, riflettevamo su una strana forma di cuginanza tra Italia e Albania che si era consolidata nei secoli. Se la prima ondata di profughi che abbiamo conosciuto sono stati gli albanesi, otto-dieci anni fa erano i giovani del sud ad andare in Albania per lavoro. Dopo quel film siamo diventati amici, del resto Fatos abita in Toscana.
“Più forte dei ciclopi” non è né un film biografico né un film intervista.
Lo definirei un film incontro, di tipo saggistico. Il mio terzo di questo taglio su personaggi umanisti che hanno attraversato il ‘900, dopo quelli su Luigi Pintor e su Nouri Bouzid, un grande cineasta tunisino. Non sono ritratti classici, sono discussioni sulle tematiche della loro attività. Mi interessa approfondire le loro idee, sentire quanto vengono dal vissuto e vanno in una direzione universale. È stata l’occasione per tornare con lui sulle rovine di Spaç, dove torna spesso, definito il più terribile gulag della galassia ex sovietica. È una discussione sui totalitarismi e sulla crisi della democrazia, per me resta una domanda aperta sulla democrazia, mi sembra che ne resti il fantasma. Il comunismo albanese è stato il più rozzo, violento e brutale. Poi c’è stata una ricerca affannosa, irrisolta e deludente del modello di democrazia rappresentativa europeo occidentale. L’Albania aveva adottato il nostro modello in modo paradossale, estremo e violento, modello peraltro oggi in crisi. Tirana ne è la rappresentazione, è un mostro di contraddizioni di questo sviluppo, dove il grottesco convive con arcaicità e povertà. Lubonja è molto critico con tutti i governi della transizione.
In questo dialogo mancano però le domande.
Non ci sono le domande perché come autore voglio sparire, mi interessa il ragionamento e sviscerare l’argomento. Mi sembra che il risultato renda giustizia alle mie intenzioni.
Fatos Lubonja è abituato a raccontare la sua storia, ma qual è stato il suo approccio al documentario?
Il suo approccio è stato ottimo, è una persona umile come lo sono i grandi. È generoso, dà tutto, mentre risponde sta pensando e formando il pensiero e si sforza di essere chiaro. Il tutto in una lingua che non è la sua, perché parla sempre in italiano, anche quando esprime concetti complessi, di filosofia della storia e della politica. Voglio sottolineare che i testi letti da Giorgio Colangeli, tratti dal libro non ancora pubblicato “Vite di prigione”, più un racconto inedito sul Bllok di Tirana, li ha tradotti egli stesso. È abituato alla telecamera, è polemista vivace, ospite fisso a un programma della tv albanese. In più c’è facilità di comunicazione tra noi e abbiamo affrontato temi che stanno a cuore a entrambi. Si è applicato a lungo su queste cose, quel che dice è frutto di tanti anni di riflessione ed è la prova di una vitalità di pensiero che non si fossilizza. Ha una mimica facciale molto espressiva, è estremamente appassionato, mi colpisce il suo modo di muovere le mani. Mi piace la sua generosità intellettuale senza salire in cattedra.
Accennava che Lubonja torna spesso al campo di Spaç.
Sì, fa parte del comitato di ex prigionieri che sta lottando per difendere Spaç dalle malefatte del governo Rama. La miniera di una società turca aperta nel centro del campo, è una cosa blasfema, la desacralizzazione di un luogo che dovrebbe conservare la memoria. Lubonja va spesso a Spaç per cercare di fermare la cancellazione della memoria di quanto è accaduto. Qualche anno fa ha allestito l’installazione “Persone, cose”, per conservare la memoria del luogo attraverso gli oggetti appartenuti ai detenuti. Fatos fa anche sculture meravigliose con arnesi come badili, zappe, cartucce e altri lasciati là, cose pazzesche come pure i diari scritti sulle carte delle sigarette. Racconta che ogni volta trova a Spaç qualcosa di cambiato: la prima cosa a sparire furono le strutture tipiche del gulag, torrette, reticolati o baracche. Come se ad Auschwitz togliessero il reticolato o le torrette! Lubonja ama visceralmente l’Albania e ne vede tutti i limiti culturali, anche di oggi, e ha avviato un discorso sulla demistificazione della storia albanese a partire da Scanderbeg. Ha anche una vera passione per le arti visive, nel “Diario” parla spesso di amici pittori. Casa sua, a Petrela, è una tipica casa in stile ottomano a due piani, piena di opere d’arte, ama la pittura, ha molti quadri di suoi amici pittori.
Sull’Albania sembra esserci oggi un maggiore interesse, anche nel sapere di più della sua storia. Che ne pensa?
L’Albania è stata isolata a lungo, se ne sapeva poco, c’era anche una certa paura. Non è un Paese facile da decrittare. La parola più esatta che userei per descriverla è “confusione”, di culture, lingue, religioni, flussi culturali: è un continuo ribollimento di cose che stanno insieme in modo bislacco. La città di Tirana ha strati sovrapposti in modo disarmonico. Un’altra parola che esprime il mio sentimento è disarmonia. L’idea alla base del mio precedente film “Rotta contraria” è che l’Albania possa essere la cartina di tornasole della realtà occidentale, di cui ha acquisito le storture in modo immediato. È uno specchio distorto, una realtà costruita su contraddizioni inconciliabili.
C’è anche l’eredità della breve occupazione italiana durante il fascismo.
Sì, quell’eredità è ancora visibile. L’unica cosa buona del fascismo è l’architettura. C’è un racconto di Fatos, “Il Bllok senza nostalgia”, sul quartiere centrale dove c’erano le ville della nomenklatura comunista, la nuova Tirana fu costruita sulla base di un progetto di epoca fascista. Presto spero di avere pronto un libro con i testi integrali dei racconti di Fatos contenuti nel film. Il cruccio di entrambi è che solo due libri suoi sono stati tradotti in italiano. Vorrei suscitare curiosità su di lui come scrittore e fare in modo che vengano pubblicate anche altre cose. Ha avuto una vita eccezionale, sfido chiunque a resistere 17 anni nel gulag, la parte migliore della sua vita, e sviluppare la capacità di raccontare un’esperienza che per altri sarebbe stata annichilimento. Mi piacerebbe che a ogni proiezione il pubblico trovasse anche il libro per aumentare la conoscenza di Fatos scrittore.
Il film ora avrà altre proiezioni o una distribuzione?
C’è una distribuzione che sembra interessata, ma aspetto a parlarne. Stiamo cercando di creare eventi a Torino, dove vivo, e in altre città. E aspetto risposte da altri festival. Si insiste a proporlo, anche se il panorama è sconfortante. Volevo aggiungere una cosa sulle musiche del documentario, perché oltre a quelle di Schumann, Bach e Rachmaninov, le canzoni di testa e di coda sono del gruppo arbëreshë Peppa Marriti Band. Uniscono rock e sonorità balcaniche e sono bravissimi. Li avevo contattati già per il film precedente e mi ha fatto molto piacere collaborare di nuovo con loro.
Tag: Cinema
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