Mostar: eredità antifascista ancora sotto attacco

La demolizione di un monumento ai giocatori della squadra di calcio Velež di Mostar, caduti nella Seconda guerra mondiale, ha suscitato una valanga di polemiche, sollevando la questione della salvaguardia del patrimonio storico e della (mancata) cultura della memoria

05/02/2026, Deutsche Welle
Mostar, BiH, lo stadio dello Zrinjski. A destra, in piccolo, il monumento distrutto © Maurizio Fabbroni/Shutterstock

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Mostar, BiH, lo stadio dello Zrinjski. A destra, in piccolo, il monumento distrutto © Maurizio Fabbroni/Shutterstock

(Originariamente pubblicato da Deutsche Welle, il 30 gennaio 2026)

L’incidente avvenuto allo stadio Pod Bijelim Brijegom di Mostar – conteso tra le due squadre rivali, il Velež e lo Zrinjski – ha riportato a galla le profonde divisioni che lacerano la città e l’intera Bosnia Erzegovina.

Il monumento, inaugurato nel lontano 1972 in memoria dei giocatori del Velež morti nella Seconda guerra mondiale, è stato distrutto lo scorso 27 gennaio. La direzione dello Zrinjski ha motivato tale decisione citando ragioni pratiche, ossia “la necessità di garantire lo spazio allo stadio per parcheggiare i veicoli dei servizi di emergenza e dei media durante le partite”.

Primitivismo e teppismo

Il monumento – che dopo la guerra degli anni Novanta è stato modificato aggiungendo decorazioni a scacchi e una bandiera croata – è stato rimosso senza preavviso e senza aver consultato le istituzioni.

Lo storico Dragan Markovina, originario di Mostar, lo ha definito un “atto spudorato che però denota paura”, chiedendo di perseguire penalmente i responsabili.

L’episodio s’iscrive in un contesto più ampio dove la distruzione dei simboli della lotta antifascista è diventata una prassi talmente diffusa che non provoca più alcuna reazione istituzionale.

Đorđe Vuković, professore universitario di Banja Luka, riconduce questo fenomeno non tanto al nazionalismo quanto alla barbarie e al primitivismo.

“Viviamo intrappolati in un circolo vizioso di primitivismo di cui sono schiave le élite di tutte e tre le principali comunità etniche della BiH. La loro politica ormai si riduce alla conquista del consenso”, afferma Vuković.

“Le élite politiche sono diventate ostaggio di quella stessa retorica a cui un tempo facevano ricorso”, sottolinea il professore, aggiungendo che senza la volontà istituzionale di contrastare il teppismo non ci possiamo aspettare un’inversione di tendenza.

Il FK Velež ha condannato fermamente la rimozione del monumento, definendola “un duro colpo alla memoria storica di Mostar e alla tradizione antifascista”. Per il Velež è stato attaccato non solo un monumento allo sport, ma anche un simbolo di resistenza al fascismo.

La squadra ha pubblicato l’elenco dei nomi dei calciatori morti durante la lotta di liberazione popolare, accompagnandolo con il messaggio: “La pietra cade in silenzio, ma la vergogna riecheggia nel tempo”.

Lo Zrinjski non ha ancora rilasciato una dichiarazione ufficiale, mentre i media locali si limitano a citare ragioni pratiche, senza approfondire la vicenda.

[Nel frattempo lo Zrinjski ha emesso un comunicato stampa, sostenendo che “l’installazione” rimossa non abbia mai goduto dello status di monumento nazionale o di bene culturale, quindi la direzione della squadra non avrebbe l’obbligo di fornire spiegazioni, ndt]

“La rivincita degli sconfitti”

Anche le associazioni nate dal movimento di liberazione popolare durante la Seconda guerra mondiale hanno reagito alla rimozione del movimento.

L’Unione degli antifascisti e combattenti della guerra popolare della BiH (SABNOR BiH) ha condannato fermamente i fatti di Mostar, puntando il dito contro i politici croato-bosniaci come uno dei principali responsabili dell’attuale situazione nella città.

“Quanto accaduto a Mostar è la continuazione delle ideologie sconfitte nel 1945”, afferma Sead Đulić, presidente del SABNOR BiH.

“Il problema è che il comune e il sindaco non proteggono i beni di cui sono responsabili, perché anche loro perseguono la stessa politica ostile all’antifascismo. Si sono schierati dall’altra parte”, sottolinea Đulić.

Il presidente del SABNOR BiH annuncia azioni legali, ma non si aspetta alcuna reazione da parte degli organismi giudiziari.

Mostar è forse l’esempio più lampante delle profonde divisioni etniche in Bosnia Erzegovina, come dimostra anche la rivalità tra il Velež e lo Zrinjski, una rivalità segnata da traumi storici, conflitti bellici e lotte simboliche.

L’antagonismo tra le due squadre della città risale all’inizio del XX secolo, quando fu fondato il Velež. Lo Zrinjski, che dominò i campi fino al 1938, fu bandito dopo la Seconda guerra mondiale perché considerato vicino alle politiche nazionaliste. Il Velež invece conobbe una formidabile ascesa nella Jugoslavia socialista come simbolo della solidarietà dei mostarini, a prescindere dell’appartenenza etnica.

La rinascita dello Zrinjski nel 1992 coincise con l’inizio della guerra che vide i bosgnacchi e i croati di Mostar trasformarsi in due fazioni contrapposte.

A tifare lo Zrinjski sono principalmente i croati della parte occidentale della città, esponendo i simboli della Croazia, ma anche le bandiere dell’Herceg-Bosna [repubblica autoproclamata dai croato-bosniaci durante la guerra degli anni Novanta, ndt]. Il Velež raduna perlopiù bosgnacchi della parte orientale di Mostar, legati al simbolismo antifascista e alla jugonostalgia.

La demolizione della “fontana”, come i tifosi dello Zrinjski chiamavano il monumento, non è percepita allo stesso modo in tutti gli ambienti di Mostar. Se alcuni chiedono di perseguire penalmente i responsabili e di condannare la distruzione del patrimonio storico, c’è anche chi afferma che negli ultimi trent’anni il monumento ha acquistino una connotazione completamente diversa dall’idea originaria [il monumento a forma di colonna con tre braccia fu concepito come simbolo dei tre popoli della Bosnia Erzegovina uniti nella lotta contro il nazifascismo].

Indicazioni UEFA?

“Nei corridoi di Mostar, anche se la squadra non lo vuole confermare, si vocifera che lo Zrinjski abbia ricevuto istruzioni dalla UEFA per adattare quella parte dello stadio agli standard di sicurezza, per permettere l’accesso dei veicoli, perché non si sarebbe potuto fare in nessun altro modo”, afferma Boris Čerkuč, giornalista di Mostar.

“Il club rifiuta di fornire chiarimenti”, sottolinea il giornalista. “Qui la domanda sorge spontanea: perché la squadra non ha informato l’opinione pubblica e perché ha deciso di distruggere il monumento in quel modo? Un monumento che peraltro da tempo ormai era caduto nell’oblio”.

Proteggere l’eredità antifascista

In Bosnia Erzegovina, la demolizione e il danneggiamento di monumenti della Seconda guerra mondiale sono diventati un fenomeno diffuso dopo la dissoluzione della Jugoslavia, tanto che ad oggi quasi la metà dei seimila monumenti dedicati alla Lotta di liberazione popolare è stata distrutta.

Per il professor Vuković, la distruzione di qualsiasi monumento è una barbarie. L’attacco all’eredità antifascista in Bosnia Erzegovina, spesso accompagnato dalla glorificazione dell’ideologia neoustascia, danneggia soprattutto la popolazione locale.

“I cittadini devono fare i conti con questo etnocentrismo primitivo e volgare, con lo sciovinismo, la barbarie e la ferocia, che non solo non appartengono all’Europa del XXI secolo, ma non appartengono affatto all’umanità, e spero che siamo ancora esseri umani e che vogliamo rimanere tali”, conclude Vuković.

In Bosnia Erzegovina la demolizione di monumenti della Seconda guerra mondiale raramente suscita forti condanne e sanzioni istituzionali, diventando “normale” in un contesto profondamente segnato da divisioni etniche.

Il mancato perseguimento penale dei responsabili della distruzione dei monumenti antifascisti trasmette un messaggio negativo. A Mostar, la città divisa per antonomasia, i fatti come la recente distruzione del monumento ai calciatori caduti nella Seconda guerra mondiale, contribuiscono all’acuirsi delle tensioni, soprattutto tra le due squadre rivali e tra le comunità che le sostengono.

Episodi analoghi dovrebbero fungere da monito: senza una lettura condivisa della storia, la Bosnia Erzegovina rischia di ridurre l’eredità antifascista a mere vestigia del passato.

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