Macedonia ed UE: sempre più lontane
Macedonia e Unione europea sempre più lontane. Per il terzo anno consecutivo la Commissione europea raccomanda il via ai negoziati dāaccesso per il Paese, ma questi restano bloccati dalla Grecia per la disputa sul nome. E il governo Gruevski sembra voler cavalcare la delusione anti-europea, mentre arrivano segnali preoccupanti sullo stato della democrazia interna
La Macedonia e lāUnione europea sono sempre più lontane. Questa tendenza, visibile ormai da qualche tempo, si ĆØ intensificata dopo la pubblicazione dellāultimo progress report della Commissione europea, ai primi di ottobre. Al momento, il governo di Nikola Gruevski sembra avere poche speranze di cambiare le cose. E anche poca volontĆ di farlo. Al contrario, sembra voler cavalcare il crescente euro-scetticismo del Paese.
Per il terzo anno consecutivo, il rapporto raccomanda che venga dato il via ai negoziati dāaccesso. Nel 2009 e nel 2010, il Consiglio europeo aveva deciso di sospendere lāavvio dei negoziati fino alla risoluzione della questione del nome ancora aperta fra Grecia e Macedonia. Niente fa pensare che al prossimo incontro del Consiglio succederĆ qualcosa di diverso. E come ĆØ noto, lāingresso della Macedonia nellāUnione ĆØ bloccato proprio dalla Grecia. Skopje vorrebbe aprire i negoziati e allo stesso tempo cercare una soluzione alla disputa (il cosiddetto modello croato, con riferimento alla disputa sui confini tra Slovenia e Croazia), ma Atene non ne vuole sapere.
Atmosfera cupa a Skopje
Nel 2009, peraltro, la raccomandazione dellāavvio dei negoziati era stata ampiamente celebrata in Macedonia. Questāanno, lāatmosfera ĆØ di cupa delusione. I funzionari di Bruxelles non si stancano di ripetere che la raccomandazione di iniziare i negoziati non ĆØ scolpita nella pietra. Secondo gli esperti, si tratta di un monito da prendere sul serio. Nel report in merito alla Macedonia si riscontrano progressi limitati e si esprime seria preoccupazione in merito a diverse aree, come la libertĆ di espressione. Gli osservatori non sono certo sorpresi. Ultimamente il governo ĆØ entrato in aperto conflitto con la magistratura e una serie di media dāopposizione, ONG e in generale voci critiche. Ć sensato aspettarsi che, se le cose non cambieranno, la Macedonia potrebbe non vedersi rinnovata la raccomandazione all’inizio dei negoziati il prossimo anno. Si tratterebbe di un fiasco politico colossale, destinato ad acuire lāisolamento internazionale del Paese. Ed ĆØ giĆ da qualche tempo che Skopje perde alleati. I rapporti con Washington non sono quelli di una volta e i funzionari statunitensi hanno ripetutamente espresso preoccupazione per il deficit democratico della Macedonia. Ad evitare critiche più aspre sono solo i report annuali di Bruxelles.
Questione di aggettivi
Ma il problema ĆØ che il governo macedone non vuole vedere il problema. Gruevski ha criticato UE e Commissione europea in termini alquanto diretti, interpretando il report come deliberatamente iper-critico e un tentativo di costringere Skopje a cedere nella disputa con la Grecia. Gli eurocrati hanno definito āinsoliteā le sue osservazioni. Invece di un dibattito onesto sui reali problemi del Paese, il governo ha stimolato lāopinione pubblica ad accanirsi contro la Commissione che vorrebbe negare lāidentitĆ del popolo macedone. Non ha aiutato in tal senso l’atteggiamento ambiguo di Bruxelles. Negli anni, lāaggettivo āmacedoneā, prima usato regolarmente in riferimento alla lingua, alle istituzioni e perfino alle squadre sportive, ĆØ gradualmente scomparso dai report annuali. Ć come se i lobbisti greci fossero rintanati in ogni corridoio e toilette della Commissione, pronti a scongiurare ogni uso dellāaggettivo.
Nei giorni successivi alla pubblicazione del report, il governo ha concentrato tutti gli sforzi sulla "guerra dellāaggettivo". Hanno reagito il presidente, il ministro degli Esteri, innumerevoli organizzazioni e associazioni di intellettuali, artisti, scrittori, studenti e cosƬ via. Hanno scritto lettere al Commissario Å tefan Füle e organizzato dibattiti, proteste e conferenze stampa. E le reazioni non sembrano scemare, anzi.
Ć giusto che la societĆ civile reagisca al comportamento della Commissione. Il problema ĆØ che sembra farlo su incitazione del governo. Lāaggettivo era giĆ sparito nel 2009, ma la gioia per la raccomandazione dellāavvio dei negoziati non aveva lasciato spazio a proteste. I veri problemi sono però altrove. Anche se il governo ha attribuito i toni tiepidi del report alla disputa sul nome, si tratta di due questioni separate. Lāarretramento democratico della Macedonia ĆØ una cosa. Il comportamento non democratico dellāEuropa sul diritto fondamentale allāautodeterminazione ĆØ unāaltra. In realtĆ , poco ĆØ cambiato nella posizione UE dalla famigerata Dichiarazione di Lisbona del 1991, che dichiarava che Bruxelles non avrebbe riconosciuto un Paese il cui nome comprendesse la parola āMacedoniaā. Quindi, forse, governo e societĆ civile dovrebbero concentrarsi di più sul precario stato della democrazia interna.
Segnali preoccupanti sul fronte interno
Le voci dāopposizione sui media macedoni sono state messe a tacere. Il quotidiano Dnevnik, in passato roccaforte del pensiero indipendente, si ĆØ bruscamente trasformato in servile bollettino governativo, anche se non ad opera del governo stesso, ma della proprietĆ WAZ. Lāex primo ministro e presidente Branko Crvenkovski, ora leader dellāopposizione, ha denunciato intercettazioni illegali. Con gli oppositori si usa la mano pesante.
Lāex ministro degli Esteri Ljube Boskovski, ora esponente del partito dāopposizione di destra āUniti per la Macedoniaā, che ha passato buona parte dellāultimo decennio come detenuto prima in Croazia e poi allāAja per accuse di crimini di guerra (poi cadute), ĆØ in carcere dai primi di giugno per finanziamento illecito alla campagna elettorale. Si tratta di un reato grave, ma la sua reclusione sembra figlia di una buona dose di giustizia selettiva, viste le enormi somme non dichiarate che i partiti macedoni spendono per le elezioni. Nemmeno Boskovski era un democratico modello quando era al potere e si ĆØ creato una reputazione ambigua con arresti a favore di telecamera, ma questa ĆØ unāaltra storia. Le detenzioni prolungate sembrano essere diventate strumenti di battaglia politica.
Con tutti i suoi difetti, la Macedonia ha lottato per costruire un regime democratico ed ĆØ in questa direzione che gli sforzi di governo e opinione pubblica dovrebbero andare. Non per lāUnione europea, ma per il bene del Paese.








