La Russia nel Caucaso meridionale: due fattori che spiegano cosa è cambiato
L’influenza della Russia nel Caucaso meridionale è diminuita negli ultimi anni. Al di là dell’invasione russa dell’Ucraina, due fattori in particolare aiutano a comprendere perché le cose siano cambiate

Una bandiera russa a Krasnodar (Russia). Foto: Giorgio Comai
Una bandiera russa a Krasnodar (Russia). Foto: Giorgio Comai
L’invasione russa dell’Ucraina, la guerra dell’Azerbaijan con l’Armenia per il Nagorno Karabakh e la svolta autoritaria in Georgia hanno contribuito a rimodellare il ruolo della Russia nel Caucaso meridionale negli ultimi anni. Senza discutere in dettaglio le molteplici sfaccettature di questi eventi epocali, questo articolo evidenzia due dinamiche più ampie che aiutano a spiegare il mutato ruolo della Russia nella regione.
Il Caucaso meridionale: oltre le politiche estere incentrate sul conflitto
La politica estera dei paesi del Caucaso meridionale è stata a lungo incentrata sul conflitto. Ciò conferiva alla Russia un potere e una leva sproporzionati. Ora, la situazione è cambiata: il conflitto non è più la principale priorità di politica estera per nessuno dei paesi della regione. Nella misura in cui il conflitto è ancora rilevante, la Russia non è più un elemento predominante nelle considerazioni dei Paesi coinvolti: non è un garante di sicurezza credibile per l’Armenia, non rappresenta un deterrente convincente per l’Azerbaijan e di fatto non viene descritta come una minaccia dall’attuale governo di Tbilisi.
Nelle dichiarazioni ufficiali, il governo georgiano sottolinea ancora che la Russia sta occupando parte del Paese, ma Mosca viene solo indirettamente presentata come una minaccia: secondo l’attuale leadership georgiana, la vera minaccia alla sicurezza deriva dalla vicinanza con l’Occidente, che starebbe spingendo la Georgia a diventare un nuovo campo di battaglia nel suo conflitto contro la Russia. C’è un certo dibattito sul fatto che il continuo sostegno di Tbilisi alle tesi del Cremlino sia la prova della rinnovata influenza di Mosca nella regione, ma si può ragionevolmente argomentare che la “conformazione attiva” della Georgia alle narrazioni del suo vicino settentrionale si possa comprendere meglio analizzando le dinamiche politiche interne e non debba essere considerata una prova dell’influenza della Russia. In effetti, il conflitto in Georgia è passato dall’essere questione di politica estera a strumento interno utilizzato dal governo contro le forze di opposizione per attuare la sua svolta autoritaria.
Questi sviluppi si sono ovviamente verificati all’ombra dell’invasione russa dell’Ucraina, ma trovano origine nella regione stessa, non da Mosca.

Le montagne innevate lungo la Strada militare georgiana, tra Tbilisi (Georgia) e Vladikavkaz (Russia) © Mirko Kuzmanovic/Shutterstock
Cosa c’è di diverso nell’imperialismo russo sotto il tardo putinismo
Al ruolo ridotto della Russia nel Caucaso hanno contribuito anche importanti cambiamenti a Mosca. Questo si comprende meglio chiedendosi cosa abbia realmente permesso alla Russia di mantenere un’egemonia duratura nella regione. La risposta più immediata è che la Russia era più interessata alla regione rispetto ai principali concorrenti: non era più potente, semplicemente ci si dedicava di più. Durante i primi decenni post-sovietici, questo era dato per scontato sia a livello locale che internazionale, e in effetti è questo che ha conferito alla Russia un ruolo centrale nei conflitti post-sovietici nella regione, nonostante la sua relativa debolezza. In un contesto diverso, la stessa logica si applica anche all’invasione russa dell’Ucraina: Mosca dava per scontato di vincere in Ucraina non perché si ritenesse più forte dell’Occidente, ma perché era certa di avere a cuore l’Ucraina molto più di altre potenze rilevanti.
Il Caucaso meridionale ricopre da tempo un ruolo speciale nell’immaginario imperialista russo. Ma considerando la forma peculiare che l’imperialismo russo ha assunto nel tardo putinismo, il Caucaso meridionale ha ancora la stessa importanza di un tempo? Probabilmente, due caratteristiche delle idee imperialiste russe nel tardo putinismo lo distinguono dalle sue varianti precedenti.
In primo luogo, è emersa in modo spiccato un’attenzione più esplicita al nucleo slavo dell’impero, il cosiddetto “mondo russo”. Si tratta di un cambiamento sorprendente rispetto alla concezione dell’impero sia zarista che tardo-sovietica: il Caucaso era una parte importante dell’immaginario imperialista russo; ora, molto meno.
In secondo luogo, ha acquisito importanza una maggiore attenzione alla più ampia competizione geopolitica con l’Occidente. In questa prospettiva, la grandezza della Russia si afferma attraverso la sua capacità di opporsi all’Occidente; l’idea imperiale russa prospera e si rafforza attraverso la competizione attiva con l’Occidente. Di conseguenza, i luoghi in cui questa competizione si manifesta più apertamente diventano una priorità. Ciò è più evidente in Ucraina, naturalmente, ma anche l’intervento militare russo in Siria può essere in parte spiegato attraverso questa lente.
La Georgia è da tempo al centro di questa dinamica, poiché sia gli attori nazionali che molti membri della comunità di politica estera statunitense l’avevano trasformata in una “causa (geopolitica) nel Caucaso”. Tuttavia, con il governo georgiano che ha voltato le spalle all’Occidente e il venir meno dell’interesse degli Stati Uniti verso la regione, Tbilisi ha cessato di essere un luogo di competizione geopolitica diretta. L’imperialismo russo prospera sempre più grazie alla competizione geopolitica, mentre la Georgia ha smesso di essere un luogo in cui può essere riaffermato. Una logica simile si è applicata anche alla guerra nel Nagorno Karabakh, che non è emersa come momento di competizione geopolitica con l’Occidente; la competizione geopolitica con la Turchia, che avrebbe potuto manifestarsi in quell’occasione, non è centrale nell’imperialismo russo nel tardo putinismo. Nel caso del Nagorno Karabakh, seppur a malincuore, Mosca ha infine di fatto accettato di essere messa da parte.
In breve, nel contesto attuale, il Caucaso meridionale è meno importante per l’idea imperiale russa di quanto non lo fosse in passato. Non è solo una questione di energie e risorse, con la Russia già impegnata in Ucraina di fatto incapace di esercitare un ruolo egemonico credibile nella regione. Piuttosto, le due peculiarità dell’imperialismo russo odierno sopra menzionate (la crescente attenzione al nucleo slavo e alla competizione geopolitica con l’Occidente) sono determinanti per spiegare sia perché il Cremlino abbia lanciato l’invasione dell’Ucraina, sia, in ultima analisi, perché si interessi meno del Caucaso meridionale.
Cambiamento, nel contesto
C’è un consenso generale sul fatto che l’influenza della Russia nel Caucaso meridionale sia diminuita negli ultimi anni. Ben più dell’invasione russa dell’Ucraina, questo è il risultato di dinamiche di lungo periodo, tendenze globali e importanti sviluppi nella regione. I due cambiamenti delineati in questo articolo (il fatto che la politica estera dei paesi del Caucaso meridionale non sia più incentrata sul conflitto e che il Caucaso meridionale non sia al centro dell’immaginario imperialista russo sotto il tardo putinismo) forniscono utili elementi di interpretazione per comprendere i cambiamenti in corso.
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