Haggadah di Sarajevo, il manoscritto simbolo della capitale della Bosnia Erzegovina

Sia durante la Seconda guerra mondiale che l’assedio degli anni Novanta gli abitanti di Sarajevo, pur sapendo di rischiare la propria vita, hanno custodito e protetto l’Haggadah, un manoscritto medievale miniato il cui valore va oltre la dimensione puramente artistica

03/02/2026, Edin Krehić Sarajevo
Haggadah di Sarajevo, un manoscritto di inestimabile valore, conservato nel Museo nazionale della Bosnia Erzegovina. Foto: Zemaljski muzej Bosne i Hercegovine

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Haggadah di Sarajevo, un manoscritto di inestimabile valore, conservato nel Museo nazionale della Bosnia Erzegovina © Foto: Zemaljski muzej Bosne i Hercegovine

L’Haggadah di Sarajevo è più di un libro. Questo manoscritto ebraico miniato, creato nella Spagna medievale, fu custodito dagli ebrei dopo l’espulsione dalla Spagna, per poi arrivare nella capitale della Bosnia Erzegovina, una città che nel corso dei secoli ha sempre protetto i beni comuni.

L’Haggadah è scritta a mano su pergamena e dipinta con pigmenti e foglie d’oro. È considerata uno dei libri più antichi e belli del mondo. Dopo la persecuzione degli ebrei sefarditi alla fine del XV secolo, il libro arrivò nei Balcani con le famiglie di profughi, trovando rifugio in Bosnia.

A Sarajevo, l’Haggadah è stata sempre protetta, diventando parte del patrimonio culturale e storico della città, a testimonianza di una lunga tradizione di accoglienza, convivenza e conservazione della memoria culturale.

L’arrivo a Sarajevo

“Dopo l’espulsione degli ebrei dalla Spagna, il libro giunse a Sarajevo, passando dall’Italia”, racconta Jakob Finci, presidente della comunità ebraica della Bosnia Erzegovina, sopravvissuto alla prigionia in un campo di concentramento durante la Seconda guerra mondiale.

Non si conosce l’anno esatto dell’arrivo dell’Haggadah a Sarajevo. Tuttavia, come afferma Finci, alcuni indizi suggeriscono che il manoscritto fu portato da rabbini italiani che spesso si recavano in Bosnia.

“Ad ogni modo, ad un certo punto la famiglia Koen entrò in possesso dell’Haggadah – spiega Finci – e dopo la morte del padre, la offrì in vendita all’associazione culturale e umanitaria La Benevolencija. La famiglia chiese 150 fiorini”.

“Pochi anni dopo la sua creazione [nel 1888], il Museo Nazionale della Bosnia Erzegovina acquistò il manoscritto, che così divenne un bene pubblico”.

Fragile e preziosa, l’Haggadah trovò a Sarajevo più di un mero rifugio. Trovò continuità, diventando parte dell’identità della città, simbolo di convivenza e responsabilità culturale, testimone di una storia europea che non si misura con i confini.

“Il Museo nazionale inviò il libro a Vienna per una perizia”, ​​afferma Finci, precisando che il manoscritto fu analizzato da due professori di fama mondiale.

Nel 1910, dopo l’annessione della Bosnia all’Austria-Ungheria, l’Haggadah fu riportata a Sarajevo.

Il libro lasciò la città solo un’altra volta, ai tempi della Jugoslavia socialista, per essere esposto in una mostra a Zagabria.

Haggadah, dettaglio. Foto: Zemaljski muzej Bosne i Hercegovine

Haggadah, dettaglio © Foto: Zemaljski muzej Bosne i Hercegovine

Un patrimonio protetto

Jakob Finci ricorda che nel 2013, quando il Museo nazionale era temporaneamente chiuso, il Metropolitan Museum of Art di New York si offrì di esporre l’Haggadah di Sarajevo nei propri spazi. La notizia ebbe una vasta eco in tutto il mondo.

“Le nostre autorità e la nostra Commissione per la salvaguardia dei monumenti culturali non diedero il loro consenso. Anche il consiglio comunale si oppose, vietando di portare il manoscritto fuori da Sarajevo”, spiega il presidente della comunità ebraica della BiH.

Due famosi curatori del Metropolitan Museum si recarono poi a Sarajevo per analizzare il manoscritto, esprimendo il loro rammarico per non poter esporre a New York un’opera di così alto valore.

Non capita spesso che il proprietario di un’opera d’arte scelga di non prestarla ad uno dei musei più prestigiosi al mondo, dando priorità alla protezione dell’opera.

Finci sottolinea che l’Haggadah di Sarajevo è diventata simbolo della città proprio perché è sopravvissuta a tutte le tragedie storiche. Come la fenice, rinasce dopo ogni catastrofe, costruendo un forte legame emotivo con gli abitanti di Sarajevo, che nel manoscritto vedono un simbolo di sopravvivenza e continuità.

“Quello dei sarajevesi per l’Haggadah è un amore del tutto peculiare”, afferma Finci. “La popolazione è convinta che la città sopravviva grazie a questo libro”.

Che i sarajevesi siano molti affezionali all’Haggadah, lo dimostra la storia della città, dove il manoscritto è stato sempre protetto, anche nei momenti più difficili.

I giusti nei tempi bui

Nel 1941 i musulmani bosniaci, pur sapendo di rischiare la vita, nascosero il libro dai nazisti. Molti musulmani, che salvarono gli ebrei durante la Seconda guerra mondiale, oggi figurano tra i Giusti tra le nazioni, il più alto riconoscimento che il popolo ebraico assegna a chi è rimasto umano nei tempi più bui.

Scrivendo il romanzo “Znaš li Nunu Montiljo?” [Conosci Nuna Montiljo?], ho avuto l’occasione di scavare nel passato della comunità ebraica della Bosnia Erzegovina. Così mi sono imbattuto nella storia di Salih Pozder, che salvò una ragazza ebrea, Rahela Montiljo, nascondendola dai nazisti e dagli ustascia durante la Seconda guerra mondiale.

Rahela, la cui famiglia fu sterminata durante l’Olocausto, è diventata una stimata professoressa di economia e ha sempre considerato Salih Pozder come un secondo padre. Anche Pozder è stato incluso tra i Giusti tra le nazioni.

Salvare il manoscritto

La città di Sarajevo ricorda Derviš Korkut, noto orientalista bibliotecario ed ex curatore del Museo Nazionale, con stima e affetto. Durante l’occupazione del 1941, Korkut, con l’aiuto di Jozo Petrović, l’allora direttore del museo, nascose l’Haggadah, rischiando la propria vita. Poco dopo, il generale tedesco Johan Fortner fece irruzione nel museo e chiese che gli venisse consegnata l’Haggadah di Sarajevo. Lo ingannarono dicendogli che il libro era già stato portato via dai tedeschi.

Durante l’assedio di Sarajevo (1992-1996), la linea del fronte passava nelle immediate vicinanze del Museo Nazionale. Enver Imamović, professore emerito dell’Università di Sarajevo, accompagnato da alcune persone coraggiose, schivò una pioggia di proiettili e granate, prelevò  l’Haggadah dal museo e la portò in salvo, nella cassaforte della Banca Nazionale.

Questi due episodi, accaduti a distanza di mezzo secolo l’uno dall’altro, sono legati da uno filo rosso, ossia dall’idea che la protezione del patrimonio culturale non è una questione di potere, bensì di coscienza. L’Haggadah di Sarajevo è più di un’opera d’arte custodita in un museo, va osservata in un contesto più ampio, come la prova vivente della possibilità di proteggere la cultura altrui come la propria.

Solo adottando questa prospettiva, è possibile comprendere le polemiche politiche a cui assistiamo in questi giorni.

Durante una recente visita a Tel Aviv, Milorad Dodik, ex presidente della Republika Srpska, ha annunciato di voler lanciare un’iniziativa per “restituire” l’Haggadah di Sarajevo a Israele, nonostante il manoscritto non sia mai appartenuo a Israele.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Per le autorità di Sarajevo, le affermazioni di Dodik, anziché sollevare una questione storica, denotano una totale ignoranza e strumentalizzano la tutela del patrimonio ebraico a fini politici.

“Sarajevo è sempre stata e rimarrà una città aperta a tutti, indipendentemente dall’appartenenza nazionale, religiosa, etnica e di altro tipo”, sottolinea Samir Avdić, sindaco di Sarajevo, ex giocatore della nazionale di pallacanestro della Bosnia Erzegovina, con una ricca carriera sportiva alle spalle.

Per Avdić, le dichiarazioni di Milorad Dodik sono un tentativo estremamente irresponsabile e offensivo di screditare Sarajevo e i suoi valori fondamentali.

Foto: Zemaljski muzej Bosne i Hercegovine

© Foto: Zemaljski muzej Bosne i Hercegovine

Un patrimonio condiviso

“Queste dichiarazioni non sono solo un attacco alla città di cui sono sindaco e orgoglioso cittadino, una città i cui abitanti, rischiando la propria vita, hanno salvato l’Haggadah da guerre, persecuzioni e distruzioni”, afferma Avdić.

Il sindaco sottolinea che l’Haggadah di Sarajevo non può essere oggetto di strumentalizzazioni politiche, trattandosi di un’oprea di valore inestimabile che fa parte del patrimonio culturale e storico di Sarajevo, della Bosnia Erzegovina, dell’Europa e dell’umanità intera.

“Questo è l’ennesimo insulto alle cittadine e ai cittadini di Sarajevo”, denuncia Avdić. “Sarajevo è la prima città dell’area [ex jugoslava] ad aver ricostruito una sinagoga dopo la Seconda guerra mondiale. Una città che si è impegnata anche per salvare la Vecchia sinagoga, trasformandola nel Museo degli ebrei della Bosnia Erzegovina, e celebra ogni anno la Giornata della Memoria, promuovendo una cultura del ricordo e del rispetto per le vittime e per il contributo della comunità ebraica allo sviluppo della nostra società”.

“Vi rivolgete a una città che è sopravvissuta all’assedio più lungo della storia moderna – sottolinea il sindaco – difendendo l’idea di unità e umanità, una città che anche nei momenti più difficili ha offerto rifugio a tutte le persone, a prescindere alla loro appartenenza religiosa ed etnica e dalla loro origine”.

Il sindaco di Sarajevo ha poi inviato un chiaro messaggio a Milorad Dodik e a tutti quelli che condividono le opinioni del leader della Republika Srpska. “Non avete il diritto morale e politico di parlare di Sarajevo e di darle lezioni. Sarajevo e l’Haggadah sono tutt’uno, simboli di sopravvivenza, ma anche di vittoria!”.

Per gli abitanti di Sarajevo, le dichiarazioni di Dodik non hanno nulla a che vedere con la giustizia culturale. Ritengono che l’ex presidente della RS stia cercando di strumentalizzare la storia per scopi politici e di ingraziarsi Israele per realizzare i propri obiettivi.

L’Haggadah di Sarajevo non è un simbolo contro qualcuno né uno strumento di conflitto ideologico. È una testimonianza della storia europea, della convivenza e della responsabilità verso un patrimonio condiviso.

Un bene pubblico

“Non c’è alcuna possibilità di spostare l’Haggadah di Sarajevo perché, come tutte le altre opere custodite nel museo, è di proprietà dello stato bosniaco-erzegovese”, spiega Mirsad Sijarić, responsabe della Sezione di archeologia e alto medioevo del Museo Nazionale. “I politici cercano di approfittare dell’occasione per ingraziarsi qualcuno, per ottenere qualche piccolo vantaggio”.

Recentemente, Sijarić si è dimesso dall’incarico di direttore del Museo Nazionale. Pochi mesi prima di rassegnare le dimissioni aveva deciso di devolvere una parte degli introiti – nello specifico il ricavato della vendita di una pubblicazione dedicata all’Haggadah di Sarajevo – a sostegno della Palestina.

Mirsad Sijarić. Foto: Zemaljski muzej Bosne i Hercegovine

Mirsad Sijarić © Foto: Zemaljski muzej Bosne i Hercegovine

A reagire duramente alla proposta è stato, guarda caso, proprio Milorad Dodik, un politico che nega il genocidio di Srebrenica elogiando i criminali di guerra serbi come eroi.

“L’Haggadah di Sarajevo, come la maggior parte delle opere d’arte, è un bene culturale e storico comune, un patrimonio di civiltà che appartiene all’umanità intera e nessun sistema politico se ne può appropriare”, sottolinea Sijarić.

L’ex direttore denuncia la difficile situazione del Museo Nazionale che, pur essendo un ente pubblico, da trent’anni ormai non ha una fonte di finanziamento stabile, anche a causa della politica distruttiva della leadership serbo-bosniaca.

Sijarić non risparmia però critiche nemmeno ai politici di Sarajevo, considerandoli in parte responsabili delle difficoltà che il museo si trova ad affrontare.

“Può sembrare ironico, ma siamo grati quando viene sollevata una questione [come quella della ‘restituzione’ dell’Haggadah], allora improvvisamente qualcuno si ricorda che esistiamo”, conclude Mirsad Sijarić.

Sarajevo, il Museo Nazionale e l’Haggadah condividono lo stesso destino. Sono sopravvissuti a persecuzioni, guerre e assedi. L’Haggadah non deve essere restituita a nessuno, si trova già nel luogo a cui appartiene: nel Museo Nazionale di Sarajevo, capitale della Bosnia Erzegovina.