Guerra e ricerca scientifica a Äernobyl
Äernobyl, pur con il trauma politico e sociale che ha comportato e che si trascina ancora oggi a distanza di 36 anni, continua ad essere un grande campo di ricerche e di intuizioni per la comunitĂ scientifica mondiale. Dall’Ucraina, la riflessione del ricercatore scientifico Piergiorgio Pescali

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Murale a Pripyat Äernobyl foto di Oleksandra Bardash Unsplash
Purtroppo, la ruota che muove il progresso dellâuomo viene ad aumentare anche grazie alle catastrofi, naturali o umane, che la Natura o lâuomo stesso producono.
Äernobyl, pur con il trauma politico e sociale che ha comportato e che si trascina ancora oggi a distanza di 36 anni, continua ad essere un grande campo di ricerche e di intuizioni per la comunitĂ scientifica mondiale. I 2.600 chilometri quadrati di superficie, dal 1986 quasi del tutto preclusi allâuomo (in realtĂ decine di migliaia di persone ogni anno visitano per diversi motivi la zona), rappresentano un laboratorio unico per attivitĂ di ricerche in moltissimi campi della scienza: fisici, chimici, biologi, zoologi, medici e molti altri rappresentanti di diverse discipline scientifiche continuano a monitorare con estrema attenzione i cambiamenti in atto nellâArea di esclusione.
Il mantenimento dello status quo dellâintera regione contaminata non è solo una prerogativa necessaria per evitare che le radiazioni residue presenti nel terreno vengano esportate verso regioni abitate, ma anche per continuare a verificare come la Natura riesca a contrastare e riparare i danni causati dallâuomo in un ambiente neutro e quasi non intaccato.
Ă anche per questa ragione che molti rappresentanti della scienza hanno espresso preoccupazione per lâallargamento del conflitto nella zona. Una guerra che, oltre ad essere una sciagura per lâuomo, lo è anche per le ricerche in atto nellâArea di esclusione. Lo sconvolgimento topografico del terreno dovuto dallâinvasione russa, la fuga di animali che da decenni hanno fatto di quella zona il loro habitat, la distruzione degli hotspot in cui si concentrano i radioisotopi la cui dislocazione geografica oggi permette a centinaia di persone di vivere in zone relativamente sicure anche allâinterno delle aree contaminate, ha interrotto quella lunga serie di raccolta di dati e di informazioni che continua dallâincidente causato dallo scoppio del reattore numero 4. Tutto questo è sicuramente del tutto secondario alla perdita di vite umane ed ai dissesti politici ed economici che una guerra comporta, ma i risultati sino ad oggi ottenuti hanno loro stessi contribuito a salvare migliaia di altre vite umane e altre ne salveranno in futuro.
La sete di conoscenza che permette allâuomo di progredire, in modo anche discutibile, sullâasse della storia viene continuamente alimentata da nuove scoperte e nuove soluzioni a problemi che nel passato sembravano irrisolvibili. Recentemente, ad esempio, uno studio pubblicato su Science condotto da un team comprendente una quarantina di scienziati su un campione di 130 bambini nati tra il 1987 e il 2002 da genitori esposti a forti dosi di radiazioni durante lâincidente del 1986, non ha evidenziato mutazioni genetiche che invece si credeva si trasmettessero per via generazionale. Ciò non significa che non vi possano essere mutazioni, ma esse sono piĂš rare di quanto sino ad oggi si potesse pensare. Questo studio, il piĂš ampio e preciso sino ad oggi condotto in questo campo, potrebbe aprire strade a nuovi campi di ricerca e di trattamento verso pazienti colpiti da radiazioni, ma ha mostrato anche quanto avanzati siano gli studi sul DNA e sulla lotta contro il cancro anche grazie ai continui monitoraggi effettuati sulle vittime dellâesplosione del reattore di Äernobyl.
Per tre decenni gli scienziati hanno installato telecamere a circuito chiuso, fototrappole per seguire i movimenti della fauna locale, hanno seguito le sinusoidi dei livelli di radioattivitĂ nelle zone anche piĂš pericolose, come la Foresta rossa, che ospita uno dei terreni piĂš contaminati dellâarea di Äernobyl.
Sono stati fatti anche esperimenti di ripopolamento, come quello, ormai famoso, dei cavalli di Przewalski, una specie equina nativa degli altipiani mongoli e quasi estinta. Nel 1998 alcuni zoologi hanno liberato trenta esemplari lasciandoli liberi di pascolare nella zona con lâintento di limitare il pericolo di incendi naturali: oggi se ne contano una sessantina di unitĂ e nessuno di loro sembra abbia subito mutazioni genetiche.
La guerra, con il conseguente improvviso aumento della presenza umana, avrĂ conseguenze dirette sulla flora e sulla fauna, entrambe ormai abituate ad abitare in un ambiente pressochĂŠ incontaminato. E anche sulle persone che vivono a lavorano a Äernobyl.
A poche centinaia dal nuovo sarcofago che protegge ciò che resta del reattore numero 4 esploso nel 1986, il dosimetro segna una radioattivitĂ di 0,7 microSievert per ora, pari a 6 milliSievert allâanno; una dose simile, se non piĂš bassa, a quella che si assorbe in una cittĂ del Centro Italia, dove il terreno tufaceo innalza la radioattivitĂ naturale. La vita qui potrebbe quindi procedere senza grossi pericoli, ma spostandoci solo di qualche chilometro ed entrando nellâhotspot della Foresta Rossa, il display mostra un livello di 40 microSievert per ora, pari a 350 milliSievert annui, ben oltre i 20 mSv annui fissati come limite per chi lavora in una centrale nucleare. Appare dunque chiaro che la liberazione di una tale quantitĂ di radioisotopi e il conseguente fallout trasportato dai venti, obbligherĂ a monitorare di nuovo lâintera area, a ridisegnare le mappe e le strade su cui oggi si fa affidamento per spostarsi allâinterno dellâArea di esclusione, traslocare centinaia di samosely e migliaia di profughi interni che si sono stanziati a ridosso o allâinterno della zona contaminata e valutare ex novo le procedure di sicurezza sia per chi opera nella centrale nucleare, sia per chi, scienziati o turisti, arrivano a visitare lâarea.
Non è solo una questione di soldi e di tempo, ma è anche una procedura obbligata che rischia di interrompere per diversi mesi, se non anni, ogni ricerca in atto e vanificare quelle sino ad oggi condotte.
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Tag: Chernobyl | Ricerca | Ucraina la guerra in Europa












