Il nuovo libro di Luca Rastello. Un romanzo, ma anche una denuncia sull'insostenibilità e sull'ipocrisia del mondo no profit. Un attacco alla bontà che genera potere, seguito da molte polemiche per i nomi che lascia intendere. Una recensione

12/05/2014 -  Mauro Cereghini

Avrei voluto scrivere de "I buoni", l'ultimo libro di Luca Rastello, come di un romanzo. E dire della sua capacità di catturarti, di avvolgerti nella lettura pur prendendoti a schiaffi quasi ad ogni pagina. Dalle fogne di Bucarest alle fabbriche abbandonate delle nostre periferie urbane, ti getta addosso il fango di un'umanità scartata. La fatica di tante anime fragili, dello psicologo in bilico sulla sua identità sessuale, della ragazza madre dagli occhi sempre tristi, dei bambini rumeni malati di aids. Eppure persone vive, sguardi veri.

E poi parlare del racconto di chi li aiuta, del lato oscuro dei buoni per professione, dei volontari e degli operatori sociali. Anche loro ritratti nella nuda concretezza, fatta di quotidiani compromessi più che di nobiltà e princìpi. Un'immagine lontana dalle riviste patinate, con le rubriche fisse sul sociale-equo-solidale che fa tanto chic. E libera dalle retoriche politicamente corrette delle "operazioni bontà" e delle "partite del cuore", versioni televisive della carità più pelosa. Quella che lava con qualche avanzo di portafoglio le cattive coscienze, permettendo loro di continuare a farsi i fatti propri.

Avrei voluto scrivere della protagonista Azalea, del suo percorso da bambina di strada in Romania a dirigente di una grande onlus in Italia. E del suo sparire inquietante nelle ultime pagine del libro, dopo aver toccato con mano il maligno che può nascondersi dietro a ogni buono, quasi una profezia sul destino che non è dato cambiare. Avrei commentato la scrittura di Luca Rastello, sempre secca e acuta come nel precedente "Piove all'insù", ma stavolta meglio disposta a mio parere a farsi seguire dal lettore. E avrei segnalato la preferenza per la prima parte del testo, che concede di più alle atmosfere ed ai luoghi prima di farsi prendere, e a tratti vincere, dall'incalzare della trama.

Insomma avrei voluto parlare di un romanzo, anzi di un bel romanzo. Ma "I buoni" è, involontariamente o per scelta, qualcosa più di un romanzo. La verosimiglianza ad un caso reale - la storia della rete antimafia Libera e del Gruppo Abele da cui ha preso avvio, con la figura carismatica di don Luigi Ciotti alle spalle di entrambi - ha acceso l'interesse di molti polemisti. Dando notorietà al libro, che uscito da appena un mese è già finito sulle pagine dei principali quotidiani nazionali. Ma insieme sviando l'attenzione dal suo messaggio principale, che non dovrebbe essere il dito-Ciotti, don Silvano nel libro, ma la luna dell'universo no profit. Quell'incrocio tra volontariato incosciente, potere delle emozioni e professionismo della solidarietà; quella fiera di dolore, carisma e affari che in campo internazionale, con Michele Nardelli, abbiamo chiamato "circo umanitario". Al tempo qualcuno propose anche a noi di fare nomi e cognomi, prendendo tra gli altri Emergency quale esempio della cultura emergenziale che andavamo criticando. Scegliemmo di non farlo, per provare a trasmettere idee più che polemiche.

Luca Rastello era con noi, quando come Osservatorio sui Balcani avviavamo tra i primi una riflessione critica sulla solidarietà italiana nel sud est europeo, e non solo. Leggo questo romanzo oggi, dopo che entrambi siamo andati per altre strade, e ci trovo echi dei pensieri di allora. Sbocciati in una narrazione che Luca ha saputo rendere densa, avvincente, profonda. Letterariamente cattiva anche, ed è un pregio. Tra i passaggi più riusciti c'è proprio la pagina che intreccia l'omelia di don Silvano per i lavoratori morti in un'acciaieria - anche qui, facile l'accostamento - con i dialoghi spericolati tra gli amministratori della onlus: "L'appalto lo vinciamo noi". "Sicura?" "Sicura: paghiamo di meno il personale".

E' stato fatto notare giustamente - ad esempio su Redattore Sociale - che non c'è solo il male, del no profit andrebbero visti i lati positivi e quelli negativi, chi abusa del volontariato e chi tutela i lavoratori. Ma altri potrebbero rispondere che questo è compito di un saggio, non di un romanzo. "I buoni" graffia, fa male, però parla anche di noi. Dei compromessi che ogni realtà del sociale è chiamata a fare tra le alte dichiarazioni scolpite nelle mission e nelle vision, e la bassa realtà dei mille sotterfugi per tirare avanti. Con la motivazione auto-assolutoria della buona causa, e a volte lo scudo del capo carismatico. Il capo che promuove e allontana, che parla alla tv o con i politici di turno, che addirittura battezza con nomi nuovi i suoi sottoposti. Perché la bontà dà fama, e la fama potere.

I buoni siamo noi, ci ricorda Luca. Il male è dentro ciascuno, e non conta tanto dichiararsene immuni, quanto saperlo e mettere in pratica le contromisure adeguate. Dispiace allora che gran parte del dibattito sul libro abbia parlato d'altro. Certo resta il dubbio di come sarebbe stato accolto se non avesse contenuto una somiglianza così forte - almeno tale appare a me, pur senza essere torinese - con la storia del Gruppo Abele e di Libera. E del fondatore, il prete eroe del nostro tempo: "Tutti lo amano, i potenti, i belli, i celebri, e la suora che trema sotto il suo sguardo. Tutti sono orgogliosi di essere suoi amici. Perché lui cavalca con le insegne del bene. [...] Combatte lui la battaglia che noi non abbiamo tempo di combattere. [...] Lascialo stare, don Silvano. Lui si nutre del disperato bisogno di conciliazione che nasce dalle nostre vite in cattività. Lui è la forma del mondo così com'è". "Tu, perché lo servi?" "Perché io sono come loro. Mi credi migliore?"

E' un romanzo-confessione questo di Luca Rastello. Un romanzo forse difficile da scrivere, senz'altro difficile da leggere per chi vive nell'impegno sociale e soprattutto per chi si riconoscerà in qualcuno dei personaggi. Un romanzo che, per aprire sentieri, rischia di scavare fossati. Però un romanzo necessario. Spero lo leggano in tanti. E spero non lo facciano con gli occhi vendicatori di Adrian, il ragazzo delle fogne che invoca la punizione finale in nome di Azalea. Ma con quelli dolci e auguranti della dedica iniziale, perché chi entra nel mondo dei buoni impari a sfuggirne le ombre.


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