“Ogni volta fa più male”. Srebrenica, ventidue anni dopo
Quella che si combatte oggi in Bosnia Erzegovina ĆØ una āguerra per la veritĆ ā fondata sulla competizione etnica, e le armi principali sono parole e narrative sul passato
āFa male, ogni anno fa più male. Il problema ĆØ che noi, che abbiamo vissuto lĆ , avevamo unāidea di cosa sarebbe potuta diventare quella comunitĆ che ĆØ stata invece distrutta. Il tempo non cura tutte le feriteā, spiega in unāintervista televisiva Emir SuljagiÄ. Sopravvissuto al genocidio di Srebrenica quando era poco più che ventenne (su cui ha scritto lo straordinario libro Cartolina dalla fossa) SuljagiÄ ĆØ uno dei più instancabili testimoni degli eventi del luglio 1995, quando oltre 8.000 bosniaci musulmani furono uccisi dalle forze serbo-bosniache.
In questi ultimi anni, e soprattutto in quello corrente, lāattenzione pubblica su Srebrenica si ĆØ concentrata sullāattualitĆ , tra speculazioni della politica domestica, aiuti e pressioni internazionali.
SuljagiÄ, invece, cerca di restituire centralitĆ a coloro che con il passare degli anni, in questi giorni di luglio, sono sempre meno protagonisti. āQuando parlo di vittime del genocidio, parlo dei miei compagni di classe con cui sono cresciuto. E so quanto potenziale abbiamo perduto in quel crimine mostruosoā.
Ora che giustizia transnazionale e documentazione storiografica hanno espresso (o stanno per farlo) solidi verdetti, sarà sempre più fondamentale per la trasmissione del passato ricordare nomi e storie individuali, prescindendo dal loro carico identitario e collettivo.
Ć ciò che prova a fare questo video inedito, diffuso nei giorni scorsi dalla agenzia BIRN, girato tra gli abitanti di Srebrenica durante lāassedio delle forze serbo-bosniache tra il 1993 e il 1995, restituendoci la loro umanitĆ , tra speranza e rassegnazione.
Ć ciò che fanno i giovani dellāassociazione Adopt Srebrenica, che stanno realizzando un Centro di documentazione composto di materiale del periodo precedente alla guerra, fotografie e testimonianze per recuperare le memorie degli scomparsi e superare le narrative centrate sulla separazione etnica, ricomponendo un passato di convivenza come normalitĆ quotidiana.
Come ogni anno, lā11 luglio sono stati sepolti al Memoriale di PotoÄari gli scomparsi ritrovati nelle fosse comuni e identificati nei mesi scorsi. Questāanno si trattava di 71 uomini, che si aggiungono ai circa 6.500 giĆ sepolti negli anni precedenti. Il fatto che ne manchino ancora allāappello più di 1.000 segnala che la rielaborazione dei traumi durerĆ ancora a lungo.
Per la veritĆ , la commemorazione ĆØ svolta in tono minore rispetto alle edizioni precedenti. La partecipazione di pubblico ĆØ apparsa inferiore, cosƬ come lo ĆØ stata la presenza di ospiti internazionali. Dalla Serbia non ha partecipato nessun esponente di governo, conseguenza dei disordini avvenuti nel 2015 con la visita dellāallora premier VuÄiÄ, ma anche del fallito ricorso di Sarajevo alla sentenza della Corte Internazionale di Giustizia sul caso Bosnia-Serbia, che ha nuovamente raffreddato i rapporti.
Un gesto simbolicamente importante, per quanto politicamente limitato ĆØ la visita a PotoÄari di diversi esponenti dellāopposizione serba. SaÅ”a JankoviÄ, giunto secondo alle recenti presidenziali serbe, si ĆØ espresso in termini netti sul riconoscimento del genocidio e sulla necessitĆ di fare i conti con il passato da parte di Belgrado.
Ma a catturare lāattenzione, questāanno, ĆØ stato ciò che ĆØ avvenuto (o meglio, ciò che sarebbe dovuto avvenire) fuori da PotoÄari.
Trilogia della āmenzognaā
Dagli ambienti ultra-nazionalisti serbo-bosniaci ĆØ infatti partita unāoffensiva negazionista brutale e senza precedenti, sviluppatasi su tre episodi tutti a ridosso dellā11 luglio, e tutti contenenti un riferimento alla parola laž (menzogna, bugia) per sottolinearne lāintento revisionista.
La prima vicenda riguarda Liljana BulatoviÄ, biografa e amica intima del generale Ratko MladiÄ, nota per argomenti negazionisti, glorificatori della leadership di guerra serbo-bosniaca, e deliberatamente insultanti verso le vittime dei crimini. BulatoviÄ era stata invitata a presentare il suo libro, intitolato āSrebrenica: menzogna e inganno al popolo serboā proprio a Srebrenica il 7 luglio, dunque a ridosso della commemorazione di PotoÄari, per giunta in una manifestazione culturale finanziata dal comune. Solo dopo la mobilitazione di numerose ONG della Bosnia Erzegovina e della Serbia, lāevento ĆØ stato annullato.
Negli stessi giorni, unāassociazione ultranazionalista locale (IstoÄna Alternativa, āAlternativa Orientaleā) annunciava per lā8 luglio, nel pieno centro di Srebrenica, la posa di un monumento dedicato allāambasciatore russo presso lāONU Vitali Churkin.
Recentemente scomparso, Churkin ĆØ diventato una sorta di eroe popolare per i nazionalisti serbi nel luglio 2015, quando oppose il decisivo veto alla risoluzione proposta dal Regno Unito al Consiglio di Sicurezza ONU che esortava a riconoscere il genocidio di Srebrenica.
āQuello che per loro ĆØ Bill Clinton, per noi ĆØ Churkinā, ha spiegato un sostenitore dellāiniziativa, ennesimo caso di āgeo-politicizzazioneā della memoria, che nutre la narrazione complottista secondo cui i fatti di Srebrenica (e le guerre jugoslave tutte) costituirebbero un continuum nella cosiddetta āguerra strategicaā dellāoccidente atlantista contro lāoriente russo-slavo, assolvendo da ogni responsabilitĆ le classi politiche e militari locali.
Anche in questo caso sono arrivate vibranti proteste di ONG e attivisti, che hanno parlato del monumento come di āun dito nellāocchio dei sopravvissutiā, costringendo una reticente amministrazione municipale a negarne il permesso per ātimore di provocazioni reciprocheā.
Lāevento più visibile era tuttavia in programma a Banja Luka. Proprio per lā11 luglio, nel centro della capitale della Republika Srpska il movimento ultra-nazionalista Zavetnici aveva convocato una manifestazione intitolata, senza mezzi termini, āSupporto a Ratko MladiÄ ā Stop alle menzogne su Srebrenicaā, incitando a protestare contro āle manipolazioni dei numeri delle vittimeā e āun progetto politico teso a demonizzare il popolo serboā.
Una vicenda che, come si dirĆ in seguito, ha sconcertato intellettuali e attivisti civici, ma che ha suscitato principalmente indifferenza nel contesto cittadino. āQuesta ĆØ una sconfitta per lāumanitĆ . A prescindere che sia legale o meno, ĆØ incivile e disumano organizzare una manifestazione di questo tipo proprio in quella dataā, ha commentato il politologo Srdjan Puhalo.
Le istituzioni della Republika Srpska, invece, hanno mostrato indulgenza e qualche tacita complicitĆ . La manifestazione ha ricevuto la pronta autorizzazione della polizia, rimasta in vigore una settimana e ritirata a 24 ore dallāevento con motivazioni più di comodo che di sostanza, portando solo allora allāannullamento definitivo.
Nessuna chiara presa di posizione ĆØ giunta dal presidente della RS Milorad Dodik (āĆ una manifestazione legittima. Se ci andate voi, ci vado anchāioā, ha dichiarato ai microfoni tv), nĆ© dai partiti di opposizione. Il blocco di potere in RS si ĆØ confermato monolitico, fermamente ancorato alla rimozione delle proprie responsabilitĆ storiche.
Non sembra avere contribuito alla riconciliazione il ruolo di Mladen GrujÄiÄ, il primo sindaco serbo a Srebrenica dagli anni Novanta. Se qualche tiepida speranza veniva dalla sua giovane etĆ e dallo spirito di alternanza che incarnava dopo gli anni di inconcludente amministrazione a guida SDA (nazionalisti bosgnacchi), questa ĆØ stata presto vanificata dalla sua palese incapacitĆ (o disinteresse) di compiere riconoscimenti simbolici e gesti distensivi allāaltezza del suo ruolo. Lāassenza di GrujÄiÄ alla cerimonia di PotoÄari, peraltro anticipata da tempo, segna un definitivo passo indietro nella riconciliazione che sarĆ complesso recuperare.
Il caso BursaÄ e la normalizzazione del fascismo
In Republika Srpska, le voci contrarie al negazionismo sono state tanto poche quanto incisive, uno sforzo di radicalitĆ necessario per squarciare il velo di indifferenza e ostilitĆ che circonda la narrazione sugli anni Novanta.
Chi ha alzato più il tono ĆØ lāeditorialista Dragan BursaÄ, autore di due articoli (intitolati āAnatomia del maleā e āBanja Luka festeggia il genocidio?ā, pubblicati da Al Jaazera Balkans) che prendevano di mira la ānormalizzazione del fascismoā con provocazioni acute e la tagliente analogia con i crimini nazisti. āImmaginate uno scenario in cui Himmler e Leni Riefenstahl presentano un film o un libro sulla negazione dellāOlocausto, pagati dagli ebrei sopravvissuti. Questo sta per succedere a Srebrenicaā.
BursaÄ, serbo-bosniaco di Banja Luka, ha espresso duri giudizi sulla sua cittĆ . āQui esiste una maggioranza silenziosa che in qualche modo approva la manifestazione neofascista. Il problema non ĆØ nel 5% di fascisti, ma nel 95% delle persone che stanno zitte, che non hanno detto āAndate via di quiā ā. In seguito alla pubblicazione BursaÄ ha ricevuto diverse minacce di morte sui social network, ritenute attendibili dalla polizia, che lāhanno costretto a trasferirsi temporaneamente in una localitĆ segreta, sotto protezione.
BursaÄ ĆØ un nuovo bersaglio di quella che Refik HodžiÄ definisce la āguerra per la veritĆ ā fondata sulla competizione etnica, che si combatte oggi in Bosnia Erzegovina non con armi ma ācon altri mezziā, principalmente parole e narrative sul passato, non su un campo di battaglia ma nello spazio politico, mediatico e quotidiano, nelle case, nei luoghi di culto e su internet. Una guerra che si combatte a Banja Luka cosƬ come a Sarajevo e a Mostar, dove āaltreā narrative riscrivono la storia e rifiutano di riconoscere i diversi dolori e memorie che da essa derivano.
Nel mirino vi sono soprattutto le giovani generazioni. āI giovani a Banja Luka sono almeno allā80% più nazionalisti dei loro genitori. Pensano di avere tutto chiaro. Per ora sono solo guerrieri da tastiera, che proprio nella mancata esperienza della guerra hanno il loro vantaggio comparativo di odio, pensiero unico e provocazioneā, spiega amaramente BursaÄ a OBC Transeuropa. In questo conflitto per la veritĆ , Srebrenica ĆØ ancora uno dei terreni di scontro principali e devono succedere molte cose, o passare ancora molto tempo, perchĆ© non lo sia più.
Questa pubblicazione ĆØ stata prodotta nell’ambito del progetto Testimony ā Truth or Politics. The Concept of Testimony in the Commemoration of the Yugoslav Wars, coordinato dal CZKD (http://www.czkd.org/ ) e cofinanziato dal programma "Europa per i cittadini" dellāUnione Europea. La responsabilitĆ sui contenuti di questa pubblicazione ĆØ di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l’opinione dell’Unione Europea.
Questa pubblicazione ĆØ stata prodotta nell’ambito del progetto Testimony – Truth or Politics. The Concept of Testimony in the Commemoration of the Yugoslav Wars, coordinato dal CZKD (http://www.czkd.org/ ) e cofinanziato dal programma "Europa per i cittadini" dellāUnione Europea. La responsabilitĆ sui contenuti di questa pubblicazione ĆØ di Osservatorio Balcani e Caucaso e non riflette in alcun modo l’opinione dell’Unione Europea.











