Tribunale internazionale dell’Aja per l’ex-Jugoslavia (ICTY) foto ICTY

Tribunale internazionale dell’Aja per l’ex-Jugoslavia (ICTY) foto ICTY

Mancano ormai pochi mesi alla chiusura definitiva del Tribunale per l’ex-Jugoslavia. A quel punto, la cooperazione giudiziaria tra i paesi della regione diventerà ancora più essenziale

31/07/2017 -  Alfredo Sasso

Due anni fa, molti osservatori definirono il “caso Kravica” uno storico passo verso la giustizia e la riconciliazione nella regione post-jugoslava. Oggi quel passo potrebbe arrestarsi, insieme a un processo atteso da troppo tempo, sospeso da vizi procedurali che nascondono pesanti pressioni istituzionali.

Il caso è iniziato nel marzo 2015 con l’arresto in Serbia di otto uomini accusati di avere organizzato ed eseguito il massacro di Kravica, un villaggio non distante da Srebrenica. L’eccidio avvenne nel luglio 1995, nei giorni successivi alla caduta della cittadina della Bosnia orientale, e vide la morte di circa 1.300 bosgnacchi musulmani ad opera delle milizie serbo-bosniache. Per la prima volta, persone coinvolte nel genocidio di Srebrenica venivano arrestate e destinate ad essere processate dalle autorità della Serbia.

Il caso è passato così in mano alla Procura serba per i crimini di guerra, che negli ultimi quindici anni ha seguito, tra gli altri, diversi crimini compiuti dalle milizie serbe di Croazia e di Bosnia Erzegovina negli anni Novanta. Gli arresti legati al caso Kravica furono ampiamente riconosciuti come un segnale positivo. Si riteneva che l’azione pragmatica della giustizia serba potesse non solo ridare giustizia a tutte le vittime e rafforzare lo stato di diritto, ma anche alleviare la riluttanza dei vertici politici di Belgrado verso un pieno riconoscimento dei crimini compiuti dalle autorità serbo-bosniache, e incoraggiare gesti simbolici di distensione e riconoscimento reciproco.

Le aspettative, tuttavia, sono state gradualmente disattese. L’avvio del processo Kravica è slittato continuamente, da settembre a dicembre 2016, infine a febbraio 2017 , sempre per richieste e indisposizioni da parte della difesa degli imputati. Fino al clamoroso stop dello scorso 13 luglio, data che per triste coincidenza quasi si sovrapponeva all’anniversario dei tragici eventi del 1995.

La Corte d’Appello di Belgrado ordinava di invalidare il processo per un motivo procedurale che appare quasi sorprendente per banalità e inaccuratezza. Al momento della presentazione delle accuse, nel gennaio 2016, il ruolo di capo procuratore per i crimini di guerra era vacante. All’epoca Vladimir Vukčević (che durante il suo mandato ha avuto un ruolo molto attivo nel rilancio dei processi e nella collaborazione con i colleghi bosniaci e croati) aveva da poco lasciato l’incarico per limiti di età. Solo un anno e mezzo dopo, nel maggio 2017, il posto veniva assunto dalla procuratrice oggi in carica, Snežana Stanojković.

Secondo la Corte d’Appello gli atti d’accusa del processo, non essendo stati autorizzati da un procuratore capo, sono “formalmente inesistenti”. Dunque la procura dovrebbe ora riformulare le accuse, farle riesaminare dal tribunale e infine riprogrammare il processo. In sostanza, riazzerare tutto. Il futuro della vicenda appare incerto, ma gli ultimi sviluppi non sembrano indicare una soluzione rapida. Infatti il ricorso della procura, che chiedeva di ripristinare il processo, è stato immediatamente rigettato lo scorso 25 luglio.

La vicenda ha suscitato delusione e sconcerto tra le associazioni delle vittime e la società civile. Il Centro per il Diritto Umanitario di Belgrado (FHP) ha rilasciato un comunicato molto duro, intitolato “Lo Stato che ostacola i processi per crimini di guerra”, in cui formula critiche mirate e radicali al potere legislativo, esecutivo e giudiziario serbo, “tutti congiuntamente responsabili” per il prolungato vuoto che si è mantenuto al vertice della procura.

Secondo FHP l’ampio ritardo con cui parlamento e governo hanno nominato la nuova procuratrice è indice di una “assenza di volontà politica” per perseguire i crimini di guerra, con meccanismi di selezione “poco trasparenti” e viziati da opportunismo. Si accusa poi la procuratrice generale della repubblica, Zagorka Dolovac, che avrebbe intenzionalmente evitato di nominare un procuratore provvisorio (nonostante la legge la obbligasse a farlo), cosa che avrebbe potuto salvare il processo Kravica e gli altri di cui la procura si sta occupando. Non si tratta di omissioni accidentali ma di una “sistematica ostruzione dei processi per crimini di guerra da parte delle autorità statali”, conclude FHP.

È un giudizio pesantissimo, che mal si concilia con le necessarie misure di integrazione europea in ambito giuridico, il cosiddetto “capitolo 23” dei negoziati Serbia-UE . Secondo FHP , le riforme giuridiche in Serbia sono “puramente cosmetiche o del tutto assenti”, soprattutto per la mancata trasparenza delle istituzioni coinvolte e per l’ineffettività sui crimini di guerra.

Parole che riecheggiano quelle di Serge Brammertz, procuratore capo del Tribunale internazionale dell’Aja per l’ex-Jugoslavia (ICTY), nel suo rapporto davanti al Consiglio di Sicurezza ONU lo scorso dicembre: “Nessuno degli impegni [di Belgrado sul capitolo 23] è stato onorato”.

Cooperazione giudiziaria, passi indietro

Mancano ormai pochi mesi alla chiusura definitiva del Tribunale per l’ex-Jugoslavia. A quel punto, la cooperazione giudiziaria tra i paesi della regione diventerà ancora più essenziale. Resteranno decine di processi in corso nelle corti speciali nazionali e centinaia di criminali latitanti, principalmente i ranghi militari medio-bassi, i “pesci piccoli” non perseguiti dall’ICTY che si sono ricostruiti una vita tranquilla e impune nel paese confinante, grazie alla doppia cittadinanza di cui spesso dispongono. Per dare un’idea della situazione vale la pena ritornare sul caso di Kravica, che a suo tempo fu indicato come un esempio virtuoso di cooperazione.

Gli arresti in Serbia del marzo 2015 avvennero in seguito a un protocollo di collaborazione sui crimini di guerra firmato nel 2013 dalle procure speciali di Bosnia Erzegovina e Serbia. La firma sull’accordo arrivò nonostante le prolungate resistenze e un ritardo nell’applicazione (soprattutto da parte bosniaca ). Le autorità di Sarajevo e Belgrado accettarono finalmente di condividere informazioni e prove, di consentire l’estradizione dei latitanti e cedere giurisdizione ai propri omologhi stranieri.

Solo così fu possibile arrestare gli otto imputati serbo-bosniaci di Kravica che da anni si erano stabiliti in Serbia, ignorando i processi a loro carico in Bosnia Erzegovina. Ad esempio l’imputato chiave , Nedeljko Milidragović, che porta l’infame soprannome di “Neđo il macellaio” [kasapin], viveva indisturbato a Belgrado.

Secondo la stampa serba , Milidragović lavorava come imprenditore e gestiva una macelleria, attività avviate con un capitale di partenza che proveniva proprio dalle razzie effettuate durante la guerra. Nel 1995, Milidragović era comandante di un reparto speciale della polizia serbo-bosniaca. Secondo l’accusa , tra il 12 e il 19 luglio 1995 uccise personalmente almeno venti uomini inermi (tra cui un disabile e un minorenne) e ordinò l’esecuzione di circa un centinaio di altri prigionieri di ogni età.

Un altro imputato, Aleksa Golijanin, è accusato di avere partecipato alla cattura, al concentramento e all’uccisione di diverse centinaia di uomini nell’area tra Srebrenica e Bratunac. Dopo la guerra Golijanin si è stabilito a Sremska Kamenica, in Vojvodina, dove gestiva un’azienda di trasporti.

In un libro pubblicato nel 2014, il politologo serbo Mladen Ostojić sosteneva che la cooperazione giudiziaria tra i paesi post-jugoslavi avesse raggiunto i suoi migliori risultati a partire dalla metà degli anni Duemila. Secondo Ostojić, la collaborazione delle procure sui crimini di guerra anticipò, e favorì, un riavvicinamento dei vertici politici che si manifestò con gesti di riconoscimento reciproco di crimini e sofferenze tra i paesi, in particolare tra Croazia e Serbia.

Il caso Kravica avrebbe potuto contribuire a questa tendenza ed estenderla verso la Bosnia Erzegovina. Tuttavia, negli anni più recenti il quadro è peggiorato, tanto in chiave regionale quanto nei contesti di Sarajevo e Belgrado. Il procuratore ICTY Serge Brammertz, in un rapporto al Consiglio ONU pubblicato nel maggio 2017, evidenzia i “trend negativi” nella cooperazione giudiziaria sui crimini di guerra.

Brammertz riscontra timidi progressi solo per la procura bosniaca, che riconosce capace di condurre indagini delicate come i casi Džananović e Matuzović, che riguardano crimini contro i civili serbo-bosniaci di Sarajevo e Orašje. Critico è invece il giudizio sulla Croazia, le cui autorità politiche e giudiziarie negano cooperazione su decine di casi aperti in Bosnia Erzegovina. Particolarmente tagliente è la valutazione sulla Serbia, dove “l’impunità per molti crimini consolidati rimane la norma” e dove numeri e qualità delle indagini sono “inconsistenti”.

Inoltre, se in passato la sfera giuridica ha stimolato quella politica, è improbabile che oggi possa accadere l’inverso. Dopo qualche tempo di distensione, i rapporti tra Sarajevo e Belgrado si sono nuovamente raffreddati negli ultimi mesi, anche in seguito alla complessa vicenda della richiesta di revisione alla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), da parte della Bosnia Erzegovina, sulla sentenza Bosnia-Serbia del 2007 che riguardava l’accusa di genocidio.

Secondo alcuni analisti la richiesta della Bosnia Erzegovina, che è stata rigettata dalla ICJ nel marzo scorso, è stata una mossa maldestra nei tempi e nei fondamenti giuridici, motivata più dall’opportunismo politico dell’SDA (nazionalisti-conservatori musulmani) che da legittime ragioni legali e storiche di fondo. Una mossa che ha finito per rafforzare la posizione revisionista di Belgrado e accrescere la polarizzazione nella regione.

Se la stagione di maggiore cooperazione sembra allontanarsi, il caso Kravica diventerà l’ennesima battaglia sul tempo che si combatte nella regione post-jugoslava. Da una parte, c’è chi insegue la giustizia con sempre maggiore urgenza, per varie ragioni. L’età di testimoni e familiari delle vittime avanza, così come la distanza dai crimini. I processi devono procedere e concludersi per creare giurisprudenza, facilitare il completamento degli altri casi, e volgere finalmente lo sguardo al presente più che al passato.

Dall’altra parte vi è chi, per altrettante ragioni, ha tutto l’interesse a difendersi dietro l’inerzia del tempo. Ci vorranno ancora tante testimonianze e carte bollate, tanta ricerca e spirito di dedizione, una pazienza che alcune vittime sembrano avere sempre meno.

“Purtroppo da questo processo non mi aspettavo di più. Semplicemente la mia impressione è che tutto fosse un’apparenza, una farsa totale, che non se ne farà nulla”. Così ha commentato una delle madri di Srebrenica, Kata Hotić, apparentemente senza nemmeno sperare che un giudice a Belgrado possa darle presto torto.


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