Proteste a Sarajevo, maggio 2020 (foto © Sanja Vrzic/Shutterstock)

Proteste a Sarajevo, maggio 2020 (foto © Sanja Vrzic/Shutterstock)

L’ennesimo scandalo di corruzione, che vede coinvolto anche il primo ministro federale Fadil Novalić, arrestato e poi liberato in attesa di processo, ha scatenato un’ondata di protesta civica. È forse il prologo di una mobilitazione su larga scala?

03/06/2020 -  Ahmed Burić Sarajevo

Sabato 30 maggio migliaia di sarajevesi hanno sfilato per le vie principali della città in un corteo di protesta allo slogan “Mezzogiorno meno cinque“. Una manifestazione che potrebbe fungere da prologo ad una mobilitazione più ampia capace di cambiare la situazione in Bosnia Erzegovina, diventata ormai un paese disfunzionale e devastato dalla corruzione.

A dire il vero, tutto è iniziato il giorno prima con l’arresto del primo ministro della Federazione BiH Fadil Novalić, del capo del Dipartimento federale della protezione civile Fahrudin Solak e del proprietario dell’azienda Srebrena malina Fikret Hodžić [accusati di essere coinvolti in uno scandalo di corruzione].

È del tutto possibile che questi eventi sfocino in una crisi, ma quel che è certo è che qualcosa deve cambiare. Lo ha capito anche Bakir Izetbegović, leader del Partito di azione democratica (SDA), al quale portano i tentacoli della piovra criminale. Reagendo all’arresto del premier Novalić, Izetbegović ha avvertito che l’Armija BiH è pronta a proteggere i propri membri, compreso Novalić [dopo il conflitto degli anni '90 l'Armija BiH è stata trasformata nell'Esercito della Bosnia Erzegovina, ndt]. Con questa affermazione Izetbegović ha voluto far intendere che, se decidesse di mettere in moto la sua macchina paramilitare, le proteste dei cittadini sarebbero destinate al fallimento.

Fortunatamente, finora non ci sono stati scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, ma con quell’affermazione Izetbegović ha dimostrato di essere estremamente e sfacciatamente irresponsabile, suggerendo che, se le cose non dovessero andare come vuole lui, sarebbe persino disposto a rischiare un conflitto civile. A spingere Izetbegović a pronunciare un’affermazione del genere è anche la paura, perché si sta rendendo conto che la situazione gli sta sfuggendo di mano.

Lo scandalo dei respiratori - per il quale sono avvenuti i recenti arresti - sta travolgendo la Bosnia Erzegovina ormai da un mese e sembra ora avviarsi verso un epilogo giudiziario. Dopo l’arresto, la procura ha chiesto di sottoporre Novalić, Solak e Hodžić a custodia cautelare in carcere per 30 giorni [domenica 31 maggio il tribunale della Bosnia Erzegovina ha respinto la richiesta della procura, ordinando il rilascio immediato degli imputati, che potranno difendersi a piede libero, ndt].

Gli imputati potrebbero rivelare un possibile coinvolgimento di Sebija Izetbegović, moglie di Bakir Izetbegović e direttrice del Centro clinico di Sarajevo. Ci sono infatti alcuni indizi che suggeriscono che il controverso affare riguardante l’acquisto di respiratori sia stato organizzato in accordo con Sebija Izetbegović, o forse anche su suo diretto ordine. Se questa ipotesi dovesse rivelarsi vera, anche la Izetbegović potrebbe finire sul banco degli imputati.

Ecco i principali fatti. Il Dipartimento federale della protezione civile ha affidato, senza alcuna gara d’appalto, l’acquisto di 100 respiratori all’azienda Srebrena malina che si occupa di produzione di frutta e verdura (!?), stanziando a tal fine 5,25 milioni di euro. Di certo la cifra sborsata è rilevante e foriera di perplessità ma poi all’arrivo a Sarajevo è emerso che i respiratori erano inadeguati e che non potevano essere usati nei reparti di terapia intensiva. La procura della Bosnia Erzegovina, in un comunicato stampa, ha fatto sapere che “una perizia eseguita da esperti ha dimostrato che i respiratori acquistati sono privi dei requisiti minimi necessari per garantire un trattamento adeguato ai pazienti nei reparti di terapia intensiva, compresi i pazienti affetti da Covid 19. Pertanto, l’uso di questi respiratori non è raccomandato nei reparti di terapia intensiva”.

Vi è inoltre da sottolineare che l’azienda Srebrena malina, pur essendo completamente estranea al settore dei dispositivi medici, è molto vicina alle fonti di finanziamento: il contratto per la fornitura di 100 respiratori è stato stipulato direttamente tra il Dipartimento federale della protezione civile, guidato da Solak, e l’azienda che produce frutta e verdura (un fatto davvero tragicomico) di proprietà di Hodžić. E il premier federale ha, come minimo, chiuso un occhio di fronte a questo contratto, o forse ha addirittura sollecitato la sua stipula. Questo lo dimostrerà il processo.

I tre imputati hanno cercato di approfittare dell’epidemia di coronavirus per arricchirsi e sono accusati di tutta una serie di reati: riciclaggio di denaro, falso in atto pubblico, abuso d’ufficio, violazione del divieto per i dipendenti pubblici di accettare regali.

La vicenda ha assunto dimensioni regionali perché, oltre all’azienda Srebrena malina, vi è coinvolta anche un’azienda montenegrina, BTL Medical Montenegro con sede a Podgorica, che si occupa principalmente di fornitura e vendita di dispositivi medici. L’azienda di Podgorica ha stipulato un contratto con l’azienda cinese Shanghai ChangQi Medical Tehnology Center per l’acquisto di 100 respiratori (controversi) modello ACM812A, per un importo complessivo di circa 3,9 milioni di euro. È qui che entra in gioco l’azienda Srebrena malina che, in qualità di acquirente finale, ha stipulato un contratto con l’azienda cinese e quella montenegrina per la fornitura di 100 respiratori, acquistati al prezzo di quasi 40.000 euro ciascuno. Dov’è finito il resto della somma sborsata dal governo federale per l’acquisto di respiratori lo rivelerà l’indagine, ma è chiaro chi voleva trarne profitto.

Novalić è membro del partito di Izetbegović, e nonostante quest’ultimo abbia annunciato che avrebbe appoggiato il premier arrestato, l’intera vicenda potrebbe rappresentare un duro colpo per il principale partito bosgnacco, all’interno del quale vi è una frangia che è ormai diventata una vera e propria organizzazione criminale.

È in questo contesto che i cittadini sarajevesi, spinti dal desiderio di cambiare la situazione nel paese, sono scesi in strada per partecipare alla marcia “Mezzogiorno meno cinque”. Alcune organizzazioni, tra cui #protest2020 e Glas malih biznisa [La voce delle piccole imprese].

La marcia di protesta pacifica organizzata lo scorso sabato a Sarajevo si è conclusa davanti al Museo nazionale della Bosnia Erzegovina, dove ai manifestanti si è rivolto Mirsad Hadžikadić, leader del movimento “Platforma za progres” [Piattaforma per il progresso] e professore universitario statunitense con un rispettabile curriculum professionale. E con evidenti ambizioni che, oggettivamente, superano la sua visione e le sue capacità politiche.

Hadžikadić ha annunciato che non si fermerà finché la Bosnia Erzegovina non diventerà un paese sicuro per tutti i suoi cittadini. Ha concluso il suo discorso rivolgendo alcune richieste alle istituzioni, tra cui l’abolizione del finanziamento pubblico diretto dei partiti, lo svolgimento delle elezioni amministrative a novembre 2020 e l’introduzione di una modifica alla legge elettorale che consenta di organizzare elezioni anticipate.

Così il paradosso della democrazia bosniaca ha raggiunto il suo apice: un leader politico, che praticamente governa il paese, è pronto a provocare uno scontro in seno al popolo a cui appartiene, solo perché non vuole rispettare le decisioni dei tribunali.

C’è da sperare che i cittadini bosniaco erzegovesi non permettano che ciò accada. Se le proteste dovessero proseguire – come auspichiamo – il prossimo a finire sul banco degli imputati potrebbe essere qualcuno della cerchia ristretta di Izetbegović. Forse anche sua moglie, possibilmente coinvolta nello scandalo dei respiratori, diventata direttrice del Centro clinico di Sarajevo attraverso un concorso pubblico truccato.

Nemmeno le ipotesi più pessimistiche potevano prevedere che una coppia come Bakir e Sebija Izetbegović avrebbe guidato la Bosnia Erzegovina.

Una coppia che, oltre al nazionalismo serbo, è il principale responsabile del fatto che oggi i musulmani bosniaci, e l’intera Bosnia Erzegovina, si trovano sull’orlo dell’abisso.

La Bosnia Erzegovina che ha protestato lo scorso sabato è il paese dei cittadini che col cuore e gli occhi aperti guardano all’Europa e alla vita in Europa. La Bosnia Erzegovina guidata dai coniugi Izetbegović è un paese sommerso da corruzione, paura, buio e miseria.

Bisogna fare tutto il possibile affinché questa seconda Bosnia Erzegovina fallisca. Protestare è il minimo che i cittadini bosniaco erzegovesi possono fare. Ora e qui.


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