A Venezia un gruppo di studenti di serbo-croato dell’Università Ca’ Foscari ha promosso la rassegna Venezia legge i Balcani, invitando in Laguna numerosi scrittori della regione. Venerdì 29 novembre sarà la volta di Amir Alagić, che ci ha gentilmente concesso la pubblicazione di un suo racconto

28/11/2019 -  Amir Alagić

Amir Alagić è originario di Banja Luka ma da tempo vive Pola. E' autore di racconti e romanzi ed ha esordito nel 2010 con la raccolta Pod istim nebom (Sotto lo stesso cielo). La complessa struttura e le peculiarità stilistiche dei successivi romanzi Osvetinje (I vendicatori, 2016), Stogodišnje djetinjstvo (Un'infanzia di cent'anni, 2016) e della raccolta Linije koje ti nazivaš rijekama (Le linee che chiami fiumi, 2019) hanno messo ulteriormente in luce le sue abilità di narratore. Alcuni suoi testi sono tradotti in inglese e francese. Un suo racconto.

 

Ma in paradiso cresceranno le melanzane e quei peperoni cornetto?

Incontro

«Fanculo lo stato e il mondo dove vendono l’acqua al supermercato» disse il vecchio Ljubo, vedendo la figlia posare sulla credenza due bottiglioni in plastica di acqua naturale. Dobriša gli aveva accennato qualcosa, ma lui sperava che avesse visto male, e che in verità si trattasse di quella frizzante, con le bollicine. «Vendono l’acqua naturale, te lo dico io, Ljubo. L’ho visto con i miei occhi» gli giurava il vecchio amico, piegandosi e contorcendosi per il male alle ossa, e tutto per convincerlo di qualcosa a cui egli stesso credeva a stento. «Il culo, ecco quel che ti sarai visto» voleva rispondergli, perché negli ultimi anni Dobriša era diventato così orbo al punto che non riusciva nemmeno a leggere i titoli dei giornali, ma si tappò la bocca in tempo. E meno male, perché altrimenti non avrebbe più avuto il coraggio di guardarlo negli occhi.

Osservava la figlia che posava le bottiglie. Schioccava la lingua e scuoteva la testa completamente incredulo, non solo per il fatto che una cosa del genere potesse esistere, ma soprattutto che fosse stata portata in casa sua. Prese gli occhiali dal tavolo e si trascinò dondolando fino alla credenza. Teneva le mani dietro la schiena, come per paura che andassero da sole a toccare una cosa talmente priva di senso come quell’acqua naturale, travasata in bottiglie di plastica. Non è birra né succo, non ha nemmeno zuccheri, è semplice acqua. Si mise gli occhiali sul naso, cercando di capire il significato delle lettere che circondavano la bottiglia, come se stessero per mettersi a ballare il kolo in cerchio. C’era scritto Acqua di sorgente naturale. «Natural Spring Water» sillabò leggendo la seconda riga, e poi si fece il segno della croce vedendo la scritta in fondo: Sorgente di Santa Jana. La sua defunta moglie si chiamava Jana. Di colpo, nella sua testa la bottiglia smise di essere una bottiglia e l’acqua smise di essere acqua. Pensò che forse la gente comprava quell’acqua in bottiglia per via delle mogli ormai morte, e dei loro nomi di battesimo.

«Allora, cosa dice di tanto interessante quella bottiglia?» sorrise la figlia Ljubica, guardando il padre confuso, che stupito si domandava con che cosa raccogliessero quell’acqua alla sorgente, e come facevano quelli che la raccoglievano a non pigliare anche qualche pesciolino. Una volta, molto tempo fa, lui e sua moglie aspettavano un maschio che avrebbe dovuto portare il nome del padre, così come Ljubo portava il nome del suo. Invece nacque una figlia, e la chiamarono Ljubica. Cinque anni più tardi erano in vacanza a Baška Voda, e lei gli chiese: «Come sono cresciuta nella pancia della mamma?». Lui rispose che un giorno la mamma, nuotando in profondità, aveva inghiottito un pesciolino. Poco tempo dopo la bimba imparò a nuotare, e quasi annegò nel tentativo di afferrare un pesciolino con le labbra.

Barcollando all’indietro, con una smorfia sulla bocca, Ljubo continuava a meravigliarsi in silenzio. Come se la gente non potesse spendere i propri soldi in maniera più intelligente, che non comprando l’acqua. La città nasconde sotto di sé una pancia enorme, piena di acqua. Basta solo aprire il rubinetto, e quella si mette a scorrere. Ce n’è così tanta che potrebbe scorrere e scorrere per vite intere, senza mai finire. E quella matta di sua figlia va a comprarla in bottiglia.

«Ma, papà caro» si giustificava Ljubica, come se avesse intuito quel che frullava in quella vecchia testa, «ti ho detto cento volte che quella del rubinetto è piena di calcare. Lo sai come sono messi i tuoi reni, per non parlare della prostata». Non appena nominò la prostata sentì quella grande sfera sotto la pancia, da cui partì la fitta di dolore, lo stesso che sente quando urina, un dolore così forte che gli veniva male al solo pensiero. E tutto perché lei non voleva nominargli la prostata, e invece l’aveva appena fatto.

Lo prese una rabbia tremenda, aveva proprio voglia di mettersi a litigare e andare avanti fino a che tutta quella rabbia non si fosse sgonfiata come una camera d’aria. E anche di più, se serviva. Avrebbe potuto litigare fino all’inizio del telefilm. E ce ne voleva, fino ad allora. Tra quel preciso istante e il telefilm c’era tempo per un intero telegiornale.

Tra quei miliardi c’è anche l’anima della sua Jana. Si chiede se riuscirà a trovarla in mezzo a tutte quelle anime, quando verrà il momento. Lui sa che quel paradiso è un bel posto, un posto ameno, dove alle anime dei buoni è certamente permesso fare ciò che più amano. E Jana ama cucinare la salsa ajvar. Quando morirà, gli basterà seguire il profumo dell’ajvar e farsi largo tra le anime, dicendo: «Permesso, permesso, mi scusi…» finché non troverà quella di Jana. Non sa però se anche lassù crescano le melanzane, e quei peperoni cornetto.

«Ma quale calcare» sbottò, senza riuscire a trattenersi. «Non c’è nessun calcare. Quegli schifosi capitalisti mentono per venderti quello che non ti serve. A me fa male perché sono vecchio. È normale che mi faccia male. Se non mi facesse male, non sarei vecchio. E allora chi mi crederebbe, se provassi a spiegare che è da settantasette anni che cammino per questo mondo? Cammino a fatica perché mi si bloccano le articolazioni. La vecchiaia è anche questo: quando ti si blocca, mica solo quando fa male».

Ljubica sa quando bisogna tacere e lasciar parlare il padre, finché non ha detto tutto quello che deve e che non deve dire, finché non si stanca delle sue stesse storie. Sa anche sopportare le brutte parole, quando serve. Lo osserva, tutto paonazzo, gli è balzata in alto la pressione e adesso potrebbe dire di tutto e di più. Potrebbe anche nominare Predrag, quel cazzone buono a nulla che l’ha piantata col pancione grosso fino ai denti ed è scappato in America. Ha visto a malapena il piccolo, e paga gli alimenti ogni morte di papa. Stranamente però si calma, e all’improvviso diventa calmo e silenzioso. Come se in realtà avesse detto tutte quelle cose a sé stesso, e non a lei.

Per Ljubo il calcare nell’acqua non esiste davvero. Per lui non c’è nulla di così piccolo da non poter essere visto dall’occhio umano. Quando parla dei globuli del sangue (e ne parla spesso perché ultimamente i suoi esami non danno buoni risultati), Ljubo avvicina il pollice e l’alluce, stando attento a non farli toccare. In mezzo c’è lo spazio per un capello appena. «Ecco, un globulo è grande così» aveva spiegato una volta al nipote, e al piccolo la cosa era rimasta impressa. Quando a scuola scoprì che in quella storia c’era meno verità che aria tra le dita del vecchio, si mise a prendere in giro il nonno. Gli chiedeva: «È più grande un batterio o un globulo?». Ljubo allora si grattava la barba, socchiudeva gli occhi e congiungeva le dita, come per prendere le misure, e poi stabiliva come stavano le cose. «Mettiamola così. Il globulo è grande quanto un granello di sale, mentre il batterio quanto un chicco di riso». Il piccolo poi lo diceva agli amici sotto casa, e quando tutti scoppiavano a ridere lo prendeva una sorta di tristezza, si dispiaceva per quello che aveva appena raccontato.

Ljubo riteneva che solo l’anima fosse invisibile. E non perché l’anima è piccola. Semmai perché è enorme, visto che deve contenere tutto ciò che proviamo, diciamo e viviamo. Le formiche non riescono a riconoscere le cose più grandi di loro, come le persone, e ne vedono solo il dito, o la suola della scarpa prima che le schiacci. Così neppure gli esseri umani possono vedere una cosa grande come l’anima. Riescono appena a sentire quando in questo enorme sacchetto trasparente scalpita qualcosa di simile alla felicità o alla tristezza e che al contempo li pungola.

Perciò a questo mondo le anime si nascondono e si stringono nei corpi, mentre in quell’altro hanno tutto lo spazio che vogliono per rilassarsi e mettersi comode. Quel mondo lì è enorme, grande abbastanza perché ci stiano le anime di tutti – quelli che un tempo hanno vissuto, che adesso vivono e che un giorno vivranno. Quando ci pensa, Ljubo calcola che lo spazio di questo mondo finirebbe già con sole mille anime. Certo, se uscissero dai loro corpi e si gonfiassero di tutto ciò che portano dentro sé. Ma in quell’altro sicuramente sono già miliardi di miliardi. Ci stanno tutte, e continua a esserci spazio a volontà.

Tra quei miliardi c’è anche l’anima della sua Jana. Si chiede se riuscirà a trovarla in mezzo a tutte quelle anime, quando verrà il momento. Lui sa che quel paradiso è un bel posto, un posto ameno, dove alle anime dei buoni è certamente permesso fare ciò che più amano. E Jana ama cucinare la salsa ajvar. Quando morirà, gli basterà seguire il profumo dell’ajvar e farsi largo tra le anime, dicendo: «Permesso, permesso, mi scusi…» finché non troverà quella di Jana. Non sa però se anche lassù crescano le melanzane, e quei peperoni cornetto.

È già da un po’ che se ne sta sul divano viola nell’angolo, e non smette di schioccare la lingua. Se smette troppo presto, Ljubica non capirà quanto lui non approvi l’acquisto di quell’acqua. L’osserva mentre pigia tutta la verdura nella pentola a pressione, per poi metterla abilmente sotto il getto del rubinetto. Qui Ljubo vede la propria vittoria. Non le è neppure passato per la testa di versarci l’acqua dalla bottiglia.

Non dice neanche una parola. Tiene incollato lo sguardo sulla nuca della figlia e continua a muovere la testa su e giù, convincendosi di quanto sia facile, per un uomo esperto, smascherare ogni porcata capitalista. Ljubica non lo sa, fa tutto quello che le dice la televisione. Quella zozza della televisione oggi vende tante di quelle cose che quando Ljubo era giovane non c’erano e mai sarebbero servite, al punto da fargli venire il mal di testa non appena ci pensa. Gli si parano davanti centinaia di portafogli con le ali, che decollano dalle sue tasche per volare fino in America. L’idea di tutti i soldi che la figlia spende per l’acqua, certi assorbenti notturni e diurni, aggeggi per l’esercizio fisico, creme per massaggi e poi migliaia di detersivi diversi gli annebbia la mente, e gli sembra che tutta quella grana se ne vada dalle casse dei negozi dritta in America.

Non riesce neppure a sopportare l’America. Ha iniziato a fargli schifo ancora da quella guerra, quando un pilota americano lo spennò al gioco d’azzardo. Giocarono fino all’alba, e Ljubo si ritrovò al tavolo come mamma l’aveva fatto. Senza che l’americano battesse ciglio. Nero come il carbone, gli brillavano solo i denti e la sclera degli occhi. Prima di quel giorno Ljubo manco sapeva che ci fosse gente così scura. Da allora non gli piacciono neppure i neri. Per colpa sua dovette attraversare nudo tutta la base. Tutti, ma proprio tutti risero di lui. Per fortuna la guerra finì in fretta e lui poté scappare il più lontano possibile da quel posto dove non aveva lasciato un bel ricordo e sicuramente la gente avrebbe continuato a ridere in segreto di lui, per tutti gli anni che gli restavano. Se non di più. Per tutta la vita continuò a temere che certi occhi potessero riconoscerlo da qualche parte. Ma infine pare che qualcosa lo salvò. Nessuno infatti gli ha mai nominato quella perdita e quella nudità, e da allora è passato mezzo secolo. Ma lui continua a non amare l’America, e all’America dà la colpa di ogni male a questo mondo. Tutto a causa di un uomo dalla voce profonda e dalla risata crudele, per via del quale Ljubo si è convinto che laggiù in Tennessee, o chissà dove, la bontà non esiste. Gli raccontava Dobriša che nel quarantacinque s’era buttato con un’americana sulla neve e ancora oggi, diceva, si vede la loro impronta. Era un’infermiera che cercava di guarirlo, ma soprattutto le sarebbe piaciuto guarire lei stessa con lui.

Dobriša glielo leggeva negli occhi. E dopo quella volta non la lasciò più andare, se non quando fu assegnata ad un altro servizio. «Davvero» diceva Dobriša. «Vai lì e vedrai che l’impronta è rimasta nella neve e nel limo». Ma il poveretto ormai si era dimenticato dov’era il posto, di che guerra si trattava e con quale esercito aveva combattuto. Gli era rimasta in mente solo la parola «Tennessee», forse l’americana era di quelle parti, e anche Ljubo ormai confonde un pochino questa storia con quella dell’uomo nero.

Negli ultimi giorni Dobriša è completamente ammutolito. Come se sapesse di essersi scordato tutto e avesse paura di dire qualcosa, magari qualcosa che non dovrebbe dire. Ma non riesce neppure a sapere quello che si deve o non si deve dire, perché ha dimenticato cosa significa sapere e semplicemente non riesce a ricordare le parole con cui iniziare un qualche discorso. Ogni giorno Ljubo resta seduto con lui per un’ora, gli asciuga la bava, gli dà una pacca sul ginocchio e poi torna al suo appartamento. Ma ultimamente anche a lui gira la testa, il dolore si estende ovunque e tutto gli si blocca. Uscire di casa è diventato difficile. Ci sono tutti quegli scalini, chissà quanti, e ha paura dell’ascensore. In tutta la sua vita ha avuto paura di due sole cose che siamo certi essere di questo mondo: gli ascensori e gli americani.

Forse un pochino anche dei dentisti. Ma lasciamo perdere i dentisti, qui si tratta degli americani. Hanno preso così tanti soldi dalle tasche della gente, sicuramente stanno preparando qualcosa di tremendo. Una disgrazia per il mondo. Lo sa bene la sua vecchia testa. Ma, non c’è nessuno che possa fermarli, non da quando rimbombano le risate dei giocatori e Dobriša è diventato un vegetale. Non c’è più nessuno che possa lasciare l’impronta di una loro ragazza sulla neve.

Prende un coltello e sbuccia una mela, varietà petrovača, la cui buccia scricchiola per la cucina che è un piacere. Non c’è mela migliore di una petrovača. La morde e pensa che tutta la sua vita potrebbe racchiudersi nel sapore di quel morso. Una vita nella quale, inaspettatamente, si è infilata anche quella bottiglia d’acqua con il nome della sua defunta moglie.

Mentre dalla pentola a pressione fuoriusciva un bel fumo odoroso, Ljubica guardò il padre. Poteva sentire chiaramente la forza di quell’attimo che d’un tratto era diventato più grande di tutta una vita. Come se si fosse ritrovata in un sogno, di cui riusciva a intuire le regole fino a un certo punto, senza però capirle bene. Pensò allo strano effetto che avrebbe fatto il divano nell’angolo, quando sarebbe rimasto vuoto. Si riscosse a quel pensiero. Quando ti riscuoti così, diceva la sua defunta madre, è perché la morte t’ha grattato le spalle.

È da tanto ormai che Ljubo riflette sulla morte, e si chiede se passerà quel traguardo prima di Dobriša. L’amico è in notevole vantaggio, ma la morte non è mica una disciplina atletica e Dobriša non è irraggiungibile come Abebe Bikila. Ljubo morirebbe anche subito, se soltanto sapesse con certezza che dall’altra parte lo aspetta la sua Jana e che la riconoscerà in quell’oceano di anime. Ma andrebbe a cercarla anche prima, se solo qualcuno riuscisse a dirgli se anche in paradiso crescono le melanzane e quei peperoni cornetto.

 

 

Traduzione:

Enrico Davanzo

Marijana Puljić

Studenti di serbo-croato dell’Università Ca’ Foscari Venezia

 

Titolo in lingua originale:

Rastu li u raju patlidžani i one paprike roge

Pubblicato all’interno della raccolta Linije koje ti nazivaš rijekama (Zagreb, Durieux, 2019).


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