Nilay Özer, poesia sulle sponde del Bosforo
Una delle poetesse turche più prolifiche e originali della sua generazione, Nilay Özer ci parla del suo rapporto con il processo creativo, il femminismo nel suo paese, il ruolo degli intellettuali nella Turchia di oggi e i suoi riferimenti poetici, come quello centrale a Nâzım Hikmet. Nostra intervista

Nilay Özer – foto archivio personale
Nilay Özer - foto archivio personale
Quando ha scoperto di avere una spiccata sensibilità per la poesia?
Me ne accorsi molto presto, in età prescolare. Ero una bambina estroversa: ricordo che amavo molto stare a contatto con gli animali, ero incantata da fiori e piante, ho sempre avuto un forte legame con la natura. Vivevo nel mondo e allo stesso tempo lo osservavo da spettatrice. Questa distanza, insita in me, questo mio modo di tradurre la vita a me stessa, deve avermi portata con il tempo a esprimermi attraverso la scrittura. Per me la poesia è sempre stata una tendenza naturale, un prodotto della mente.
Il linguista americano Noam Chomsky descrive il linguaggio come un “organo biologico”. Ecco, per me la poesia funziona in maniera simile: nasce prima di tutto come qualcosa di innato nell’organismo, e solo in seguito viene plasmata dall’esperienza di vita, dall’ambiente che ci circonda e dalla cultura che acquisiamo. C’è un chiaro legame con il corpo: prima che un verso prenda forma, posso avvertire un brivido di freddo, un senso di spossatezza, un forte calo di energia o una sensazione di euforia.
Nilay Özer

Da dove nasce il suo immaginario poetico? Come descriverebbe il suo processo creativo?
Il mio immaginario poetico è molto legato alla vecchia Istanbul e ai ricordi della mia infanzia. Sono cresciuta a Paşabahçe, un quartiere operaio sulle rive del Bosforo, nel distretto di Beykoz. A undici anni la mia famiglia si trasferì poco più a sud, a Çengelköy, non lontano da Üsküdar. Ho sempre avuto una memoria fotografica molto vivida. Ad esempio, se chiudo gli occhi, ricordo con nitidezza la strada che conduceva a scuola, uno stretto corridoio di case fatiscenti costruite l’una a ridosso dell’altra. Oppure mi tornano in mente gli alberi di noce, con i malli verdi che, cadendo a terra, si spaccavano ed emanavano un odore intenso. E ancora i pulcini, senza piume, che talvolta cadevano esanimi dai tetti.
Il mio processo creativo non segue un’unica strada. Ci sono testi che affiorano all’improvviso: sarebbe bello poter scrivere sempre con questa facilità, quasi profetica. Certi componimenti nascono invece da continue annotazioni di pensieri e suggestioni. Altre volte mi arriva una musica carica di significato, ancora senza parole, accompagnata da un’atmosfera emotiva a cui non è certo semplice dare una forma, e non trovo pace finché non le declino in versi. Forse non è nemmeno possibile capire fino in fondo come e perché un poeta riesce a far sentire la propria voce: il fatto che l’arte conservi un alone di mistero è di per sé una fonte di ispirazione.
Che cosa significa essere donna in una professione e in un mondo tradizionalmente dominati dagli uomini? Crede che esista un linguaggio poetico specificamente femminile?
A parte pochi paesi nel mondo, ancora oggi siamo ben lontani da una completa parità tra uomo e donna, e la Turchia non fa certo eccezione. Sono figlia di questa terra e so cosa significa muoversi in una società che ha precise aspettative nei confronti delle donne, che vengono confinate in ruoli ben definiti e costrette a reprimere la propria sessualità.
Nel 1791 la scrittrice e attivista politica Olympe de Gouges, nella sua “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”, sosteneva che le donne dovessero essere pienamente uguali agli uomini sul piano giuridico, politico e sociale. L’anno successivo Mary Wollstonecraft, nella “Rivendicazione dei diritti della donna”, invitava le donne a uscire dai rigidi ruoli che la società assegnava loro e a esplorare nuove strade. Nel secolo scorso, in “Una stanza tutta per sé”, Virginia Woolf scrisse: “Una donna deve avere denaro e una stanza tutta per sé se vuole scrivere narrativa”.
Nel 1949 uscì “Il secondo sesso” di Simone de Beauvoir, saggio fondativo del femminismo del Novecento; nel 1970 “La politica del sesso” di Kate Millett, che analizza come la struttura sociale del patriarcato mantenga una posizione dominante sulle donne, non solo in ambiti ovvi come la famiglia o le istituzioni, ma anche in letteratura.
Questi appena citati e altri testi fondamentali del femminismo furono tradotti negli anni Ottanta soprattutto grazie agli sforzi di una cooperativa di scrittori e traduttori (YAZKO), attorno alla quale si formò uno dei nuclei della seconda ondata femminista turca, la cui figura centrale era Şirin Tekeli.
La generazione di donne che negli anni Novanta ha pubblicato le prime raccolte poetiche si è mossa nello spazio conquistato da questo movimento, ampliando la propria conoscenza e la propria consapevolezza; ciò ha permesso loro di superare le forme di scrittura e i linguaggi codificati dalla tradizione maschile.
Oggi lo sfondo politico che sorregge i versi delle poetesse turche è in sintonia con la teoria e l’attivismo dei nuovi movimenti sociali nati nell’Europa occidentale a partire dal 1968. I semi gettati allora continuano a portare frutti: il movimento femminista turco resta vivace e dinamico.
Più che di un linguaggio specificamente femminile, parlerei quindi di una sensibilità comune: lo sguardo che sta dietro i versi delle poetesse turche è spesso in dialogo con la natura, l’ecocritica, l’ecofemminismo e gli studi di genere.
In questo momento ci troviamo a Kadıköy, sul lato asiatico di Istanbul, nel giardino del centro culturale dedicato a Nâzım Hikmet, il celebre poeta turco oggetto della sua tesi di dottorato. Cosa ha rappresentato per lei? Cosa ha appreso studiando la sua opera?
Il mio primo incontro con Nâzım Hikmet avvenne molto presto, tra la fine delle elementari e l’inizio delle medie, per via di un concorso letterario dedicato al tema del lavoro. Come dicevo in precedenza sono cresciuta in quartieri popolari, dove l’attivismo sindacale, e più in generale di sinistra, era molto radicato. Alcuni conoscenti mi diedero dei libri di Nâzım Hikmet, dicendomi che avrei potuto leggere e studiare quelle poesie per trarre ispirazione e partecipare alla gara.
Anni dopo, quando si trattò di scegliere l’argomento della tesi di dottorato, decisi di concentrarmi su uno dei suoi capolavori, “Paesaggi umani dal mio paese”. L’opera ha una struttura rizomatica, nel senso del concetto elaborato da Gilles Deleuze e Félix Guattari. I personaggi, appartenenti a classi sociali diverse, affiorano nel testo, si eclissano e ritornano a più riprese, ogni volta sotto una luce nuova, in una rete di connessioni molteplici, non riducibili a un’unica origine. Nâzım Hikmet costruisce così una rappresentazione complessiva della Turchia del 1941, una sorta di mappa della società dell’epoca. In alcuni passaggi sperimenta la simultaneità, tecnica resa celebre da James Joyce nell’Ulisse.
Personalmente la definirei una “cine-poesia”: le vicende dei personaggi vengono interrotte prima di concludersi e al loro posto subentra un’altra storia, le cui immagini evocano per analogia quelle della precedente. In questo Nâzım Hikmet prende spunto dal teorico del cinema sovietico Dziga Vertov. È un’opera di altissimo livello, che ancora oggi continua a ispirare il mio percorso di poetessa.
Nâzım Hikmet si è distinto anche come autore teatrale e ha avuto un ruolo importante nello sviluppo del cinema turco, insieme a Muhsin Ertuğrul: parliamo di un intellettuale a tutto tondo. Ha vissuto un’esistenza turbolenta e drammatica. Di lui ammiro molto la tenacia che ha mostrato di fronte alle avversità e la fede negli ideali socialisti.
Come poeta ha avuto il merito di portare la poesia turca nel mondo. Nella sua opera il significato che scaturisce dal suono e dal ritmo, l’eda, ovvero l’espressività e il timbro poetico, è fondamentale.
Nâzım Hikmet proveniva da una famiglia di antiche radici: se si pensa al gusto poetico ereditato dal nonno, appartenente alla confraternita sufi dei mevlevi, e alla struttura sonora della poesia classica ottomana, il suo senso del ritmo si comprende ancora meglio. Questo ritmo si è poi fuso con i suoni delle città moderne, delle fabbriche, dei treni.
In Unione Sovietica, dove si recò poco più che ventenne, conobbe figure chiave dell’epoca come Vladimir Majakovskij e Vsevolod Mejerchol’d, immergendosi nell’ambiente artistico sperimentale, d’avanguardia, futurista e costruttivista del periodo rivoluzionario.
Questa esperienza di vita ha inciso profondamente sulle sue opere, con le quali ha arricchito la lingua turca. Le sue sperimentazioni sono ancora straordinariamente attuali e continuano a influenzare la mia ricerca poetica.
Nell’arco di oltre 25 anni di carriera, ha pubblicato quattro raccolte di poesie: Zamana Dağılan Nar (“Il fuoco disperso nel tempo”, 1999), Ol! (“Sii!”, 2004), Korkuluklara Giysi Yardımı (“Vestiario di soccorso per spaventapasseri”, 2015) e la sua più recente, Yüzü Kelebeklerle Örtülü (“Il suo viso è coperto di farfalle”, 2024). Ripensando a questo percorso, come crede che il suo stile poetico sia cambiato nel corso degli anni?
Fin dall’inizio nella mia poesia convivono due vene. La prima è lirica: nei miei testi giovanili facevo molta attenzione ai suoni che le parole producevano, con l’ambizione di suscitare nel lettore le stesse emozioni che provavo io ascoltando i miei artisti preferiti, da Mozart a Nick Cave. In questo ero vicina alla nostra tradizione poetica, nella quale il suono ha un ruolo fondamentale: Ahmet Haşim, un uomo di lettere vissuto tra il tardo periodo ottomano e la prima Repubblica, sosteneva che la poesia non è fatta per essere compresa come la prosa, ma per essere percepita. Dal punto di vista della metrica non mi allontanavo troppo dagli schemi classici: il secondo libro, ad esempio, contiene molte quartine.
Accanto a questa vena lirica c’è sempre stata anche una componente più narrativa, fatta di poesie più lunghe e di monologhi drammatici in cui prende voce un personaggio, come in una poesia che ho dedicato a mio padre. Entrambe convivono; certo negli anni qualcosa è cambiato: la mia poesia si è fatta più stratificata, dà più rilievo ai luoghi e ai sensi e forse guarda di più alle storie individuali.
Può raccontarci la genesi di “Park” (Parco), il componimento che ha scritto sugli eventi legati alle proteste di Gezi? Come si spiega il riferimento al celebre maiale “Algie” dei Pink Floyd?
Alla fine del maggio 2013 alcuni studenti cominciarono a protestare contro il progetto di costruire una caserma, con un centro commerciale all’interno, al posto del Parco di Gezi, una delle poche aree verdi nel centro di Istanbul. Vennero piantate delle tende, che poi furono rimosse e persino incendiate nei giorni successivi. Più la polizia cercava di sgomberare i manifestanti, più la gente accorreva e si univa alle proteste. Il sostegno era trasversale: non c’erano solo giovani o persone istruite, ma anche donne dall’aspetto tradizionale che distribuivano cibo e offrivano l’helva (dolce tipico delle occasioni religiose e commemorative), come avviene durante le notti di Kandil (cinque ricorrenze sacre della tradizione turco-islamica).
All’epoca insegnavo all’università e seguivo con attenzione le manifestazioni. Mi sembrava assurdo che si volessero abbattere alberi e togliere alla cittadinanza un luogo dove poter respirare; inoltre il parco fungeva da area di raccolta in una città, Istanbul, a forte rischio sismico. Per me Gezi è stata prima di tutto un’azione ecologica, di resistenza, ma non certo eversiva: si chiedeva soltanto che il parco restasse un parco. Era paradossale vedere chi difendeva una causa giusta essere trattato come se fosse dalla parte del torto.
Abbozzai i primi versi durante il concerto di Roger Waters, che quell’anno suonò in Turchia e dedicò la sua esibizione alle vittime di Gezi, delle quali vennero mostrati i ritratti. Quando fu fatto volare il famoso maiale gonfiabile, coperto di messaggi contro la violenza inviati da persone di tutto il mondo, mi impossessai di quell’immagine e la incorporai nel componimento, individuando tra le fotografie di altri concerti gli slogan adatti al tema della poesia.
Lo stato turco, dalla sua fondazione a oggi, è stato tutt’altro che clemente nei confronti di scrittori e artisti. In che misura gli avvenimenti politici di questi anni hanno influenzato il suo stile? Come è cambiato il ruolo dell’intellettuale?
Gli avvenimenti politici del paese in cui vivo influiscono certamente sul mio modo di scrivere. Il clima di tensione odierno condiziona tutti noi e ciò si riflette anche nei miei versi. La Turchia, pur vantando una lunga storia, ha adottato l’ordinamento repubblicano poco più di un secolo fa. Da allora si sono succeduti colpi di stato e memorandum militari, crisi istituzionali e politiche, che hanno continuamente compromesso la cultura della democrazia e dei diritti umani.
Basti pensare alla condizione delle donne: nella Turchia odierna si fa fatica a marciare in occasione dell’8 marzo, i femminicidi sono all’ordine del giorno e il governo ha deciso di ritirarsi dalla Convenzione di Istanbul. Manca poi il supporto degli uomini turchi: sono ancora troppo pochi quelli che ci seguono nelle battaglie, non solo femministe ma anche ecologiche. Detto ciò, non mi considero una poetessa engagée: non sono legata a un’ideologia o a un partito, e non sostengo tesi. I lettori più attenti possono però cogliere, sullo sfondo di alcuni componimenti, certi eventi politici che a modo mio interpreto e restituisco.
Quanto al ruolo dell’intellettuale, oggi è più difficile lottare che in passato. La popolazione legge di meno e in maniera più distratta, e sospetto che l’avanzamento della tecnologia non abbia aiutato in questo senso. Sembra venuta meno la capacità di organizzarsi in movimenti collettivi; lo stato inoltre è diventato più abile nello screditare idee considerate scomode e nel limitarne la diffusione.
Di recente è uscita in italiano un’antologia delle sue poesie, tradotte da Nicola Verderame e pubblicate dalla casa editrice La Vita Felice, nella collana Adamàs, curata da Tommaso Di Dio. Con l’augurio di poter leggere al più presto l’intera sua opera in italiano, le chiedo di parlarci dei suoi gusti letterari. Restringendo l’ambito alla letteratura turca, quali autori o autrici si sente di consigliare ai nostri lettori?
Ci sarebbero davvero moltissimi autori da citare: la letteratura turca, sia moderna che di epoca ottomana, custodisce autentici tesori.
Tra i poeti del Novecento consiglio senz’altro nomi come Behçet Necatigil, Turgut Uyar, Edip Cansever, Gülten Akın e Lâle Müldür; per quanto riguarda la poesia contemporanea non posso non menzionare Birhan Keskin, Didem Madak, Küçük İskender, Gökçenur Ç., Gonca Özmen e Betül Dünder. Anche il panorama della narrativa, tra racconti e romanzi, offre voci straordinariamente originali e creative: dal premio Nobel Orhan Pamuk ad autori come Ayfer Tunç, Burhan Sönmez, Gamze Arslan, Murat Çelik e Nazlı Karabıyıkoğlu.
Desidero infine esprimere la mia profonda gratitudine a Nicola Verderame e Tommaso Di Dio: il lavoro di traduzione e revisione è stato coinvolgente e stimolante, un’esperienza per me indimenticabile.
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