Tra Balcani e Mitteleuropa, i tortuosi intrecci della politica in Slovenia
Originario delle Bosnia Erzegovina Zoran Stevanović, leader di Resni.ca (Verità) e volto nuovo della politica slovena, rappresenta l’intricata rete di rapporti del paese con le altre repubbliche ex-jugoslave e con le comunità di immigrati da esse provenienti, oggi sempre più integrate e influenti in Slovenia

© HelgaQ/Shutterstock
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L’intreccio tra l’Europa e i Balcani è una caratteristica della politica slovena. A Lubiana l’insegna di un locale recita “Nobel burek”. Pare coniugare la classe della Vienna dei valzer di Strauss con le prelibatezze della Baščaršija di Sarajevo. È la nuova sintesi slovena, anche se il fascino dell’Europa sembra sempre più lontano mentre cresce quello dei Balcani.
Zoran Stevanović è il volto nuovo della politica slovena. Il leader di Resni.ca (Verità), con il suo piccolo partito di impronta populista, è oramai da mesi sulla cresta dell’onda. Stevanović non si preoccupa dei riflettori puntati su di lui, anzi dà l’impressione di voler fare di tutto per non farli spegnere. Prima le trattative per formare il nuovo governo, dove ha giocato il ruolo di ago della bilancia, poi la prestigiosa poltrona di presidente della Camera, ottenuta in cambio dell’appoggio esterno alla nomina del quarto gabinetto Janša.
Espressione della Slovenia di periferia, quella che non aveva avuto per lungo tempo accesso ai salotti buoni della politica, racconta la complessità etnica di un Paese bello e ordinato, ma costruito da molti immigrati provenienti dalle altre repubbliche dell’ex Jugoslavia. Negli anni Ottanta, in un clima di crescente nazionalismo e di paura per il futuro, nelle vie delle principali città non mancavano irriverenti graffiti che recitavano: “Bosanci Go Home”, bosniaci, tornatevene a casa. Adesso molti figli di quella generazione di immigrati sono cresciuti, hanno studiato e hanno fatto carriera, trovando posto nelle istituzioni.
Stevanović non si vergogna certo delle sue radici. Appena eletto alla carica di presidente del Parlamento, ha fatto tappa a Capodistria per partecipare alla cerimonia in cui Dejan Mandić, la figura centrale della locale Chiesa serbo-ortodossa, è stato elevato al grado di arciprete. Molti hanno letto l’evento come una miscela di politica, identità, religione e valori. La scelta di Stevanović naturalmente non è passata inosservata, e ancor meno inosservata è passata la visita del presidente del Parlamento della Republika Srpska alla Camera di Stato.
A fine agosto Nenad Stevandić è stato ospite di Stevanović. Un incontro informale, avvenuto su richiesta dell’esponente dei serbi di Bosnia, ha precisato Stevanović. Si sarebbe parlato dell’accordo di Dayton e anche del fatto che le decisioni in Bosnia devono essere prese con il consenso dei suoi popoli e delle sue entità. Un modo come un altro per dire che i serbi contano e che senza di loro non si può far nulla.
Stevanović è oramai la vittima designata del centrosinistra sloveno e proprio per questo non sono mancate le polemiche. Subito è stato fatto notare che Stevandić è uno stretto collaboratore di Milorad Dodik, l’ex presidente della Republika Srpska, sollevato dal suo incarico per aver rifiutato di attuare le decisioni dell’alto rappresentante internazionale.
Che il centrosinistra consideri un peccato avere rapporti con Dodik è però qualcosa di alquanto strano. Una delle sue icone, il sindaco di Lubiana Zoran Janković, infatti, ha spesso pasteggiato in eleganti locali della capitale con lui e con il presidente serbo Aleksandar Vučić.
Per Janković si era addirittura ipotizzato che potesse andare a ricoprire la carica di premier serbo, mentre suo figlio Jure ha ottenuto la cittadinanza serba per naturalizzazione straordinaria. Avrebbe la residenza a Belgrado, nella villa di un uomo d’affari che avrebbe acquistato terreni a Lubiana.
Dodik per ora, comunque, non può più mettere piede in Slovenia. A vietare il suo ingresso nel Paese è stato il precedente governo, per questioni di sicurezza nazionale. Erano state rilevate, infatti, strane transazioni finanziarie che dalla Republika Srpska arrivavano a Lubiana. Polemiche per un prestito arrivato da Banja Luka avevano coinvolto anni fa anche il Partito democratico sloveno di Janez Janša.
Quest’ultimo, in qualità di primo ministro, ha recentemente ricevuto a Lubiana il patriarca della Chiesa serbo-ortodossa Porfirio, al centro dei colloqui lo status della sua comunità religiosa in Slovenia. L’incontro è avvenuto all’indomani dei funerali del criminale di guerra serbo Ratko Mladić, dove Porfirio aveva ricordato che il nome del generale rimarrà profondamente presente nella memoria e nelle preghiere della maggioranza dei suoi connazionali.
Stevanović, poche settimane fa, è tornato in Bosnia, e precisamente a Zavait, il villaggio da cui viene suo padre. Un piccolo insediamento nei pressi di Foča, un punto da cui partono stradine che regalano scorci mozzafiato sul fiume Tara. Una full immersion nella natura, non senza risvolti politici.
Stevanović ha fatto da padrino alla riapertura della nuova chiesa ortodossa; accanto a lui c’era il presidente destituito Milorad Dodik e buona parte dei vertici della Republika Srpska. Le foto, questa volta, non sono comparse sul profilo ufficiale di Stevanović, ma direttamente su quello di Dodik.
Commistioni, relazioni e amicizie in una Slovenia che una volta guardava a occidente e adesso riscopre i Balcani. Nuove sintesi che si ritrovano anche nelle vie della capitale. A Lubiana una miriade di localini etnici e di fast food offrono ai visitatori le più svariate specialità, spesso anche rivisitate in salsa slovena.
Tra di essi ce ne era uno che proponeva anche il burek con la salsiccia della Carniola. Poteva essere una proposta culinaria, ma anche un messaggio politico.
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