Imvros, tappa dopo tappa: la lenta rinascita degli ultimi greci dei Dardanelli
A Imvros/Gökçeada, isola turca alle bocche dei Dardanelli dalla storia affascinante e complessa, fede, ospitalità e storia si intrecciano ogni 15 agosto per la festa della Dormizione di Maria, mentre la comunità greca dell’isola cerca ancora di capire cosa significhi davvero ritornare

Imvros © M.Drosopoulos/OBCT
Imvros © M.Drosopoulos/OBCT
Tutti coloro che ho incontrato a Imvros davano per scontato che fossi una visitatrice. In realtà, stavo tornando a casa.
Il mio prozio, Spyros Meletzis, è nato ad Agioi Theodoroi nel 1906: lo stesso villaggio, le stesse strade di pietra che un giorno avrebbero dato i natali ad un Patriarca.
È partito a diciassette anni, quando il trattato di Losanna ha assegnato l’isola alla Turchia, ed è diventato, decenni più tardi, l’uomo che la storia ricorda come il fotografo della Resistenza: colui che si è arrampicato sulle montagne e ha fatto apparire come un gigante Aris Velouchiotis, un uomo di piccola statura.
Mia nonna, Anna Olziersky, novantanove anni e una memoria ancora lucidissima, mi racconta di come Meletzis avesse sposato sua cugina ad Alexandroupolis, entrando a far parte della famiglia Christides e, di riflesso, della mia.
Prima che morisse, sua nipote Eleni Aimatidou-Argyriou, scrittrice e ricercatrice che ho sempre conosciuto come la mia amata zia Nitsa, ha collaborato con lui alla realizzazione di un libro che raccoglie le sue fotografie di Imvros, affinché, per usare le sue parole, “le nuove generazioni non dimentichino”.
Ho visitato la mostra da bambina, senza ancora comprendere che stavo osservando le mie stesse radici.
Lo scorso agosto ho compiuto la stessa traversata, taccuino e macchina fotografica alla mano, per trascorrere la festa della Dormizione (o Kimisis, la ricorrenza che celebra la morte e l’assunzione in cielo della Vergine Maria, nota in Italia e in alcune zone del Mediterraneo come Ferragosto) tra le persone che vivono ancora questa eredità contesa.
Imvros finisce raramente sui giornali in Grecia, in Turchia, e quasi mai all’estero, eppure rimane uno dei pochi luoghi in cui le conseguenze del Trattato di Losanna, il destino di una minoranza in via di estinzione e la realtà quotidiana della convivenza greco-turca possono ancora essere osservati di persona, anziché essere oggetto di dibattiti astratti.
Questa volta non si trattava di una comune panayır (festa popolare): Sua Santità Bartolomeo, Arcivescovo di Costantinopoli-Nuova Roma e Patriarca Ecumenico, era arrivato giorni prima insieme a due confratelli primati, Teodoro II di Alessandria e Giovanni d’Albania, ed è stato proprio al fianco dell’Arcivescovo Giovanni che ha presieduto la liturgia a Tepeköy, una concelebrazione definita storica dalla stampa ortodossa.

Il patriarca Bartolomeo a Imvros – foto M.Drosopoulos
Prima tappa: Tepeköy/Agridia
La strada che conduce a Tepeköy (o Agridia/Αγρίδια in greco) sale finché il mare scompare alle spalle; è il più elevato tra i villaggi greci dell’isola e, il 15 agosto, il più affollato.
Al mio arrivo, il sagrato della chiesa di Evangelismos tis Theotokou (Chiesa della Vergine Maria) brulicava già di visitatori: greci e turchi, cristiani e musulmani, residenti stanziali dell’isola fianco a fianco con i membri della diaspora che arrivano in aereo ogni agosto per questi tre giorni.
Gli animali erano stati macellati la sera precedente, dopo essere stati benedetti dal sacerdote del villaggio con incenso e il segno della croce prima che il coltello li toccasse.
Lo studio etnografico di İskender Oymak (2002) descrive l’offerta sia di büyükbaş (bovini) che di küçükbaş (ovini e caprini), con il sacerdote che impartiva la benedizione a distanza per gli animali di taglia maggiore.
È un dettaglio che coglie di sorpresa gli estranei: i cristiani ortodossi di Gökçeada mantengono una propria tradizione del kurban, che però non ha nulla a che vedere con il Kurban Bayramı (Eid al-Adha), la festa islamica del Sacrificio celebrata in una data fissa del calendario lunare per commemorare la disponibilità di Abramo a sacrificare il proprio figlio.
Per ogni fedele cristiano, il kurban rappresenta un voto personale fatto alla Panagia (la Vergine Maria) per ottenere la guarigione da una malattia, il ritorno sano e salvo di un figlio dal servizio militare o la nascita di un nipote, e viene adempiuto specificamente nelle chiese dedicate alla sua Dormizione.
Al mattino, la carne si era trasformata in keşkek, una densa zuppa di grano e carne, bollita per ore in enormi calderoni nel sagrato della chiesa finché gli ingredienti non si sfaldano quasi in una pasta, per poi essere distribuita gratuitamente su lunghe tavolate comuni a tutti i presenti.
Prima di servire il pasto, gli abitanti del villaggio si recavano insieme al cimitero, dove le donne del luogo distribuivano dolciumi sulle tombe: un gesto che integra il lutto nella festa anziché tenerlo separato. I defunti continuano a vivere nelle preghiere di chi resta.
La festa e la frattura
In questa atmosfera benedetta e carica di emozione, il fumo dell’incenso non si era ancora diradato quando è scoppiata la prima discussione.
Un attimo prima eravamo lì, in silenzio e pieni di meraviglia, ad assistere ad un rito più antico degli stati-nazione che si contendono quest’isola; un attimo dopo, osservavamo qualcosa di quasi sovversivo: gli isolani che infrangevano silenziosamente la regola più antica di entrambe le culture.
Philoxenia o misafirperverlik, chiamatela come volete, in greco o in turco, il concetto è la stessa legge quasi sacra: l’ospite mangia per primo e mangia la parte migliore. Eppure, anno dopo anno, su quest’isola dove le due culture si sovrappongono e dove entrambe giurerebbero sulla vita delle proprie nonne che tale regola è inviolabile, la gente del posto gestisce la fila in modo che i tagli di carne migliori rimangano in paese.
E nessuno fa finta di niente: cristiani e musulmani, in coda insieme, iniziano a spintonarsi e a discutere, mentre altri abbandonano del tutto la fila, ritenendo che l’attesa non valga la pena, e se ne vanno, grondanti di sudore sotto il sole cocente dell’estate.
È stato, a suo modo, il momento meno sorprendente della giornata: la gente del luogo veniva servita, i funzionari del villaggio venivano serviti, come sempre accade, mentre i visitatori restavano in disparte, percependo, senza che nessuno lo dicesse esplicitamente, che qui l’ospitalità segue una propria gerarchia.

Chiesa di Panagia © foto M.Drosopoulos
Seconda tappa: la cittadina di Imvros / Çınarlı (Gökçeada Merkez)
Nella cittadina di Imvros, all’interno della chiesa metropolitana di Panagia, situata in posizione arretrata rispetto alla passeggiata pedonale fiancheggiata da ristoranti, vicino al museo con il suo piccolo caffè, le pareti ospitano quasi tante fotografie quante icone.
La maggior parte ritrae lo stesso uomo, quasi sempre circondato da bambini. Si tratta di Bartolomeo, Arcivescovo di Costantinopoli-Nuova Roma e Patriarca Ecumenico; su quest’isola, il divario tra “Sua Santità il Patriarca” e “il ragazzo di Agioi Theodoroi” è praticamente inesistente.
Nato Dimitrios Archontonis il 29 febbraio 1940 a Zeytinliköy, nota ai greci come Agioi Theodoroi, era il quarto figlio di un barbiere e gestore di una caffetteria.
Ha frequentato la scuola del villaggio, poi il Liceo Zografeion di Istanbul e infine la Scuola Teologica di Halki, dove si è laureato con il massimo dei voti nel 1961; come ogni cittadino turco, ha prestato anche servizio militare in qualità di ufficiale della riserva.
Il Patriarca ecumenico possiede la cittadinanza turca e appartiene, dal punto di vista etnico, a ciò che resta della comunità greca “Rum” che il Trattato di Losanna ha lasciato sul posto anziché sottoporre allo scambio di popolazioni: una storia che, in miniatura, è quella che quest’isola continua a raccontare.
Eletto 270° successore dell’apostolo Andrea il 22 ottobre 1991, è stato intronizzato il 2 novembre dello stesso anno. Il 2026 segna il trentacinquesimo anniversario di quell’intronizzazione.

Comunità greca a Imvros © foto M.Drosopoulos
Breve storia di Imvros come terra greca
Per comprendere perché la storia del battesimo di un Patriarca sia documentata da fotografie appese alla parete di una chiesa di paese, bisogna risalire ad una clausola che la maggior parte delle persone non ha mai letto.
Imvros (nota come Gökçeada dal 1970) è stata, dall’antichità fino alla metà del ventesimo secolo, un’isola a netta maggioranza greca: colonia ateniese in epoca classica e, in seguito, roccaforte ortodossa all’imbocco dei Dardanelli.
Ceduta brevemente alla Grecia in virtù del Trattato di Sèvres del 1920, è tornata sotto la sovranità turca con il Trattato di Losanna del 1923, ma, caso unico tra le isole dell’Egeo, senza subire lo scambio di popolazioni attuato altrove.
L’articolo 14 del trattato escludeva esplicitamente Imvros e Tenedo (Bozcaada) da tale misura, promettendo alle isole “un’organizzazione amministrativa speciale” che garantisse alla popolazione autoctona non musulmana diritti in materia di amministrazione locale, istruzione e proprietà.
Quell’autonomia ha avuto vita breve. Nel 1927 è stata formalmente revocata e l’istruzione privata greca posta sotto il controllo dello Stato turco; nel corso degli anni quaranta e cinquanta, l’acquisto di terreni e le attività commerciali sono stati oggetto di restrizioni sempre più severe.
Successivamente, nel clima di tensione legato al conflitto di Cipro, nel marzo 1964 il Consiglio di sicurezza nazionale turco ha disposto la chiusura delle scuole di lingua greca dell’isola ed espropriato oltre il 90% dei terreni coltivabili versando un indennizzo irrisorio.
Nel 1965 ha istituito inoltre una colonia penale agricola a Dereköy, il centro abitato più grande dell’isola, insediando i detenuti e le loro famiglie accanto ai residenti greci rimasti (Grigoriadis 2021). Nel giro di una generazione, la popolazione greca dell’isola, che contava circa 6.700 persone secondo il censimento del 1928, si è ridotta a circa 400 unità verso la fine degli anni novanta; la maggior parte degli abitanti è emigrata ad Atene, Alessandropoli, Salonicco, Istanbul o verso mete più lontane.
In uno studio del 2021 sulla minoranza greca in Turchia, il dottor Ioannis N. Grigoriadis, politologo che ha insegnato all’Università Bilkent di Ankara e attualmente dirige il Programma Turchia presso l’ELIAMEP, un think tank di politica estera con sede ad Atene, ridimensiona la narrazione trionfalistica di questa vicenda.
Dai primi anni duemila, circa 200 membri della comunità di Imbro (di prima e seconda generazione) si sono ristabiliti sull’isola a tempo pieno, mentre un altro centinaio vi trascorre gran parte dell’anno, affiancati da alcune migliaia di visitatori estivi; si tratta di una ripresa coincisa con la riapertura, dopo il 2013 e per la prima volta in decenni, delle scuole di lingua greca a Zeytinliköy e Tepeköy.
Tuttavia, lo studioso sottolinea che tale ripresa demografica “poggia su basi piuttosto fragili”. La maggior parte dei terreni espropriati negli anni sessanta non è mai tornata in mani greche: essi rimangono sotto controllo statale o sono stati assegnati tempo addietro a cittadini turchi; di conseguenza, chi fa ritorno può ricostruire la propria casa, ma difficilmente riesce a trarre sostentamento dalla terra circostante.
Bartolomeo ha parlato apertamente dei cosiddetti “anni di pietra” degli anni sessanta: la chiusura delle scuole, la confisca delle terre degli abitanti di Imbro, l’esodo forzato che ha disperso la sua stessa generazione tra Atene, Istanbul e altre località all’estero.
Il Patriarca ecumenico è tornato a Zeytinliköy ogni anno dalla sua intronizzazione, celebrando la liturgia nella chiesa in cui è stato battezzato; in un discorso del 2017, ampiamente citato, ha esortato i giovani imbrioti della diaspora non solo a ricordare l’isola, ma a visitarla: “Finché avrò vita e respiro, non smetterò di parlare di ciò che noi, gli imbrioti, abbiamo vissuto”.
Quando nel 2013, dopo quasi cinquant’anni di silenzio, l’istruzione in lingua greca è tornata finalmente sull’isola, egli l’ha definita una “benedizione” lungamente invocata piuttosto che una vittoria politica; tuttavia, è difficile scindere le due cose.
Sono stati proprio i decenni di impegno verso la diaspora e la sua stessa figura di figlio più illustre di Imvros a offrire ad Ankara, Atene e al Patriarcato un motivo per considerare la rinascita dell’isola come una storia di successo condivisa.
Fotini Toloudi, storica dell’Università Aristotele di Salonicco che quest’anno ha compiuto lo stesso pellegrinaggio, osserva questa rinascita dall’interno. È giunta sull’isola, come ha raccontato a OBCT, per visitare la casa natale del Patriarca, per dialogare con gli imbrioti e per sentirsi, anche solo per un pomeriggio, una Romia di Imvros, aggirandosi per strade che ha descritto come “uscite da un film”.
Ciò che l’ha colpita maggiormente è stato un aspetto pratico piuttosto che sentimentale: la diaspora greca si è spinta fino a costruire alloggi per gli insegnanti reclutati in Grecia per il personale delle scuole riaperte.
A suo avviso, la “rinascita dell’istruzione” sull’isola, avviata nel 2013, ha fatto molto più che ripristinare un programma scolastico: ha richiamato le famiglie che, in origine, se n’erano andate a Istanbul o in Grecia proprio per il bene dei figli. “L’isola è tornata a vivere”, ha affermato.
Tra la cautela di Grigoriadis e l’ottimismo di Toloudi si colloca la realtà del sagrato della chiesa di Tepeköy: una rinascita autentica, controversa e che, ogni agosto, viene ancora negoziata passo dopo passo.
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