Il mio pellegrinaggio sul Tricorno, la montagna che racconta la Slovenia

Con i suoi 2.864 metri di altezza, il Tricorno (Triglav) è la montagna più alta della Slovenia, nonché il suo simbolo nazionale più noto, presente anche nella bandiera. Nel paese, si dice che ogni sloveno debba conquistare la vetta almeno una volta nella vita, un rito che continua anche se la montagna cambia e i ghiacciai si ritirano. Il racconto della scalata del nostro corrispondente

07/08/2026, Stefano Lusa
Il Tricorno (Triglav) visto da Savudrija © Anze Furlan / Shutterstock

Il Tricorno (Triglav) visto da Savudrija © Anze Furlan / Shutterstock

Il Tricorno (Triglav) visto da Savudrija © Anze Furlan / Shutterstock

Alle prime luci dell’alba il rifugio si riempie di rumori. Il tempo è bello, il sole sta spuntando e asciugherà la rugiada lasciata sulle rocce della parete. Si stringono gli scarponi, si mettono gli elmetti protettivi e si prende solo l’indispensabile. C’è chi è pieno di entusiasmo e chi, come me, si chiede chi glielo ha fatto fare. Arrivato sino alla Kredarica ero più che convinto che potesse bastare, ma alla fine mi hanno spiegato che non potevo mollare a un passo dalla meta. Restano gli ultimi 300 metri di dislivello da superare. Per alcuni sarà la prima salita sul Tricorno, per altri l’ennesima scalata della montagna simbolo degli sloveni.

È il pellegrinaggio che ogni sloveno deve compiere almeno una volta nella sua vita, un rito di passaggio identitario per connettersi con il proprio paese. Scalare il Tricorno è ben più che una passeggiata in alta quota perché il Tricorno per gli sloveni non è solo montagna.

Chi è arrivato per la prima volta in vetta si china con la testa dentro la struttura e viene sculacciato per tre volte con una corda d’arrampicata. Tre frustate come le vette del Tricorno, per quello che è il rito del battesimo, a cui segue l’immancabile brindisi e le foto con la bandiera slovena.

Stefano Lusa

Le sue tre teste, nelle giornate di bora, si possono vedere distintamente dalla punta di Pirano. Il magico paesaggio ridisegna metaforicamente lo stemma nazionale, che racchiude nel suo scudo le onde del mare e la montagna più alta del paese. Il Tricorno è forse il simbolo più caro agli sloveni, quello che è riuscito a passare indenne dal nazionalismo romantico ottocentesco alla Slovenia indipendente, passando per la Resistenza e il comunismo jugoslavo. Oggi lo troviamo persino sulla moneta da 50 centesimi insieme alla scritta Oj, Triglav, moj dom (O Tricorno, casa mia).

Inno alla montagna

Il rifugio Kredarica coperto di neve © Xseon / Shutterstock

Il rifugio Kredarica coperto di neve © Xseon / Shutterstock

Nata come poesia e poi musicata, è diventata un vero e proprio inno dedicato alla montagna, scritto alla fine dell’Ottocento da Matija Zemljič e musicato da Jakob Aljaž. È uno dei componimenti più identitari intorno a cui gli sloveni si ritrovano. Il Tricorno diventa così un riferimento emotivo e soprattutto un luogo in cui trovare la pace, un centro di gravità in cui il mondo sloveno si riunisce attorno a un simbolo sacro. Incredibile per un paese riottoso come la Slovenia, amministrato da leader politici e partiti sempre pronti a stare sulle barricate.

Oj, Triglav, moj dom così diventa un canto che unisce tutti sotto la stessa vetta. I Laibach, il gruppo musicale sloveno più noto a livello internazionale, famoso per la sua estetica totalitaria e le sue provocazioni politiche, lo hanno recentemente riproposto durante la cerimonia di apertura dei Campionati mondiali di sci nordico del 2023 a Planica. Una messa in scena wagneriana con tanto di coro e orchestra. Qualcuno ha voluto vederlo come un gesto di riconciliazione del gruppo con la propria identità slovena, altri come un’ulteriore provocazione e altri ancora come la dimostrazione che certi simboli sono talmente forti da poter persino sopravvivere alla rilettura che i Laibach possono farne.

La lunga scalata verso la vetta

Con i suoi 2.864 metri il Tricorno è la vetta più alta della Slovenia. Una montagna spettacolare, fatta di pareti verticali calcaree. La più iconica, la Stena, si alza per più di mille metri sulla valle di Vrata. Attira alpinisti di tutto il mondo. Per salire sul Tricorno non serve però necessariamente passare di lì. Per arrivare in vetta ci sono una trentina di sentieri, alcuni destinati ad alpinisti provetti, altri più accessibili, ma non proprio facilissimi. Lì si incontrano appassionati di montagna, cittadini comuni ed anche l’élite politica, culturale ed economica del paese.

Ovviamente per la mia scalata del Tricorno i mille metri della parete nord erano da escludere in partenza. Il mio amico, un esperto alpinista, che ha voluto portarmi in vetta, mi ha assicurato però che salire partendo da Pokljuka era facile quanto bere un bicchier d’acqua. Presto ho capito che non avrei dovuto credergli. Ventotto chilometri e un dislivello di quasi 2.000 metri non sono facili da percorrere in montagna. Lunghe ore di marcia per arrivare fino al rifugio della Kredarica e poi un’altra impegnativa tappa per conquistare la cima. Non è una scampagnata, ma un percorso duro, fatto di fatica e di prove di coraggio per chi in montagna non è abituato ad andarci. Si inizia in un paesaggio incantevole, fatto di boschi, malghe e pascoli alpini, poi comincia il sentiero ghiaioso e il paesaggio inizia a diventare più brullo, quasi lunare. A questo punto bisogna passare lungo un tratto esposto. Pioli per mani e piedi, e sotto il dirupo. O si passa o si torna indietro. Naturalmente si passa. Da qui inizia la lenta e faticosa salita fino al rifugio della Kredarica.

Al rifugio Kredarica

Stefano Lusa in cima al Tricorno. Foto: archivio privato.

Stefano Lusa in cima al Tricorno. Foto: archivio privato

È la tappa fondamentale, il punto di partenza di chi vuole effettivamente arrivare in cima. Il rifugio venne costruito nel 1896, per volere di Jakob Aljaž, il sacerdote, autore della musica di Oj, Triglav, moj dom, che sulla vetta della montagna fece posizionare una torretta che oggi porta il suo nome ed è ormai un simbolo del paese. Il nazionalismo nella vecchia Austria-Ungheria passava anche per le montagne e per i club alpini di ispirazione patriottica che si contendevano un po’ ovunque le cime. Aljaž sul Tricorno voleva una struttura che ospitasse gli sloveni, ma che offrisse riparo anche agli altri. Oggi nel rifugio ci possono stare 350 persone e, per essere situato in una posizione così alta e poco accessibile, appare decisamente confortevole e ben attrezzato. La sera, al suono delle fisarmoniche e dei canti tradizionali, gli escursionisti gustano le specialità della casa, annaffiandole con fiumi di birra e vino. Si preparano così per affrontare il tratto finale, l’ultima salita per arrivare in vetta.

Alle prime luci dell’alba molti, con passo lento, risalgono il pendio che porta alle prime rocce. Altri, con il classico spirito competitivo che accomuna gli sloveni quando fanno attività fisica all’aperto, partono veloci con l’intento di stabilire chissà quale primato. In un percorso in cui non mancano pioli metallici e funi d’acciaio si sale leggendo targhe che ricordano alpinisti scivolati nel nulla, colpiti da fulmini o morti per altri motivi. Alla fine, si arriva sulla vetta del Piccolo Tricorno. Resta da percorrere una panoramica cresta che porta sotto la cima vera e propria. Lungo il tragitto si può scorgere il mare, le valli e le altre montagne. Lo spettacolo è favoloso, meglio però prestare attenzione alla neve residua e alle rocce bagnate. Chi è arrivato sino lì ha già capito che scivolare non è facile, ma anche che sul Tricorno si scivola una volta sola. A quel punto non rimane che affrontare l’ultimo ripido tratto che porta alla torretta di Aljaž. Chi è arrivato per la prima volta in vetta si china con la testa dentro la struttura e viene sculacciato per tre volte con una corda d’arrampicata. Tre frustate come le vette del Tricorno, per quello che è il rito del battesimo, a cui segue l’immancabile brindisi e le foto con la bandiera slovena.

Una bandiera che 35 anni fa gli uomini del soccorso alpino portarono sulla montagna più alta della Slovenia per sancire la voglia d’indipendenza che il paese aveva. Furono immagini iconiche, con la torretta di Aljaž sepolta dalla neve, che finirono in tutti i telegiornali e girarono mezzo mondo. Quest’anno in vetta hanno voluto riportare praticamente la stessa bandiera, ma se all’epoca la torretta era sepolta dalla neve, questa volta era ben visibile. A chi non crede nei cambiamenti climatici il consiglio è quello di guardare come si è ritirato il ghiacciaio del Tricorno negli ultimi anni e cosa ancora ne resta. In verità molto poco.

Il Tricorno rimane quello che è sempre stato: un simbolo, una sfida e un’icona nazionale. La montagna è ancora lì, il ghiacciaio un po’ meno. Per gli sloveni poco cambia. Continuano a salire. Orgogliosi di guardare dalla vetta le altre montagne e poi di volgere lo sguardo verso il mare. Arrivati in cima c’è chi festeggia con una birra e anche chi tira fuori dallo zaino un’anguria. Meglio non farsi cogliere troppo dall’entusiasmo. La discesa è forse più complicata della salita. Gli sloveni vi diranno che arrivare in cima è poco più che una passeggiata: meglio non credergli. Il Tricorno non è una montagna per principianti. I riti di passaggio non sono mai semplici, ma non sono nemmeno impossibili da superare. Bisogna essere attrezzati, fisicamente preparati e pronti a far fatica. Arrivare in cima ripaga degli sforzi fatti. Ma è il cammino, quello per salire e quello per tornare a valle, ad aiutare davvero a comprendere gli sloveni e la Slovenia.


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