Tutta la Romania guarda Fjord di Cristian Mungiu

In Romania, migliaia di spettatori hanno assistito in anteprima alla proiezione di Fjord, il film del regista Cristian Mungiu premiato quest’anno a Cannes. Un evento unico di proiezione simultanea in 90 cinema, distribuiti in 52 città del paese

26/06/2026, Oana Dumbrava
Cristian Mungiu © Denis Makarenko / Shutterstock

Cristian Mungiu © Denis Makarenko / Shutterstock

Cristian Mungiu © Denis Makarenko / Shutterstock

Per una sera, il tempo è sembrato fermarsi davanti a un film che, ancor prima di arrivare nelle sale, aveva già acceso dibattiti tanto all’estero quanto in Romania. Le prime recensioni dei critici romeni erano state piuttosto fredde, se non apertamente scoraggianti, lasciando presagire un’accoglienza ben diversa da quella che poi avrebbe sorpreso molti. Mungiu, però, nelle conferenze stampa lo aveva ripetuto con insistenza: «Guardate il film dall’inizio alla fine, poi fate i vostri commenti».

Ed eccomi dunque in sala a vedere il film.

La proiezione si è svolta nei cinema dei mall, i grandi centri commerciali romeni, luoghi dove arrivano di solito soprattutto i film più commerciali. Lo spettatore abituale del cinema di Mungiu, in genere, non mette piede in queste sale. E infatti c’era qualcosa di quasi comico nel vedere persone vagare spaesate tra corridoi, scale mobili e insegne luminose, alla ricerca prima del cinema, poi della sala, infine del proprio posto.

Dall’altra parte, il pubblico tipico del mall con il popcorn in mano, rimasto sospeso tra le dita dopo i primi venti minuti di film. Il cinema di Mungiu ha imposto il suo silenzio.

Fjord è un film che scorre con naturalezza, accompagnato da immagini mozzafiato della Norvegia rurale: un inverno grigio, nuvoloso, attraversato dalla neve, eppure di una bellezza quasi ipnotica.

Il dramma, ormai, è forse noto. La famiglia Gheorghiu è composta da Lisbet, norvegese, interpretata da Renate Reinsve, e Mihai Gheorghiu, interpretato da Sebastian Stan. I due hanno cinque figli e, dopo anni trascorsi a Bucarest, decidono di trasferirsi nel paese natale di Lisbet, nella Norvegia occidentale.

Ma il loro arrivo non passa inosservato. I valori cristiani della coppia, vissuti in modo rigoroso, attirano presto l’attenzione e le critiche della comunità locale. I bambini vanno in chiesa ogni domenica, studiano la Bibbia ogni giorno, non possono usare YouTube, ballare o possedere uno smartphone. Una serie di circostanze sempre più complesse legate anche a possibili violenze fisiche finisce così per allarmare il personale scolastico, che decide di avvisare i servizi di protezione dell’infanzia.

A questo punto viene naturale chiedersi: da che parte sta il film? Difende la famiglia tradizionale o critica il sistema norvegese, simbolo di un paese civile, ordinato, forse fin troppo sicuro delle proprie regole. La sofferenza della famiglia romena pesa molto, soprattutto sul piano emotivo. La separazione dai figli, incluso un neonato, è raccontata con una forza che non può lasciare indifferenti. Eppure sarebbe riduttivo leggere il film solo come una denuncia contro il sistema. È impossibile non cogliere anche l’ironia, e forse la critica, verso alcuni aspetti di una famiglia profondamente religiosa, che porta all’estremo il proprio modello educativo e il proprio modo di crescere i figli.

Non sono, o forse dovrei dire non ero, un’amante di Mungiu e dei suoi film. Li ho sempre trovati pesanti, a volte troppo lunghi. Per un certo periodo l’ho persino sospettato di elitismo e arroganza, con quella sua “r” pronunciata in un francese quasi perfetto. Eppure, con Fjord, qualcosa è cambiato.

Fjord non offre risposte facili. Al contrario, apre domande. Mi sono chiesta che cos’è davvero la libertà, se siamo liberi di cambiare sesso ma non di portare il nome di Gesù Cristo ovunque e come vogliamo? E se dei bambini crescono senza telefono, senza YouTube e senza musica moderna, saranno davvero inadatti alla società, oppure forse più sani? Come si possono mediare le differenze culturali e religiose dentro un sistema civile, guidato da principi molto fermi e non sempre negoziabili? Forse tutto andrebbe contestualizzato meglio. Forse, alla fine, vale quel vecchio principio: paese che vai, regole che trovi. E allora è meglio restare a casa propria, se non si riesce ad adattarsi alle regole di una società diversa? Ma adattarsi e integrarsi sono davvero concetti così semplici, così puliti, così universalmente validi? Da che cosa stiamo proteggendo i bambini? Dalla violenza, certo. Ma non traumatizziamo forse i nostri figli anche con le parole, con la nostra assenza, con il nostro silenzio? E lì, in quel territorio più sottile e meno visibile, come interviene la protezione dell’infanzia? E la lista delle domande potrebbe continuare a lungo.

«Ma io non ho capito niente di questo film», discuteva una coppia uscendo dal cinema. «Che cosa vuole farci capire, alla fine? ha chiesto lei «Boh, non lo so. Però una cosa l’ho capita, disse lui: la protezione dell’infanzia, qui da noi, in Romania, non fa proprio niente». E questo è vero. Fjord è un film che ti fa capire quello che ti manca di capire. Va visto con la testa ed il cuore aperto, liberati dai propri pregiudizi.

Il suo compito non è quello di proporre soluzioni. Non è consegnare al mondo un unico messaggio, semplice e definitivo. Il film incarna una situazione reale, ripetibile e ce la mette davanti agli occhi per costringerci a pensare. Come detto anche l’attore protagonista, Sebastian Stan, durante la conferenza stampa: “Art doesn’t have to solve a problem, it has to embody it” (L’arte non deve risolvere un problema, deve incarnarlo).

Tornando a casa, per un momento, avrei preferito al rumore delle macchine, alla musica troppo dance, ai rider di Uber Eats e Bolt che corrono per consegnare cibo, un canto biblico. Avrei preferito vedere persone uscire dalla chiesa, salutarsi, scambiarsi la pace. Un pensiero esagerato, mi sono detta subito dopo. Ma l’equilibrio, in tutto questo, dov’è? Dove lo troviamo ancora? Che cosa ne facciamo di questo mondo affollato, rumoroso, in cui vivere insieme diventa ogni giorno sempre più complicato?

Tag: Cinema