Serbia, lobbying e politica

Le leadership di Belgrado spende sempre più soldi per pagare i lobbisti legati a Trump, sperando di migliorare così la reputazione della Serbia agli occhi del presidente americano. Ma quali sono gli effetti reali di questa strategia?

01/07/2026, Ana Ćurić
© hxdbzxy/Shutterstock

Persone in una sala

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(Originariamente pubblicato da BIRN)

Secondo le rivelazioni di BIRN, la Serbia ha speso 3,2 milioni di dollari in attività di lobbying a Washington dal luglio 2023. Quasi la metà di questi soldi è stata spesa nei dodici mesi successivi al ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.

Attualmente Belgrado sta pagando tre società di lobbying statunitensi, due delle quali gestite dagli ex consiglieri di Trump: Valcour di Matt Mowers, consigliere della Casa Bianca presso il Dipartimento di Stato americano durante la prima presidenza di Trump, e BGR Governmental Affairs, guidata da David Urban, consigliere di Trump durante la campagna elettorale per le presidenziali del 2016.

Stando ai dati pubblicati dall’organizzazione statunitense Open Secrets, BGR Governmental Affairs è una delle quattro società di lobbying che hanno registrato i maggiori aumenti di fatturato dall’inizio del secondo mandato di Trump, con un incremento del 59% tra il 2024 e il 2025, raggiungendo i 71,5 milioni di dollari.

Il governo di Belgrado ha ingaggiato l’azienda Valcour l’anno scorso, specificamente per promuovere l’EXPO 2027, la grande fiera commerciale che si terrà a Belgrado.

Dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, la Serbia ha cambiato la strategia: anziché fare lobbying presso le organizzazioni come Freedom House e nei principali media statunitensi, ora si cerca un contatto più diretto con i funzionari dell’amministrazione statunitense e con i media di destra.

Dimitrije Milić, direttore di programma del think tank Novi treći put [La nuova terza via] e CEO della società di consulenza strategica Lidington Research con sede a Belgrado, sottolinea che il lobbying da solo non basterà a migliorare la reputazione della Serbia agli occhi degli Stati Uniti.

“La Serbia, per via dell’eredità degli anni Novanta, deve affrontare la sfida della mancanza di fiducia da parte dell’establishment americano. L’attività di lobbying non è sufficiente a conquistare la fiducia dei decisori politici e dei gruppi influenti negli Stati Uniti”, precisa Milić.

Promuovere l’EXPO 2027

Nel luglio 2023, durante la presidenza di Joe Biden, la Serbia ha firmato due accordi di lobbying con le società KARV Communications e BGR Governmental Affairs.

Milić spiega che questa strategia “proattiva” è giunta in un momento di forte polarizzazione geopolitica a seguito dell’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia che ha creato “un contesto internazionale particolarmente sfavorevole alla politica estera di neutralità della Serbia”.

I documenti del ministero della Giustizia statunitense dimostrano che KARV ha ricevuto circa 1,6 milioni di dollari e BGR Governmental Affairs 1,4 milioni di dollari dalla leadership di Belgrado.

Stando agli estratti conti, le due società di lobbying hanno ricevuto 1,1 milioni di dollari solo nei primi nove mesi del 2025.

Nel tentativo di promuovere l’EXPO 2027, la Serbia ha ingaggiato anche Valcour lo scorso anno per 195.000 dollari.

Il presidente serbo Aleksandar Vučić e il principale partito di governo (il Partito progressista serbo, SNS), hanno investito molto capitale politico per garantire il successo dell’EXPO. A metà del 2025, il governo di Belgrado ha firmato un accordo con quattro aziende di marketing serbe per un valore complessivo di 15,5 milioni di euro.

In molti però hanno criticato la leadership serba per aver aggirato le procedure di appalto e per aver modificato le leggi pur di agevolare la realizzazione del progetto EXPO.

Dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca nel gennaio 2025, gli Stati Uniti hanno imposto dazi del 35% sulle importazioni dalla Serbia e sanzioni alla compagnia petrolifera serba NIS, posseduta al 45% dalla compagnia statale russa Gazprom Neft.

Queste misure hanno infranto ogni speranza di Belgrado di poter trarre vantaggio dall’approccio pragmatico di Trump alle relazioni internazionali.

La Serbia sperava – come sottolinea Milić – che le relazioni con gli Stati Uniti potessero migliorare durante la presidenza di Trump e che la disponibilità del presidente statunitense a dialogare con Vladimir Putin potesse portare ad un disgelo tra le due potenze mondiali, riducendo così la pressione sulla Serbia affinché scegliesse tra Est e Ovest. “Questa speranza però si è rivelata vana”, afferma Milić.

“La Serbia nega…”

Nel frattempo, la Serbia si è assicurata il sostegno di Matt Mowers, definito sul sito web dell’azienda Valcour come uno dei “migliori raccoglitori di fondi” per il comitato inaugurale Trump-Vance.

Per quanto riguarda KARV Communications e BGR Governmental Affairs, secondo i rapporti presentati alle autorità statunitensi, nel 2025 entrambe le società hanno organizzato incontri tra funzionari serbi e statunitensi, inviando materiale stampa ai media e cercando di organizzare interviste per i funzionari serbi.

Nel 2023, durante la presidenza Biden, KARV Communications ha provato ad organizzare un incontro tra il governo serbo e Freedom House, organizzazione internazionale per la tutela della democrazia. Non è però chiaro se l’incontro abbia mai avuto luogo.

Nel marzo 2023, nel suo influente rapporto “Freedom in the World”, Freedom House ha sottolineato che l’SNS ha “progressivamente eroso i diritti politici e le libertà civili, esercitando pressioni sui media indipendenti, sull’opposizione politica e sulle organizzazioni della società civile”. Come già riportato da BIRN, anche nel 2020 alcuni lobbisti ingaggiati dalla Camera di Commercio serba avevano tentato di fare pressioni su Freedom House.

Freedom House non ha voluto rispondere alle domande di BIRN. Anche Marko Đurić, ministro degli Esteri serbo, già ambasciatore a Washington, ha rifiutato di commentare la vicenda.

Nel 2024, i lobbisti hanno riferito di aver contattato funzionari statunitensi, distribuendo inviti a eventi presso le ambasciate e comunicati stampa che promuovevano la posizione di Belgrado sulla risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, adottata nel maggio dello stesso anno, che dichiarava l’11 luglio Giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica del 1995, quando le forze serbo-bosniache uccisero circa ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi.

Nel 2025, dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, i lobbisti hanno iniziato a contattare testate giornalistiche più conservatrici e di destra, come Breitbart.

Secondo quanto riportato da BGR Government Affairs, le autorità serbe avrebbero inviato comunicati stampa ai media statunitensi in cui negavano di aver utilizzato un’arma sonica contro manifestanti pacifici il 15 marzo 2025, nel contesto dell’ondata di indignazione popolare per la morte di sedici persone a seguito del crollo della tettoia esterna della stazione ferroviaria di Novi Sad nel novembre 2024.

Un’email con oggetto “La Serbia respinge le accuse di utilizzo illegale di armi soniche contro i manifestanti” è stata inviata a diciannove giornalisti di diverse testate, tra cui i giornali Washington Post e New York Times, ma anche Reuters, Politico e ABC News.

I rappresentanti di KARV, BGR Government Affairs e Valcour non hanno risposto alle richieste di commento.

Il lobbying non è una bacchetta magica

Nonostante l’apparente trasparenza del lavoro svolto dai lobbisti statunitensi, gran parte di queste attività è documentata dai rapporti scritti dagli stessi lobbisti, che quindi rischiano di offrire un’immagine parziale.

“Anche quando le dichiarazioni sono tecnicamente conformi, potrebbero non fornire al pubblico un quadro aggiornato e completo delle attività dei governi stranieri volte ad influenzare la politica statunitense”, spiega Scott Greytak, vicedirettore di Transparency International USA.

“Il problema qui è di natura sistemica: le attività spesso vengono a galla solo dopo che l’influenza si è già manifestata. […] Quando governi stranieri spendono milioni di dollari per influenzare la politica statunitense, il pubblico ha il diritto di sapere chi si cela dietro a queste attività e quali sono gli obiettivi”.

In un’intervista rilasciata a BIRN, Greytak precisa che i governi stranieri hanno l’opportunità di presentare le proprie opinioni al Congresso degli Stati Uniti anche attraverso audizioni, briefing e incontri con i legislatori e il loro staff.

“Quando il lobbying si fa apertamente e nel rispetto della legge, rientra nella normale attività internazionale”, afferma Greytak. “Il problema sorge quando si utilizzano società di lobbying o intermediari in modo da oscurare il ruolo del governo straniero o eludere la responsabilità diplomatica. È in questi casi che la trasparenza viene meno e le garanzie democratiche iniziano a indebolirsi”.

Mladen Lisanin, ricercatore dell’Istituto di politica ed economia internazionale di Belgrado, spiega che il lobbying è solo uno dei tanti strumenti diplomatici a disposizione dei governi.

“È importante – sottolinea Lisanin – che le attività di lobbying si aggiungano ai tradizionali canali di comunicazione diplomatica per evitare che la politica estera venga completamente spostata in una sfera informale di relazioni personali”.

“L’opinione pubblica serba, come anche molti funzionari statali, nutrono spesso due idee estreme sull’attività di lobbying. Se alcuni percepiscono il lobbying come una bacchetta magica, capace di risolvere tutti i problemi della politica estera, c’è chi lo considera un’azione del tutto inutile e uno spreco di denaro”.

Per Lisanin entrambe le idee sono fuorvianti.

“L’attività di lobbying può essere molto utile, ma solo se utilizzata come uno degli strumenti all’interno di una strategia di politica estera attentamente elaborata e condotta da individui competenti”, conclude il ricercatore.

Questo articolo è stato tradotto e ripubblicato nell’ambito di  MOST – Media Organisations for Stronger Transnational Journalism, un’iniziativa che sostiene media indipendenti specializzati nella copertura delle tematiche internazionali, co-finanziata dall’Unione europea. Tuttavia, le opinioni espresse sono esclusivamente quelle degli autori e non riflettono necessariamente quelle dell'Unione Europea. Né l'Unione Europea né l'ente finanziatore possono essere ritenuti responsabili per esse.