La Pasqua in Albania, tra fede e memoria

Dalle veglie a lume di candela al silenzio degli anni del comunismo, le comunità cattoliche e ortodosse celebrano la Pasqua in Albania come un evento sia religioso che culturale, plasmato da convivenza interreligiosa e memoria storica

14/04/2026, Arbjona Çibuku Berat
La chiesa ortodossa e la moschea nel centro di Berat. Foto di Arbjona Çibuku

La chiesa ortodossa e la moschea nel centro di Berat

La chiesa ortodossa e la moschea nel centro di Berat. Foto di Arbjona Çibuku

In Albania, la Pasqua viene celebrata dalle comunità cattolica e ortodossa, che rappresentano una parte significativa, sebbene non maggioritaria, della popolazione. I cattolici risiedono nel nord del paese, mentre i cristiani ortodossi si trovano prevalentemente nel centro-sud.

Secondo gli ultimi dati del censimento, circa l’8,38% degli albanesi si dichiara cattolico e il 7,22% ortodosso, mentre il resto appartiene ad altre fedi o non dichiara alcuna affiliazione religiosa. Queste cifre dimostrano che, sebbene queste comunità siano numericamente esigue, le loro tradizioni hanno un impatto culturale e pubblico visibile sulla vita sociale del Paese.

Entrambe le celebrazioni pasquali sono festività ufficiali e ricevono la stessa attenzione da parte delle istituzioni e dei media. In entrambe le tradizioni, il momento centrale è la messa di mezzanotte, durante la quale viene proclamata la risurrezione di Cristo. Nel corso di questa cerimonia, i fedeli accendono delle candele e ricevono la fiamma dall’altare, portandola a casa come simbolo della luce della risurrezione. Secondo la tradizione, questa fiamma rappresenta la “tomba del Cristo risorto” e viene conservata come segno di benedizione.

Il rituale della luce è legato al simbolismo del passaggio dall’oscurità alla luce, che esprime l’idea della rinascita spirituale. A mezzanotte, i fedeli si salutano con il tradizionale scambio “Cristo è risorto!”, seguito da “È risorto davvero!”. Le chiese si riempiono di famiglie, di bambini che reggono candele protette da parasole di carta e di anziani che ricordano quando tali gesti potevano essere compiuti solo in segreto.

La sera del 4 aprile scorso, i fedeli cattolici hanno dato il via alle celebrazioni con messe celebrate nelle cattedrali di tutto il Paese. A Tirana, la Veglia pasquale è stata presieduta nella Cattedrale di San Paolo dall’arcivescovo Arjan Dodaj, che ha augurato ai fedeli un rinnovamento spirituale e il trionfo della speranza. La veglia simboleggia il passaggio dalle tenebre alla luce, portando messaggi di pace, fede e riconciliazione.

Dopo i quaranta giorni di Quaresima, le famiglie cattoliche preparano tavole imbandite con carne, latticini e piatti tradizionali, che spesso vengono benedetti il giorno prima in chiesa. I fedeli ortodossi seguono rituali simili, partecipando alle liturgie e riunendosi per i pranzi in famiglia la mattina seguente. In tutta l’Albania, le chiese di città come Lezha, Scutari, Kruja e Vau i Dejës si riempiono di fedeli con le candele in mano, mentre le campane annunciano la risurrezione.

Uno degli elementi più riconoscibili della Pasqua in Albania è l’uovo tinto di rosso. Simboleggia la vita che sboccia dal guscio, mentre il colore rosso rappresenta il sacrificio di Cristo e la vittoria della vita sulla morte. La tradizione prevede anche il pane pasquale, spesso decorato con un uovo rosso al centro, e l’agnello, che simboleggia Cristo come vittima sacrificale. Le candele disposte sulla tavola rappresentano la fede e la resurrezione. Questi elementi sono comuni sia alla tradizione cattolica che a quella ortodossa, creando un linguaggio simbolico condiviso.

Una caratteristica distintiva dell’Albania è che la Pasqua viene spesso celebrata anche al di fuori delle comunità cristiane. Famiglie di fedi diverse si scambiano auguri e si fanno visita, a testimonianza della lunga tradizione di convivenza interreligiosa del Paese. Questa armonia, spesso sottolineata dagli osservatori stranieri, fa parte dell’identità sociale dell’Albania, dove le festività religiose diventano occasioni di partecipazione condivisa piuttosto che di divisione.

Uova di Pasqua colorate © Didebashvili.GEO/Shutterstock

Uova di Pasqua colorate © Didebashvili.GEO/Shutterstock

La Pasqua sotto il comunismo: una celebrazione nella paura

La storia della Pasqua in Albania non può essere compresa senza considerare il periodo del comunismo, quando la religione era ufficialmente vietata e qualsiasi pratica religiosa era considerata illegale. Nel 1967, il regime comunista lanciò una delle campagne antireligiose più radicali d’Europa.

Nel giro di pochi mesi, centinaia di chiese, moschee e istituzioni religiose furono chiuse o distrutte, e l’Albania fu dichiarata il “primo Stato ateo al mondo”. Le manifestazioni pubbliche di fede erano proibite, e persino i rituali privati potevano comportare conseguenze che andavano da ammonimenti amministrativi a severe punizioni.

In questo clima, la Pasqua scomparve dallo spazio pubblico. Non si celebravano messe, le campane delle chiese tacevano e le celebrazioni si spostarono nelle case private, dove venivano vissute in silenzio e discretamente. Tuttavia, molte famiglie continuarono a mantenere le tradizioni in forma ridotta.

Dedë Gjonpalaj, 80 anni, di Peraj nella regione di Tropoja, ricorda che la Pasqua non veniva più celebrata apertamente, ma si era ridotta a gesti simbolici.

 “Era più che altro un modo di osservarla. Non festeggiavamo con la carne, perché non ne avevamo. Preparavamo il fli [piatto tipico albanese, ndr] o, a volte, il pollo. Festeggiavamo in segreto e coloravamo le uova. Non era una vera e propria festa. Ci auguravamo “buona Pasqua”, ma non ci facevamo visita perché, se lo avessero scoperto, sarebbe diventato un problema”, racconta.

Il timore delle ispezioni era fondato. Le strutture locali del partito e gli informatori sorvegliavano le comunità, e qualsiasi segno di celebrazione religiosa poteva essere interpretato come opposizione al regime.

“Effettuavano dei controlli. Gli informatori si presentavano con altre scuse per vedere se stavamo festeggiando. A volte il funzionario del partito chiudeva un occhio, altre volte invece creava problemi. Se ti beccavano, c’erano delle conseguenze”, aggiunge Gjonpalaj.

Le visite, parte fondamentale delle tradizioni pasquali, venivano spesso evitate. Le celebrazioni erano limitate ai familiari più stretti e consistevano solitamente in un pasto modesto. Zojë Gjonpalaj, 71 anni, nata a Palç, ricorda che prima della collettivizzazione le famiglie andavano in chiesa apertamente. Dopo gli anni ‘60, tutto è cambiato.

“Prima delle cooperative e del divieto di praticare la religione, andavamo in chiesa e festeggiavamo come si deve. In seguito non fu più permesso; le chiese e le moschee furono distrutte e festeggiavamo di nascosto”, racconta.

Anche i rituali tradizionali venivano improvvisati.

“Preparavamo una cena con fli, tacchino e uova. Non potevamo tingerle di rosso, così usavamo le bucce di cipolla per dargli un po’ di colore”, ricorda.

Per i fedeli ortodossi la situazione era simile. Drita, 78 anni, nata a Lushnja e ora residente a Berat, ricorda di aver festeggiato in modo discreto.

“Quando ero giovane festeggiavamo e andavamo in chiesa… ma quando Enver mise al bando la religione, lo facevamo di nascosto: coloravamo le uova, arrostivamo la carne e bevevamo vino rosso, quando ne avevamo”.

Ricorda anche un episodio significativo:

“Mio marito era riuscito a procurarsi un agnellino… lo nascondemmo in una cassapanca per Pasqua. Arrivò un informatore… l’agnellino fece rumore e ce lo portarono via. Ci lasciarono senza poter festeggiare e senza carne per i bambini”.

Senza le chiese, il simbolismo si riduceva a piccoli gesti.

“Accendevamo una candela, ci auguravamo “buona Pasqua”, solo come gesto simbolico”, racconta.

Queste testimonianze dimostrano che durante il comunismo la Pasqua non scomparve del tutto, ma si trasformò in una silenziosa tradizione familiare. Accendere una candela, colorare le uova e condividere un pasto modesto divennero atti di resistenza culturale e spirituale. Dopo la caduta del regime all’inizio degli anni ‘90, ripresero le celebrazioni pubbliche, le chiese furono ricostruite e la Pasqua tornò a essere un simbolo tangibile della libertà religiosa in Albania.

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