Cinque anni fa moriva Jovan Divjak

È noto soprattutto come “il generale serbo che difese Sarajevo”, ma Jovan Divjak (1937-2021) fu molto di più. Scrittore, costruttore di pace e uomo impegnato per l’educazione dei bambini, Divjak fu anche un ponte tra Italia e Bosnia Erzegovina. Lo ricordiamo con le parole di giornalisti, storici e scrittori che lo hanno conosciuto

08/04/2026, Redazione
Jovan Divjak a Malga Cimana (Rovereto) il 27 aprile 2019. © Foto: Roberta Biagiarelli

Jovan Divjak a Malga Cimana (Rovereto) il 27 aprile 2019. © Foto: Roberta Biagiarelli

Jovan Divjak a Malga Cimana (Rovereto) il 27 aprile 2019. © Foto: Roberta Biagiarelli

“Divjak avrebbe potuto scegliere di stare dalla parte dei ‘suoi’, cioè dei serbi, e starsene ‘tranquillo’, come avevano fatto tanti, lasciare Sarajevo e sparare dalle montagne sovrastanti verso la città assediata. Ma ha preferito rimanere a Sarajevo, difendere la città e i suoi abitanti perché, come diceva a quelli che gli chiedevano di spiegare la sua scelta, ‘era mio dovere, morale e personale. Noi siamo chi scegliamo di essere e l’identità non è immutabile. La mia scelta è stata la Bosnia Erzegovina’.” Così scriveva, nell’aprile del 2021, Azra Nuhefendić, in un articolo apparso su OBCT all’indomani della morte di Jovan Divjak.

“Čika Jovo” (lo zio Jovo), come era chiamato affettuosamente, moriva a Sarajevo non da miliare, la carriera che aveva seguito fino agli Novanta, ma da umanitario, da “generale dei bambini”, un altro degli appellativi che gli erano rivolti. Nel 1994 aveva infatti fondato l’associazione “L’istruzione costruisce la Bosnia Erzegovina” con la quale aveva sostenuto, con borse di studio, più di settemila bambini e ragazzi orfani di guerra, giovani volenterosi ma senza disponibilità economiche.

Una carriera militare

Prima di occuparsi di educazione e bambini, Jovan Divjak era stato un militare, più per necessità che per scelta. Di origine serba, era nato a Belgrado nel 1937 e, orfano di padre, era cresciuto con la madre e la zia. “Era stato costretto a scegliere una strada sicura: l’accademia militare. Non era il suo mondo, questo era chiaro”, scriveva sempre nell’aprile del 2021 lo storico Eric Gobetti, in un articolo pubblicato da OBCT. Divjak, che avrebbe voluto diventare un educatore, aveva dunque finito per fare carriera nell’esercito jugoslavo JNA (Armata Popolare Jugoslava).

“Soldato modello, aveva studiato all’accademia di guerra di Parigi, dove aveva conosciuto Adriana, il suo grande amore italiano. ‘Se mi avesse chiamato, nel ’92, non avrei combattuto per Sarajevo, avrei scelto l’amore’, ricordava sorridendo. Ma era stato il suo paese a scegliere lui, tanti anni prima, quando l’aveva richiamato in patria e poi spedito in Bosnia. Comandante della Difesa Territoriale, quasi una carica simbolica, un posto che non gli prospettava avanzamenti di carriera, ma dove la guerra non avrebbe dovuto farla di sicuro. Almeno così pensavano tutti, nella Jugoslavia degli anni Ottanta”, proseguiva Gobetti.

La difesa di Sarajevo

Allo scoppio della guerra in Bosnia Erzegovina, Jovan Divjak si trovava dunque a Sarajevo, dove decise di lasciare la JNA per diventare il vice Capo di Stato Maggiore del Comando Supremo delle forze bosniache, una carica altisonante ma che in realtà consisteva nell’organizzare la difficile resistenza dei sarajevesi. “In scarpe da ginnastica, e con un fucile per cinque persone”, come racconta Azra Nuhefendić.

Sarajevo 1995, Jovan Divjak nel suo ufficio (foto di © Mario Boccia)

Sarajevo 1995, Jovan Divjak nel suo ufficio © Foto di Mario Boccia

Divjak “agiva in un modo tutto suo. Invece di stare chinato sopra una mappa militare e progettare le offensive, Divjak in persona correva sulla linea del fronte di Sarajevo nei lunghi 44 mesi di assedio”, prosegue Nuhefendić, “Dove c’era un pericolo c’era anche lui, percorreva le trincee, incoraggiava i soldati, tranquillizzava i feriti, abbracciava i genitori che avevano perso i loro figli, utilizzava la sua posizione e i contatti con i visitatori stranieri per procurarsi le medicine che mancavano nella città assediata, protestava perché i paramilitari bosniaci maltrattavano i cittadini serbo-bosniaci, solo per la loro nazionalità”.

Quando spiegava ai visitatori stranieri la sua scelta e cosa si stava difendendo in Bosnia e a Sarajevo, Divjak rispondeva così: “Eravamo una forza multietnica, il nostro comandante era bosniaco, poi c’ero io, serbo, come vicecomandante e un altro vicecomandante croato. Sentivo che avevo l’obbligo morale di stare con coloro che erano in pericolo”.

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L’attività umanitaria e l’arresto a Vienna

A guerra finita Jovan Divjak era un eroe e un traditore, a seconda degli interlocutori. Amato dai bosniaci e odiato dai serbi, Divjak lasciò l’esercito e divenne “lo zio Jovo”, un umanitario, un “generale dei bambini”. Nel 1994 aveva fondato l’associazione “Obrazovanje gradi BiH ” (L’istruzione costruisce la Bosnia Erzegovina) di cui sarebbe stato il direttore esecutivo per più di vent’anni.

“La sede dell’associazione è una casetta sulla Dobojska vicino al confine tra Sarajevo e la Republika Srpska”, scriveva nel 2013 Andrea Oskari Rossini in un’intervista a Divjak pubblicata su OBCT, “Questo, da anni, è il quartier generale di Jovan Divjak”. Lavorava per fornire borse di studio a bambini e ragazzi che non abbiano risorse sufficienti per poter continuare gli studi, con un’attenzione particolare rivolta ai giovani rom.

Muhammed a 3 anni con Jovan Divjak

Muhammed a 3 anni con Jovan Divjak

“Il simbolo dell’associazione è Muhammed, ormai un ragazzo di 18 anni”, prosegue Andrea Oskari Rossini, “Durante la guerra, il 10 giugno 1992, una granata uccise i suoi due fratelli e la cugina. A Divjak era toccato il compito di portare le condoglianze alla madre, Halida. Dopo tre anni la donna bussò al suo ufficio, chiedendogli di essere il padrino del bimbo che sarebbe nato di lì a breve.

Ma malgrado il passaggio all’attività umanitaria, il passato da generale continuava inevitabilmente a seguirlo. In particolare, era accusato da Belgrado di essere responsabile di un attacco all’esercito jugoslavo durante uno scambio di prigionieri il 2 maggio 1992, i cosiddetti fatti della Dobrovoljačka ulica. Un’accusa poi rivelatasi infondata (le immagini d’epoca mostrano come il generale gridasse tra l’altro “non sparate!” ai suoi soldati).

Nel marzo del 2011, tuttavia, Divjak veniva arrestato a Vienna sulla base di queste accuse. Fu fermato all’aeroporto della capitale austriaca mentre viaggiava per l’Italia. Ci furono reazioni sconcertate sia in Bosnia Erzegovina che in Italia, alcune raccolte in questo articolo di Andrea Oskari Rossini. Si tennero delle manifestazioni a Vienna e a Sarajevo e fu lanciata una petizione internazionale. Poi, dopo pochi giorni, Divjak fu rilasciato su cauzione. La giustizia internazionale avrebbe poi provato più volte l’infondatezza delle accuse contro il generale.

La morte a Sarajevo e il ricordo

In una giornata di aprile del 2021, le note di Bella ciao sono suonate al cimitero storico di Bare a Sarajevo. “Jovan si è scritto la sceneggiatura finale e il commiato da leggere. Generale anche dopo morto”, ha scritto il giornalista e fotografo Mario Boccia in un articolo apparso su Il Manifesto e ripubblicato da OBCT, “Nessuna autorità ha aperto bocca, e la colonna sonora dell’uscita di scena è stata un’affermazione d’identità e uno schiaffo all’establishment: “Bella Ciao!”, cantata in italiano da Damir Imamović, obiettore di coscienza e figlio di Zaim, uno degli storici cantanti di sevdalinke bosniaci”.

Sulle pagine di OBCT, decine di intellettuali, lettori o persone lasciarono un loro commento nell’aprile del 2021 a ricordo di Jovan Divjak, generale e gentiluomo. Li abbiamo raccolti in questa pagina e sono ancora consultabili. Qui invece trovate una galleria fotografica e una poesia che gli dedicò il poeta Izet Sarajlić.

 

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