Valery Poshtarov: se una foto è tenersi per mano

Un padre, un figlio e un gesto tanto semplice quanto profondo e rivelatore: tenersi per mano. Col suo ultimo progetto, il fotografo bulgaro Valery Poshtarov esplora temi complessi come paternità, identità, mascolinità, con un tocco insieme delicato e penetrante. Nostra intervista

23/12/2025, Francesco Martino Sofia
Padre e figlio © Valery Poshtarov

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Padre e figlio © Valery Poshtarov

Come è nato il tuo progetto “Padre e Figlio“?

Come padre di due ragazzi in crescita, mi sono reso conto dell’estrema rapidità con cui sarebbe arrivato il giorno in cui non avrebbero più avuto bisogno che tenessi loro la mano. Quel gesto semplice e quotidiano è improvvisamente diventato fragile e precario. All’inizio mi sono semplicemente proposto di fotografare mio nonno novantacinquenne e mio padre che si tenevano per mano. Quello che era iniziato come un intimo ritratto di famiglia si è lentamente trasformato in un processo di ricerca più ampio. Ho iniziato a invitare altri padri e i loro figli adulti a stare fianco a fianco e a tenersi per mano davanti alla macchina fotografica.

Qual è l’idea centrale alla base di questa tua ricerca fotografica?

Il progetto ha affrontato non solo il tema della paternità e della connessione umana, ma anche la singolarità dell’identità plasmata dalla famiglia, dalla religione, dalle usanze e dalle norme di genere. In queste interazioni, vediamo emergere identità individuali all’interno di narrazioni familiari condivise, a dimostrazione di quanto i nostri percorsi di vita siano profondamente personali e culturalmente influenzati dalla tradizione. In definitiva, il progetto non riguarda solo le fotografie, ma anche ciò che accade prima e durante l’esposizione: l’esitazione, la resistenza, l’emozione improvvisa quando, in un mondo che si sta già allontanando, padri e figli si tengono per mano per la prima volta dopo anni, a volte decenni. Le immagini sono solo una traccia di quell’incontro.

Con il tuo progetto, tocchi un argomento intimo e quasi tabù in molte società: il contatto fisico tra padri e figli. Quali reazioni ed emozioni hai osservato negli occhi dei padri e dei figli coinvolti?

Per alcune culture e partecipanti, tenersi per mano è del tutto naturale, e persone da tutto il mondo mi scrivono chiedendomi se posso scattare un ritratto con i loro padri. Per altri, invece, è un’esperienza off-limits e diventa una sfida che va oltre la loro zona di comfort, soprattutto dove la mascolinità è legata alla soppressione delle emozioni e alla distanza fisica tra gli uomini. In questo senso, i ritratti sono pieni di piccole esitazioni e tensioni visibili, ma anche di momenti di evidente tenerezza: le immagini evocano emozioni a lungo represse, affrontando al contempo aspettative sociali profondamente radicate con un semplice gesto.

Hai incontrato resistenza? Più da parte dei padri o dei figli?

Non saprei dire con certezza se la resistenza provenga più dai padri o dai figli, perché ogni rapporto è diverso e cerco di evitare tali generalizzazioni. Ciò che noto, soprattutto lavorando in paesi diversi, è che la resistenza è spesso meno legata al legame individuale padre-figlio e più al divario culturale tra le generazioni. Nelle società che hanno subito drammatici cambiamenti sociali e politici negli ultimi decenni, le differenze tra le generazioni possono essere spaventosamente grandi. In questo contesto, riunirsi non è solo una questione di affetto familiare, ma anche un modo difficile e coraggioso per colmare queste lacune e superare le nostre differenze.

© Valery Poshtarov

© Valery Poshtarov

“Padre e Figlio” è un progetto che attraversa molti paesi diversi, dai Balcani all’Italia, dalla Georgia alla Turchia e, naturalmente, alla Bulgaria. Hai notato sostanziali differenze culturali nelle reazioni al tuo progetto?

Per me, portare “Father and Son” in nuovi paesi è di per sé un viaggio, una sorta di spedizione culturale e antropologica, il cui vero esito è racchiuso nei ritratti. Ecco perché presto così tanta attenzione allo sfondo: colloco sempre le persone nel loro spazio personale o lavorativo e invito il pubblico a esplorare tutti questi piccoli dettagli e a scoprire autonomamente le differenze culturali. Dopotutto, lo spettatore non è mai un osservatore passivo: è invitato a entrare nella scena, a confrontarsi, a riconoscersi e a riflettere sul proprio panorama culturale.

Cosa ci dice “Padre e Figlio” delle società in cui hai scattato i ritratti?

Il tema della paternità è universale quanto il tema sacro della maternità: ovunque ci siano persone nel mondo, ci sono padri. Ciò che mi ispira di più è la sensazione che tutti noi proveniamo da qualche parte in questo mondo in continua evoluzione, come se stessimo costruendo una cattedrale che richiede diverse generazioni per essere completata. Nessuno di noi inizia o finisce da solo: ereditiamo qualcosa dai nostri antenati e lo trasmettiamo alle generazioni future. Per me, il progetto è un promemoria che possiamo guardare ogni società da una prospettiva più ampia e intergenerazionale, non solo attraverso i suoi conflitti e le sue tensioni attuali.

Come cerchi e identifichi padri e figli disposti a tenersi per mano?

Di solito trovo padri e figli principalmente in due modi: per caso, incontrandoli in situazioni quotidiane, e attraverso i social media, dove le persone mi contattano perché hanno visto il progetto e vogliono partecipare.

Questi due approcci creano dinamiche molto diverse. Nel primo caso, spesso colgo le persone un po’ di sorpresa e le invito a tenersi per mano, mettendole in una situazione spontanea, a volte vulnerabile, che può far emergere emozioni molto forti e persino provocare forti reazioni. Nel secondo caso, quando si contattano o si accordano in anticipo, hanno più tempo per riflettere sulla loro relazione, quindi l’incontro spesso va oltre il semplice atto di essere fotografati. È questo che permette ad una connessione più profonda di emergere prima ancora di premere l’otturatore.

Dietro ogni tuo ritratto si nascondono storie umane. Ce n’è una che vorresti condividere con i lettori di OBCT?

Credo che il potere della fotografia risieda in una sorta di silenzioso anonimato: ogni spettatore può proiettare la propria storia familiare nelle immagini senza essere guidato da una narrazione ufficiale. Quindi sì, dietro ogni ritratto c’è una storia umana molto concreta, a volte bella, a volte dolorosa, ma sento che il mio ruolo è quello di proteggere queste storie piuttosto che pubblicarle.

Attualmente ti stai dedicando con grande passione ad un nuovo progetto: l’enciclopedia fotografica. Puoi raccontarci brevemente di cosa si tratta?

In realtà è stato molto difficile per me sviluppare la mia visione come fotografo, semplicemente perché non avevo un vero accesso ai grandi progetti della storia della fotografia. Ancora oggi, in un mondo che sembra “pienamente accessibile” online, gran parte del lavoro più importante è ancora disperso: nascosto in libri rari e fuori catalogo, o confinato in mostre temporanee. Spesso si vedono singole immagini sui social media, ma non una rappresentazione sufficientemente completa dell’opera in serie, né del suo contesto, né dell’intento che la sottende.

PhotoAnthology è nata da questa frustrazione. È un’enciclopedia online e una knowledge base dedicata all’arte e alla storia della fotografia, la cui missione è unificare questa narrazione frammentata. Documentiamo progetti fotografici significativi e li presentiamo con ricche informazioni contestuali, mettendo in primo piano le connessioni e le linee di discendenza tra i vari corpi di lavoro, in modo da poter finalmente esplorare la storia della fotografia come una mappa viva e interconnessa, piuttosto che come una raccolta di immagini isolate.

Una delle caratteristiche dell’antologia fotografica è la possibilità di confrontare il lavoro di un fotografo con quello di altri, trovando somiglianze e affinità. Con quali fotografi si confrontano i tuoi scatti?

Al momento, il mio lavoro non è ancora incluso in PhotoAnthology. Come responsabile di questa nuova istituzione, ritengo sia importante mantenere una certa distanza dai miei progetti personali. Una volta che la piattaforma sarà più matura (i nostri curatori provenienti da diversi paesi e le istituzioni partner ne definiranno pienamente la direzione), il mio lavoro potrebbe trovare un suo spazio anche lì. In un certo senso, è la stessa etica che seguo nella mia fotografia: le persone davanti all’obiettivo devono venire prima di tutto, non io.

Mi sembra che il tuo lavoro in generale abbia un carattere antologico, quasi enciclopedico, da quello sui monti Rodopi a “Padre e Figlio”. Ti identifichi con questa definizione?

Penso che sia un’osservazione molto acuta e devo ammettere che, in un certo senso, sto collezionando mondi. In questo senso, PhotoAnthology non è poi così diverso dai miei progetti a lungo termine: oltre a riunire semplicemente le immagini, ciò che conta di più per me è portare alla luce un significato.

La tua ricerca fotografica ha uno scopo consapevole? Descrivere? Provocare? Narrare?

La fotografia, attraverso il lavoro di molti occhi diversi, può assemblare un’immagine del mondo molto più diversificata, che riflette molteplici prospettive senza imporre una visione univoca come verità. Questo atteggiamento di inclusività e accettazione ci permette di continuare a guardare avanti e di abbracciare il mondo in tutta la sua complessità, per quanto ampia possa essere la nostra comprensione.