Ucraina: il 24 febbraio e la normalità della guerra
“Gli ucraini hanno imparato a vivere ‘dentro’ la guerra, non a fare pace con essa”. A quattro anni dall’inizio dell’invasione russa su larga scala dell’Ucraina, la nostra Claudia Bettiol riflette da Kyiv sui paradossi di chi racconta la guerra come nuova normalità

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Majdan Nezaležnosti © Claudia Bettiol
C’è una parola che torna spesso nei reportage dall’Ucraina, nei racconti dei giornalisti che soggiornano o attraversano Kyiv, nelle testimonianze dei civili di Charkiv, Zaporižžja, Sumy, Mykolaïv. Una parola che, pronunciata in quel contesto, suona come un ossimoro, quasi un affronto alla ragione: normale.
“Ormai è normale”: è una frase che risuona spesso. Normale il suono delle sirene antiaeree che spezza il sonno alle tre di notte. Normale controllare l’app per sapere se i missili e i droni si stanno avvicinando prima di decidere se scendere al rifugio o restarsene a letto. Normale andare a dormire notte dopo notte in metropolitana, portandosi appresso bambini e animali. Normale calcolare i chilowatt rimasti prima di ricaricare il telefono, perché i bombardamenti alle infrastrutture energetiche hanno reso l’elettricità un bene intermittente, quasi un lusso. Normale salutare qualcuno sapendo che potrebbe (ri)partire per il fronte entro pochi giorni.
Questa è la nuova “grammatica” della vita quotidiana in Ucraina, a quattro anni dall’invasione russa su larga scala del 24 febbraio 2022. Un vocabolario costruito mattone su mattone dall’abitudine, quell’adattamento straordinario che l’essere umano mette in atto quando non ha alternative.
La (mia) guerra in casa
I bambini frequentano le lezioni in bunker sotterranei o davanti a uno schermo quando le sirene rendono impossibile raggiungere la scuola. I ristoranti di Kyiv restano aperti, i caffè sono pieni, le persone si innamorano, si sposano, fanno progetti: ma tutto questo accade in una città che può essere colpita da un missile balistico nel giro di pochissimi minuti, senza alcun preavviso, e dove si programma tutto alla cieca.
Sarebbe un errore, però, scambiare questa resilienza per indifferenza, o peggio, per accettazione. C’è una differenza abissale tra adattarsi a qualcosa e considerare il tutto accettabile. Gli ucraini hanno imparato a vivere “dentro” la guerra, non a fare pace con essa. È una distinzione sottile ma fondamentale, che spesso sfugge all’osservatore esterno.
Il vero dramma non è che gli ucraini si siano abituati alla guerra, ma che lo facciamo noi, da lontano.
Perché la normalizzazione più insidiosa non avviene a Kyiv o a Odesa, avviene nelle cancellerie europee e nelle bolle intellettuali fuori dall’Ucraina. Avviene quando un bombardamento su un condominio di civili scende dalla prima pagina di un giornale al fondo di un notiziario, o quando le cifre dei morti diventano statistiche e non più persone.
O, ancora, quando il dibattito politico sull’Ucraina si sposta impercettibilmente dal “come aiutarla a vincere” al “come gestire una pace possibile”, dove la parola “pace” rischia di diventare un eufemismo per resa negoziata di un territorio altrui (e senza, peraltro, la partecipazione dei diretti interessati nelle trattative).
La guerra in Ucraina non è normale. Non lo è per definizione: è un atto di aggressione che viola il diritto internazionale, che ha già provocato centinaia di migliaia di morti tra militari e civili, che ha generato la più grande crisi di profughi in Europa dalla Seconda guerra mondiale, che ha raso al suolo città intere (ci ricordiamo ancora di Mariupol’? Bachmut?), riducendole a macerie abitate solo da fantasmi che non hanno nemmeno più una casa da infestare.
E non lo è moralmente: i crimini documentati di esecuzioni sommarie, deportazioni di minori, repressione nelle città occupate, torture tra i prigionieri di guerra, gridano vendetta davanti a qualsiasi tribunale della coscienza umana.
Eppure, il tempo, lentamente, fa quello che sa fare meglio: consuma. Non c’è quasi più indignazione o attenzione. Ed è precisamente su questo logoramento che chi ha scatenato la guerra ha costruito la propria strategia di lungo periodo: aspettare che l’Occidente si stanchi prima che l’Ucraina si arrenda.
La normalità ucraina di guerra non è un tributo alla forza di un popolo, o almeno, non può essere soltanto questo. È un atto d’accusa. Perché ogni mattina in cui una madre accompagna suo figlio in un rifugio antiaereo invece che a scuola, e ogni sera in cui una famiglia cucina alla luce di una candela, in una casa al gelo, perché le centrali elettriche sono state bombardate, sono dettagli di vita che non dovrebbero esistere.
Finché quel vicino che si crede una grande potenza, e che ha scelto deliberatamente di invadere militarmente e con violenza un paese libero e sovrano, non viene politicamente, militarmente e moralmente rimesso al proprio posto, nessuna normalità potrà essere davvero tale.
Ricordarlo è forse il minimo che possiamo fare, noi che abbiamo il privilegio di non doverci abituare a condizioni estreme.
Il 24 febbraio ritorna, puntuale e impossibile da ignorare, e ogni anno porta con sé una domanda scomoda: cosa abbiamo fatto nell’arco di questi dodici mesi? L’anniversario non è una commemorazione e per gli ucraini non è nemmeno un anniversario perché questa parola è troppo “civile”, troppo “ordinata”.
È solo una soglia che si riattraversa ogni anno sapendo che dall’altra parte c’è ancora la stessa guerra, gli stessi missili, lo stesso cielo da scrutare con apprensione. È una data che però ci chiede, con la brutalità dei numeri, quanti giorni sono passati e cosa è cambiato.
Poi, puntualmente, si torna alla normalità, ed è questo il paradosso più crudele: mentre per gli ucraini ogni giorno è il 24 febbraio, per noi il 24 febbraio è solo un giorno all’anno. Finché resterà così, finché sarà un appuntamento sul calendario invece che un promemoria permanente, avremo già scelto da che parte stare, senza nemmeno rendercene conto.
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