Ucraina: i giorni della settimana non si chiamano più come prima

Riprendiamo la testimonianza dal campo di un’operatrice umanitaria italiana che lavorava nell’est dell’Ucraina. ƈ ancora attualmente su territorio ucraino. Per motivi di sicurezza non riportiamo il suo nome

04/03/2022, N. P.

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Kyiv, Ucraina. Un palazzo residenziale colpito dall'esercito russo Ā© Drop of Light/Shutterstock

In Ucraina i giorni della settimana non si chiamano più ā€œlunedì’’ o ā€œvenerdĆ¬ā€™ā€. I giorni si chiamano ā€œprimoā€, ā€œsecondoā€, ā€œterzo giornoā€. Il ā€œprimo giornoā€ ĆØ giovedƬ 24 febbraio, quando la Russia ha invaso l’Ucraina. Oggi ĆØ il ā€œsettimo giornoā€, sette giorni che sembrano molti di più. La piazza principale di Charkiv ĆØ distrutta. Il sito della tragedia nazista di Babyn Yar a Kyiv ĆØ stato bombardato. Cherson occupata. Mariupol ĆØ circondata su due fronti, nessuno ha elettricitĆ  o riscaldamento da giorni. A ovest, Lviv accoglie migliaia di rifugiati che arrivano da tutto il paese dopo giorni di viaggio. Il paese intero si nasconde nei rifugi e organizza la resistenza. ƈ successo l’impensabile.

Solo otto giorni fa l’Ucraina era un paese diverso. Nelle ultime settimane a Kyiv c’erano un caldo e un sole inusuale per febbraio. I ristoranti erano proverbialmente pieni, le famiglie andavano a passeggio per i parchi e in giro per negozi, alcuni avevano ancora gli addobbi natalizi che stonavano con questa primavera anticipata. La concentrazione delle truppe lungo il confine a partire da dicembre scorso aveva a malapena attirato l’attenzione degli ucraini – del resto, l’escalation ĆØ un giochino che la Russia ripete ciclicamente dall’inizio del conflitto in Donbas, nel 2014. A una settimana dall’invasione, le decisioni delle ambasciate di invitare i propri cittadini ad abbandonare il paese avevano portato al massimo a una scrollata di spalle.

Le date dell’invasione annunciate dagli americani erano passate una dopo l’altra, con gli ucraini quasi divertiti dalle scommesse e dalla preoccupazione dell’Occidente per un’eventualitĆ  che sembrava impossibile. Che l’attacco da parte dei russi fosse una possibilitĆ , però, gli ucraini lo sapevano bene, perchĆ© la guerra con la Russia esisteva giĆ  da otto anni. Ed ĆØ forse proprio questa una delle ragioni dietro al fatalismo che, da Kiev e dal Donbas, aveva contraddistinto la reazione della gente comune. Per i moltissimi sfollati di queste regioni, la tensione con la Russia riapriva una ferita ancora fresca e un trauma impossibile da dimenticare – l’aver dovuto lasciare tutto, inclusi amici e parenti rimasti al di lĆ  della linea di contatto. Per quelli nati e cresciuti a Kiev e Leopoli, il conflitto era invece qualcosa di cosƬ lontano da non sembrare plausibile.

Lentamente, però, parlando con conoscenti, colleghi e amici, dal convinto ā€œvojna ne budetā€ (ā€œla guerra non ci sarĆ ā€) ripetuto quasi come una preghiera, si era passati al ā€œÅ”to-to budetā€ (ā€œqualcosa ci sarĆ ā€). Eppure, l’invasione ĆØ riuscita a cogliere tutti di sorpresa. Il 24 febbraio ci siamo svegliati con video orribili di attacchi su Kyiv, Charkiv, Dnipro, Odesa… video che non sembravano reali. Almeno finchĆ© non ne abbiamo viste le conseguenze: la gente in fuga verso ovest, le famiglie in cerca del rifugio più vicino, i bancomat che smettono di funzionare, le sirene che risuonano. E per molti il suono delle bombe, delle granate, degli spari. Alcuni sono scappati, altri sono stati reclutati nell’esercito, altri sono morti. E la stessa sorte toccherĆ  a molti di più.

Chi ĆØ fortunato ĆØ scappato, a ovest o in Polonia, Moldavia, Romania. Dopo giorni e giorni di viaggio pericoloso, in migliaia si sono messi in fila a piedi, in macchina, in autobus, verso l’Europa. Al confine, ho visto le famiglie separarsi: mogli e bambini attraverso il confine, i mariti obbligati a rimanere per servire nell’esercito. Molti lasciavano le macchine a metĆ  strada: la benzina era finita, cosƬ come per molti l’acqua o il cibo. Giorni di attesa al freddo, gente stremata dalla stanchezza, dalla fame, dalla tristezza di aver lasciato tutto e tutti indietro.

Chi non ĆØ fortunato ĆØ rimasto e in questo momento si trova in un rifugio antiaereo a Kyiv, Charkiv, Severodonetsk. Le possibilitĆ  di andarsene si riducono di ora in ora, le file aumentano, l’esercito russo avanza lentamente. Nel frattempo i rifornimenti non arrivano, e si rimane senza cibo e senza medicine. Il ristorante elegante in cui andavo nella mia cittĆ  nel Donbas adesso distribuisce il pane a 30 hryven (un euro) al chilo, un’ora al giorno.

Ma c’è un altro lato, quello che dĆ  più speranza all’Ucraina e al mondo intero: quello della resistenza e della forza degli ucraini. Dai colleghi a Kyiv che nelle chat di lavoro si scambiano le informazioni su come fare le molotov, alle offerte di mutuo soccorso nelle pagine Instagram dei paesi del Donbas. Tutti soffrono ma nessuno si arrende. Nella prima guerra di questa portata nell’era dei social media, ci si fa coraggio condividendo video di civili che fermano i carri armati russi, dei militari dell’isola di Zmiinyi che dicono alla nave russa di ā€œandarsene a fanculoā€, del presidente Zelensky che in tuta militare ogni sera fa il resoconto dei successi dell’esercito. Si fanno annunci e si condivide quanto rimasto – medicine, latte in polvere e pannolini. Si gioisce a ogni nuova sanzione e a ogni multinazionale che smette di vendere i propri prodotti in Russia. Si prendono in giro i russi, tanto, su come abbiano paura di manifestare contro la guerra, su come l’esercito abbia razioni scadute nel 2015, su come la Russia stia venendo isolata dal mondo intero. Nel bene o nel male, l’eventualitĆ  di una resa non ĆØ contemplata, qualunque sia il costo. Putin, forte della sua potenza militare, riuscirĆ  forse a vincere la guerra e occupare l’Ucraina, ma ha giĆ  perso gli ucraini e il resto del mondo. Questa ĆØ la scelta che può fare solo un dittatore pazzo e isolato di un paese che si erge a superpotenza ma ĆØ ormai povero di tutto, tranne che di forza militare.