Turchia, il giornalismo resiste

Nel 2025, Furkan Karabay, giornalista indipendente turco, è rimasto rinchiuso nel famigerato carcere di Silivri per ben 201 giorni, senza però mai smettere di scrivere, riflettendo sulla repressione politica e giudiziaria, sempre più brutale, sotto il regime di Erdoğan, ma anche sulla forza del dissenso

09/02/2026, Mathilde Warda
Furkan Karabay @ Archivio privato

Furkan Karabay @ Archivio privato

Furkan Karabay @ Archivio privato

(Originariamente pubblicato da Le Courrier des Balkans, il 26 gennaio 2026)

Nel corso della sua carriera, Furkan Karabay, giornalista indipendente che collabora con la testata Medyascope, ha dovuto affrontare diversi procedimenti penali. Nel maggio 2025, è stato arrestato e posto in custodia cautelare nel carcere di Silivri, a ovest di Istanbul, dove sono rinchiusi molti prigionieri politici. A dicembre, dopo diversi mesi di detenzione, un tribunale di Istanbul lo ha condannato a quattro anni e tre mesi di reclusione per “insulti al presidente” e “attacchi a individui coinvolti nella lotta al terrorismo”. Tuttavia, i giudici hanno disposto il rilascio immediato del giornalista, considerato il tempo trascorso in carcere.

Lo scorso 23 gennaio, dopo aver rilasciato questa intervista, Furkan Karabay è stato nuovamente arrestato con l’accusa di aver “diffuso pubblicamente informazioni fuorvianti” nell’ambito di una sua inchiesta giornalistica sull’atto di accusa contro la municipalità metropolitana di Istanbul. Attualmente si trova agli arresti domiciliari e continua a scrivere.

Lei è stato rinchiuso nel carcere di Silivri per diversi mesi, prima di essere rilasciato all’inizio di dicembre dello scorso anno. Ci può dire qualcosa sulle condizioni di detenzione in questo complesso carcerario?

Silivri è un carcere enorme dove sono rinchiuse migliaia di persone, prigionieri politici compresi. È composto da diverse sezioni a seconda del tipo di reato. Nelle prime otto sezioni sono detenute persone condannate per reati comuni, mentre la sezione n. 9 è destinata ai prigionieri politici.

Tra maggio e giugno 2025 sono stato rinchiuso nella sezione n. 5. Eravamo settanta in una cella progettata per quarantadue persone. I detenuti dormivano sul pavimento e soffrivano di problemi di salute. L’unica acqua disponibile era quella ottenuta attraverso il processo di trattamento di acque reflue, però non era completamente priva di impurità.

I detenuti avevano piaghe sulla pelle e molti si sono ammalati. L’amministrazione penitenziaria non ha mai fornito loro le cure mediche necessarie.

Lei come è stato trattato?

Essendo già stato incarcerato due volte in passato, avevo una certa esperienza della vita in carcere. Conoscevo il sistema di Silivri, sapevo come parlare con il personale penitenziario, quali erano i diritti dei detenuti, quali argomenti evitare. Certo, ho vissuto momenti difficili, ma non ho avuto grossi problemi.

Nei mesi di prigionia, lei ha continuato a lavorare, condividendo sui social le sue riflessioni sulla vita quotidiana in carcere. Perché per lei è stato importante farlo?

Sono un giornalista al servizio dei cittadini. Anche prima del mio arresto, ho scritto diversi articoli di interesse pubblico. Il mio obiettivo è contribuire alla prosperità dei cittadini turchi in ambiti quali giustizia, diritto, economia e istruzione. Quindi, il lavoro che faccio deve essere utile alla popolazione e mi impegno costantemente a rispettare questo principio.

Ho continuato a scrivere in carcere per far conoscere all’opinione pubblica l’esperienza dei detenuti. La maggior parte delle persone incarcerate non ha nessuno. Volevo fornire loro un sostegno. Volevo essere la loro voce, il loro respiro. Volevo rendermi utile, condividere le loro esperienze, i loro dolori, le loro gioie. Scrivendo di loro, ho ritrovato la forza di raccontare. Senza di loro, queste storie non avrebbero mai visto la luce.

Come commenta gli sviluppi politici e giudiziari in Turchia dopo l’arresto del sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu?

Dopo il 19 marzo 2025 [giorno dell’arresto di İmamoğlu], in Turchia si è instaurato un regime giudiziario terrorista. Giornalisti, politici, avvocati e attivisti che fanno bene il loro lavoro e si battono per le cause di interesse pubblico, vengono arrestati sulla base di accuse fasulle e decisioni incostituzionali.

Siamo sottoposti ad una persecuzione giudiziaria totalmente politicizzata. L’obiettivo è mettere a tacere ogni voce critica nei confronti del regime. L’attuale potere politico sa che la sua fine è vicina, per questo sta diventando sempre più aggressivo. Ma la Turchia e il popolo turco hanno sempre saputo resistere a tali pressioni.

Ritiene che fare giornalismo in Turchia sia diventato ancora più difficile dopo il 19 marzo e tutti gli arresti che ne sono seguiti?

Quello del giornalista è sempre stato un mestiere pericoloso in Turchia. Tuttavia, negli ultimi due anni, la repressione giudiziaria si è intensificata. Ogni commento, articolo o fotografia che non piace al regime può portare all’arresto dell’autore. La repressione però non si limita ai giornalisti, tutte le professioni sono colpite.

Subito dopo il suo rilascio dal carcere, ha iniziato a lavorare ad un’inchiesta giornalistica sull’atto di accusa contro la municipalità metropolitana di Istanbul. La prima udienza è fissata per il prossimo 9 marzo. Quali aspetti di questo caso hanno attirato in particolare la sua attenzione?

L’atto di accusa contro la municipalità metropolitana di Istanbul è stato scritto otto mesi dopo l’arresto di İmamoğlu. Firmato da sette procuratori della Procura di Istanbul, il documento è intitolato “Indagine sull’organizzazione criminale con finalità di lucro di İmamoğlu”.

Nell’atto di accusa si sostiene che İmamoğlu abbia tratto vantaggi personali dalla sua posizione di sindaco di Istanbul e candidato alla presidenza. Nel documento di 3.739 pagine si citano 407 persone, di queste 105 sono già in custodia cautelare.

İmamoğlu è definito come “fondatore e leader dell’organizzazione” ed è perseguito per 143 reati. Rischia una pena detentiva da 849 anni a 2.430 anni e 6 mesi. Per la maggior parte dei 143 capi di imputazione le prove addotte si basano su dichiarazioni, ricerche open source e dati ottenuti attraverso Historical Traffic Search [sistema che permette di accedere ai dati tecnici delle aziende di telecomunicazioni, ndr.].

Le dichiarazioni presentate a sostegno dell’accusa si sono rivelate contraddittorie. Quindi, anziché su prove concrete, l’atto di accusa si basa su dichiarazioni dei testimoni tutt’altro che imparziali.

Questo articolo è stato ripubblicato nell’ambito di uno scambio di contenuti promosso da MOST – Media Organisations for Stronger Transnational Journalism, un progetto cofinanziato dalla Commissione Europea, che sostiene media indipendenti specializzati nella copertura di tematiche internazionali. Qui la sezione dedicata al progetto su OBCT

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