Transizione energetica in Bulgaria: un boom tra luci ed ombre
La Bulgaria accelera nella transizione energetica e diventa un laboratorio europeo per lo stoccaggio elettrico. Ma dietro il boom di solare e batterie si intrecciano interessi privati, fondi pubblici e nuove pressioni sui terreni agricoli

Bulgaria-Apriltsi-Apriltsi-Solar-Farm-Photo©Piergiorgio-Pescali
Bulgaria-Apriltsi-Apriltsi Solar Farm- foto ©Piergiorgio Pescali
Il Paese più povero dell’Unione europea è diventato leader mondiale nell’accumulo elettrico. Dietro il record, però, troviamo un intreccio di capitali che va dall’ex carbone all’edilizia, e una domanda che il governo preferisce non porsi: chi paga il conto della terra sottratta ai campi.
Il boom dello stoccaggio
Nel gennaio 2026 il ministro dell’Energia bulgaro Zhecho Stankov si è presentato all’inaugurazione dell’impianto ContourGlobal nel complesso di Maritsa Iztok per rivendicare, con un certo orgoglio, il nuovo ruolo del suo Paese nella sicurezza energetica regionale: nell’ultimo anno la Bulgaria ha raggiunto, grazie alle batterie, una capacità di stoccaggio paragonabile a quella della grande centrale idroelettrica di pompaggio di Chaira (BTA, gennaio 2026).
E non è pura propaganda: la verità è che la capacità solare bulgara è passata da circa 1 GW nel 2020 a oltre 6,5 GW a inizio 2026, e il Paese oggi immagazzina, in rapporto alla dimensione della propria rete, una quota di elettricità superiore a qualsiasi altro Stato membro dell’Unione europea. Ma dietro i numeri da primato si apre una domanda più scomoda: chi ha messo i soldi, e chi ci sta guadagnando davvero.
Chi finanzia la transizione
Tutto nasce da un problema tecnico che gli operatori chiamano “cannibalizzazione”. Nelle ore centrali della giornata, quando il sole picchia su oltre sei gigawatt di pannelli, i prezzi dell’elettricità crollano fino a valori negativi; la sera, quando il solare sparisce e la domanda risale, i prezzi possono superare i 250 euro al megawattora.
Le batterie esistono per limare questa forbice: immagazzinano energia quasi gratis a mezzogiorno e la rivendono cara alle otto di sera. È un modello di business che in un mercato dalle oscillazioni così estreme si è rivelato incredibilmente redditizio, ed è per questo che nel giro di due anni la Bulgaria è passata da una capacità di accumulo quasi nulla a diversi gigawattora, spinta anche dai quasi 600 milioni di euro del programma europeo RESTORE.
Il parco di batterie di Lovech, il principale del Paese con 124 MW e quattro ore di autonomia a piena potenza, è costato 75 milioni di euro ed è un investimento di Advance Green Energy, la società dei fratelli Kiril e Georgi Domuschiev. Il loro impero, stimato in 4,2 miliardi di dollari, non nasce dall’energia: viene dalla farmaceutica veterinaria (Huvepharma), dal cargo navale (Navibulgar), dai porti, dai media, dal calcio. Le batterie sono per loro un nuovo ramo d’affari, non una conversione.
Discorso simile per Verila, il parco solare simbolo del 2023, costruito dalla finanziaria EuroHold attraverso la controllata ElectroHold: un gruppo che viene da assicurazioni e leasing auto, e che nell’energia si è mosso rilevando la ex rete di distribuzione di CEZ in Bulgaria.
Lo stesso vale per Ginka Varbakova, la discussa imprenditrice che sta dietro Apriltsi che, con i suoi 834mila pannelli su 800 ettari è il più grande impianto agrivoltaico dell’Europa orientale dopo quello turco di Konya Karapınar (costo stimato da Capital.bg in almeno 255 milioni di euro, gran parte a debito). Varbakova è arrivata dall’edilizia attraverso la sua Inercom, dopo un tentativo poi abortito di acquisire proprio gli asset elettrici di CEZ.
C’è però un’eccezione che vale la pena raccontare, perché è l’unico caso in cui il pivot dal fossile al rinnovabile è diretto e non una diversificazione di conglomerati generalisti: ContourGlobal. La multinazionale possiede il 73% della centrale a lignite di Maritsa East 3, uno dei due impianti privati a carbone del complesso di Maritsa Iztok.
Quando, nel febbraio 2024, è scaduto il contratto di fornitura con la compagnia elettrica nazionale e la centrale è diventata insostenibile sul mercato aperto con il costo di generazione da lignite che superava i 140 euro al megawattora contro prezzi di mercato attorno ai 90, l’azienda ha licenziato gran parte del personale, ma ha destinato i dipendenti rimasti a nuovi progetti di batterie e fotovoltaico sullo stesso sito: un impianto BESS che riutilizza l’infrastruttura di rete di due unità dismesse, finanziato dal Piano di ripresa bulgaro, più un fotovoltaico da 80 MW annunciato per la stessa area.
Stessa azienda, stesso terreno, in parte anche la stessa forza lavoro: un caso da manuale di come il capitale fossile, quando il carbone smette di rendere, trovi comunque la strada per restare nel business dell’energia.

Bulgaria-Verila Solar Park- foto ©Piergiorgio Pescali
Il costo per i territori
Ma se il capitale che finanzia il boom è vario, il conto lo pagano quasi sempre gli stessi: le comunità rurali. Nel 2023 le autorità hanno arrestato due funzionari, tra cui il presidente dell’Accademia agraria, accusati di aver declassato illegalmente decine di appezzamenti agricoli per aggirare la norma che riserva le rinnovabili ai suoli di qualità più bassa; le perquisizioni hanno coinvolto oltre trenta tra abitazioni, veicoli e uffici pubblici.
Un’inchiesta del portale investigativo Bird.bg ha documentato casi analoghi di disboscamento illegale e di “consolidamento” irregolare di terreni intorno a parchi solari già realizzati, inserendo queste vicende in un quadro più ampio di frodi e aiuti di Stato non autorizzati.
A Suhindol, un mega-impianto ibrido solare-batterie da 500 MW su 945 ettari di terreno comunale preso in concessione per 36 anni rischia di sottrarre, secondo gli abitanti, oltre l’11% di terreno agricolo e il 40% dei pascoli, a fronte di compensazioni proposte dall’investitore austriaco Green Source (attraverso la controllata Wabi-Sabi Alpha) sotto forma di sponsorizzazioni sportive e sconti sull’illuminazione pubblica.
Il Tribunale amministrativo di Veliko Tarnovo ha nel frattempo annullato l’autorizzazione ai lavori preliminari, dopo i ricorsi delle associazioni ambientaliste (Balkan Green Energy News, febbraio 2026). A Starchevo un intero villaggio si è mobilitato per salvare trenta ettari di bosco piantato dai propri nonni contro le alluvioni.
A Varna, il presidente dell’iniziativa civica “Rondine Bianca” Vladimir Kalchev ha guidato un presidio chiedendo un referendum nazionale sull’uso dei terreni agricoli fertili per eolico e solare, denunciando che gli investitori aggirano di frequente il vincolo di legge facendo approvare varianti urbanistiche dai consigli comunali (BTA, dicembre 2024). E dopo i grandi incendi dell’estate 2024, la stessa inchiesta di Bird.bg ha documentato la diffusione di teorie secondo cui i boschi sarebbero stati bruciati apposta per far spazio a pannelli e turbine.
C’è infine un problema più tecnico, ma non meno politico: la rete di trasmissione bulgara, pensata per un sistema molto meno decentralizzato, fatica a tenere il passo. Gli operatori parlano apertamente di rischio di congestione e di crescenti episodi di taglio forzato della produzione nelle ore di massimo soleggiamento, lo stesso fenomeno che, paradossalmente, ha reso le batterie così redditizie, ma che segnala anche i limiti di un’infrastruttura sotto pressione da una crescita più rapida di qualsiasi pianificazione.

Bulgaria-Apriltsi Solar Farm- pannelli solari dalla Cina foto ©Piergiorgio Pescali
Nel frattempo, dal 2025 la Bulgaria applica su pannelli e batterie eco-tasse che secondo l’associazione di categoria APSTE sono cinque-dieci volte più alte della media Ue, un problema che gli stessi operatori più favorevoli al settore indicano come un possibile collo di bottiglia per i futuri approvvigionamenti (SurgePV, maggio 2026).
Resta la domanda con cui si è aperto questo articolo. Gli investimenti restano per lo più in mani private, bulgare o straniere, finanziati in media per due terzi da capitali privati e per un terzo da fondi pubblici europei: soldi che tornano a chi li ha messi, non necessariamente a chi vive accanto ai pannelli.
Il caso di ContourGlobal, in questo senso, dice qualcosa di più generale sul modello bulgaro: anche l’azienda che più di ogni altra incarna il vecchio sistema energetico ha trovato, nella corsa alle batterie, un modo per restare centrale nel nuovo. Difficile, però, dire lo stesso dei comuni che ospitano gli impianti, alle prese con royalty modeste e infrastrutture di rete che il boom degli ultimi due anni ha già messo sotto pressione.
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