Storia della Bosnia Erzegovina
Da tempo mancava nelle librerie una storia della Bosnia Erzegovina aggiornata e curata. Lo storico Alfredo Sasso nel suo “Storia della Bosnia Erzegovina” riempie a pieno titolo quel vuoto, facendone un prezioso strumento per ricercatori, docenti e studenti interessanti a questo paese

Konjic, Bosnia Erzegovina © Sean Pavone/Shutterstock
Konjic, Bosnia Erzegovina © Sean Pavone/Shutterstock
Nell’ultimo anno, la Bosnia Erzegovina è finita sui principali mezzi di comunicazione del nostro paese più spesso del solito. La vittoria della nazionale maschile di calcio sull’Italia a Zenica, le indagini sui cecchini italiani a Sarajevo e il funerale di Ratko Mladić sono stati raccontati su giornali e portali di informazione.
Tuttavia, come ricorda Alfredo Sasso nell’introduzione al suo “Storia della Bosnia Erzegovina” citando i precedenti del centenario dell’attentato di Sarajevo e del trentennale del genocidio di Srebrenica, questi momenti di attenzione si alternano a lunghi distanziamenti. Di rado, inoltre, diventano occasione per un reale approfondimento sul paese e per una consapevole inclusione delle sue vicende in quella che consideriamo la storia europea.
Nel corso degli anni, d’altra parte, la diffusione di una pubblicistica divulgativa e di viaggio sulla Bosnia Erzegovina ha evidenziato quanto in Italia l’interesse per Sarajevo e dintorni sopravviva, per quanto ridimensionato rispetto alla fase post-bellica. A ciò si potrebbe aggiungere che, grazie al meritevole impegno di alcune case editrici, si traduce sempre più letteratura dai paesi dell’area post-jugoslava, Bosnia Erzegovina compresa.
Era tuttavia da molto tempo che nelle librerie non trovava posto una trattazione aggiornata e accurata della storia del paese. Per questa ragione il libro di Alfredo Sasso, edito da Scholé in una collana curata da un gruppo di specialisti di Europa orientale, è una novità importante. Un testo per molti versi necessario, tanto per la sua leggibilità quanto per il suo rigore.
L’autore è ricercatore presso le Università di Torino e Losanna, ed è un profondo conoscitore delle vicende della Bosnia Erzegovina, della quale ha raccontato per anni l’attualità anche per OBCT. Ripercorrendo oltre un secolo di storia politica del paese, nel libro ricostruisce i processi che hanno maggiormente inciso sulla sua evoluzione contemporanea. Al contempo, le quasi duecento pagine del volume offrono puntuali rimandi alle principali questioni sociali, economiche e culturali individuate e approfondite dagli studi accademici sul paese negli ultimi anni.
Il titolo in copertina promette di trattare la storia della Bosnia Erzegovina “dal primo Novecento a oggi”. Ciò potrebbe far pensare ad un inizio fissato al ricorrente riferimento del 1914, anno dell’attentato di Sarajevo e dell’inizio della Prima Guerra mondiale. In realtà, il libro attraversa rapidamente anche l’esperienza della Bosnia Erzegovina austro-ungarica (1878-1918) – a partire dall’occupazione che pose fine ai quattro secoli di governo ottomano – e si spinge di fatto fino ai primi mesi del 2026. L’epilogo arriva ad inquadrare anche la recente e profonda crisi attraversata dal paese a causa delle spinte secessioniste provenienti dalla Republika Srpska. 
Fin dalle prime pagine del libro, emergono le caratteristiche più distintive dell’approccio dell’autore. La trattazione della fondamentale fase di nazionalizzazione delle comunità bosniaco-erzegovesi chiarisce immediatamente che l’analisi non intende in alcun modo sottostimare il ruolo svolto dalle appartenenze nazionali nel paese, ma ribadisce la necessità di soppesarne la risultante politica in relazione ai molteplici processi sociali, economici e territoriali.
Contestualmente, è chiara la volontà di evitare di trattare la Bosnia Erzegovina sia come semplice vittima degli eventi esterni che come realtà specifica e isolata dal contesto circostante, intersecando invece i piani locale, regionale e internazionale. L’attenzione ai temi più discussi del passato di questo territorio rivela un’ulteriore apprezzata attenzione del volume, ovvero quella ai dibattiti e alle diverse interpretazioni presenti in letteratura, che vengono – seppure nelle forme concesse da un volume di questa agilità – richiamati e soppesati.
L’autore individua nel primo decennio del Novecento il momento fondativo della comunità politica moderna della Bosnia Erzegovina, sancito dalla carta costituzionale del 1910. Il 28 giugno 1914 e l’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando aprono quindi la trattazione della Prima guerra mondiale, che si focalizza soprattutto sulle interessanti dinamiche che accompagnarono la complessa transizione al nuovo stato slavo-meridionale. Dopo la guerra, il territorio della Bosnia Erzegovina venne infatti incluso nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, rinominato in Regno di Jugoslavia dal 1929.
Il libro ricostruisce quindi la vita politica del periodo monarchico in un territorio che venne inevitabilmente piegato dalle evoluzioni dei progetti di centralizzazione dello stato in quegli anni, ma che sviluppò dinamiche di posizionamento, negoziazione e resistenza a geometrie variabili. Dopo il necessario riepilogo della lacerante esperienza della Seconda guerra mondiale, il primo capitolo si chiude lasciando largo spazio alla fasi che con ogni probabilità raccoglieranno maggiore interesse tra i lettori, ovvero gli ultimi ottant’anni di storia della Bosnia Erzegovina.
Alla Bosnia Erzegovina socialista (1945-1990) è dedicato l’intero corposo secondo capitolo. Nella prima fase, fino agli anni sessanta, la centralizzazione della federazione rende difficile identificare delle specificità distintive bosniache nel percorso di costruzione del nuovo stato. L’ortodossia politica della leadership a guida della repubblica non impedì però sviluppi specifici nei decenni successivi.
È trattato con grande cura, ad esempio, il fondamentale passaggio del riconoscimento ufficiale della popolazione musulmano-bosniaca come comunità nazionale, così distintivo delle articolate dinamiche che definirono il rapporto tra socialismo jugoslavo e questione nazionale. Mentre il periodo di relativa crescita e stabilità sospinto nella memoria comune fino alle Olimpiadi invernali di Sarajevo del 1984 è ricostruito senza ignorare quelle che si rivelarono le premesse delle crisi successive.
Coloro che sono interessati ad approfondire e meglio comprendere le dinamiche che portarono alla guerra in Bosnia Erzegovina – o che si pongono la ricorrente domanda “perché scoppiò?” – troveranno una trattazione che rispecchia pienamente la particolare competenza dell’autore sull’ultima fase di vita della Jugoslavia. Le pagine riportano il quadro complessivo e offrono approfondimenti puntuali che coprono la crisi della leadership comunista, discutono la realtà sociale della repubblica su dati di prima mano e riassumono le accelerazioni del periodo 1990-1992. Qui non mancano di soppesare le strategie di affermazione dei partiti nazionalisti ma riportano alla luce anche le ragioni delle forze anti-nazionaliste, come i riformisti di Ante Marković.
La trattazione di questa fase scivola nel capitolo successivo, dedicato agli anni di guerra, ma la continuità in termini di approccio e filoni di ragionamento è marcata. Le catene di eventi sono presentate al netto di determinismi e quali prodotto dei rapporti di forza e di potere tra i diversi attori, non solo quelli partitici, militari, statali e para-statali in Bosnia Erzegovina e nella regione post-jugoslava, ma anche la cittadinanza e la comunità internazionali. La discussione non è mai superficiale, combina analiticamente scale, prospettive e processi, scardinando ricostruzioni ricorrenti ma poco solide. Non si trovano speculazioni biografiche infarcite di fatalismi balcanici su Mladić o Karadžić, ma obiettivi politici, sistemi di potere, consapevoli logiche di disumanizzazione e omogenizzazione che imposero la violenza fino all’apice del genocidio.
L’ultimo capitolo rappresenta forse il contributo più originale di tutto il volume. La ricostruzione della storia della Bosnia Erzegovina degli ultimi trent’anni è stata finora per lo più terreno giornalistico o narrativo. Studi in varie discipline hanno però contribuito ad illuminare molti processi recenti. Combinando le varie sensibilità, l’autore propone un’attenta tessitura delle vicende che hanno definito le traiettorie della Bosnia Erzegovina post-bellica, discutendo sia l’intervento della comunità internazionale che le evoluzioni della politica locale. Riconosce i progressi della reintegrazione, come nel caso della creazione dell’esercito statale, ma anche i fallimenti sul piano culturale e sociale. Sottolinea quindi la chiusura della finestra per una possibile riforma strutturale del paese nella seconda metà degli anni Zero del Duemila e il consolidamento etnocratico che ne conseguì. Pur fedele al proprio taglio politico, il volume non dimentica di ricordare che la Bosnia Erzegovina degli ultimi decenni non è stata solo politica partitica: dai ripetuti cicli di mobilitazione e protesta alle manifestazioni culturali riconosciute a livello internazionale come il Sarajevo Film Festival.
Il libro di Alfredo Sasso sarà apprezzato sia da coloro che si affacciano per la prima volta alla storia della regione sia da chi intende riordinare e integrare le proprie conoscenze. Risulterà strumento prezioso e aggiornato per studenti e ricercatori che guardano a nuove piste di studio e approfondimento. Diventerà sicuramente riferimento utile per i docenti e le numerose classi che ogni anno partecipano ai viaggi d’istruzione verso la Bosnia Erzegovina, utile ad analizzare la storia drammatica più recente, ma anche a riscoprirne il percorso storico più profondo.
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