Il dialogo culturale tra Italia, Europa e Balcani. Un premio a Claudio Magris

All’Euro Balkan Film Festival, nel conferire il Premio Kadaré a Claudio Magris, Luisa Chiodi ripercorre ripercorre il valore di “Danubio”: un’opera che invita a pensare l’Europa oltre i confini nazionali, riconoscendo nelle identità plurali e nel dialogo interculturale una risorsa per il presente

06/11/2026, Luisa Chiodi Roma
Premio Ismail Kadaré: da sinistra il giornalista Paolo Di Stefano, l'ambasciatore Mario Bova presidente e direttore artistico del Festival, lo scrittore Angelo Ferracuti e Luisa Chiodi direttrice di OBCT

Premio Ismail Kadaré

Premio Ismail Kadaré: da sinistra il giornalista Paolo Di Stefano, l'ambasciatore Mario Bova presidente e direttore artistico del Festival, lo scrittore Angelo Ferracuti e Luisa Chiodi direttrice di OBCT

Sono onorata di essere membro della giuria per l’assegnazione del Premio Kadaré e di poter condividere alcune riflessioni sullo straordinario lavoro dell’onorevole e professore Claudio Magris.

In quanto unica donna di questo panel, vorrei partire da una prospettiva personale, che è anche, inevitabilmente, politica.

Per me, giovane studentessa nei primi anni Novanta, Danubio fu una guida intellettuale fondamentale. Mi permise di avvicinarmi all’Europa centrale e sud-orientale, di innamorarmene e di dedicarle trent’anni della mia vita professionale.

Presi da Danubio una riflessione sull’attività di ricerca come incipit della mia tesi di laurea: “Il saggismo è la peripezia, struggente ed insieme ironica, dell’intelligenza che avverte l’inautenticità dell’immediatezza ed il divario tra la vita ed il suo significato”. (Danubio, p.308)

Magris mi guidava, cioè, a riflettere sul significato della ricerca che mi apprestavo a concludere e poi condurre nei decenni successivi, dove il significato non è una proprietà immediatamente posseduta dalla vita, ma qualcosa che si lascia intravedere, e come la ricerca nasca da un bisogno autentico che non può mai essere definitivamente soddisfatto.

Il suo Danubio – un saggio letterario che attraversava le culture dell’Europa centro-orientale e balcanica – mi consentì allora di affacciarmi su questo mondo, potendo contare sullo sguardo di intellettuali, filosofi, scienziati e persone comuni. 

Magris, nel suo viaggio intellettuale lungo il Danubio, ma anche in tutti i lavori successivi, ha consentito a me e a tanti altri di apprezzare la straordinaria ricchezza culturale europea. Una ricchezza che, nella sua complessità, gli europei spesso hanno trascurato o addirittura vissuto come un limite.

Trascurato perché la Guerra Fredda ha spostato a ovest il baricentro dell’idea di Europa, mentre la storia dell’integrazione europea escludeva l’Europa centrale e sud-orientale.

Magris ci ha insegnato a pensare l’Europa, quindi, non soltanto attraverso le sue nazioni occidentali, ma anche attraverso quella parte centro-orientale che era stata dimenticata, oppressa, temuta e rifiutata. 

Ci ha consegnato un’opera che guarda a quest’Europa centrale e balcanica non come a oggetti da integrare in una civiltà europea già compiuta, ma come a interlocutori indispensabili per ridefinire che cosa significhi essere europei, alla possibilità di pensarci al plurale, come comunità ma anche come individui che non vanno costretti dentro una sola appartenenza. 

Ma questa complessità europea per chi concepisce l’Europa come unione di stati nazione omogenei, è stata e resta un limite, un problema da risolvere, benché dopo le immani tragedie del 900, sia la prospettiva meno realistica di sempre.  

Danubio, fu pubblicato nel 1986, prima della fine della Guerra fredda e della dissoluzione sanguinosa della Jugoslavia, e al contrario ci proponeva un’idea di Europa fatta di diversità, identità ibride e plurali, frontiere che separano ma che possono essere attraversate.

Per anni, nelle mie lezioni universitarie, non mancava mai un’altra citazione di Danubio nella quale Magris esemplificava la questione macedone con la storia del signor Omerić, che durante la Jugoslavia monarchica si chiamava così: “divenne Omerov durante l’occupazione bulgara nella seconda guerra mondiale, e poi Omerski per la Repubblica di Macedonia compresa in quella federale jugoslava. Il suo nome originario, Omer, era turco.” (Danubio, p.409)

In questa piccola storia era racchiusa la grande storia europea: le appartenenze che cambiano, le identità che si sovrappongono, le memorie che si contraddicono.

A Magris fu rimproverato di estetizzare la pluralità culturale, presentandola come una ricchezza, mentre per chi le vive può essere una fonte di conflitto, diffidenza e sofferenza. In realtà il valore del suo lavoro intellettuale sta anche nella capacità di non nascondere queste tensioni. Magris infatti ci mostra come possa diventare una condizione dolorosa quando le identità si trasformano in appartenenze esclusive, quando manca un quadro politico condiviso che permetta alle identità di riconoscersi reciprocamente.

E lo fa da una prospettiva tutt’altro che estranea a questa realtà: quella di un triestino, che conosce la frontiera e, nelle sue parole, il “crogiolo e insieme arcipelago, un luogo d’incontro e di separazione fra culture” che è la sua città natale.

A rendere straordinariamente attuale un libro, pubblicato nel 1986, è il fatto che invitasse a riconoscere le interconnessioni storiche che ci uniscono ai Balcani, ad affrontare insieme le memorie conflittuali del Novecento e a costruire un dialogo culturale fondato sulla reciprocità.

I Balcani come specchio nel quale l’Europa può riconoscere se stessa: la propria pluralità, la propria storia tormentata, nella quale è stata ripetutamente nemica di se stessa nella volontà di semplificare la sua natura.

Purtroppo, le guerre degli anni Novanta non sono state per l’Europa un’occasione per guardarsi e ripensare alla propria storia. Ancora una volta, i Balcani sono stati rappresentati attraverso uno sguardo balcanista, che li descriveva come violenti e barbari, presentandoli come altri dalla storia europea.

Negli anni, Magris ha continuato a guidarci nella riflessione sull’Europa contemporanea, attraversata da nuove crisi. Non ha smesso di ricordarci che la difesa della pluralità è una condizione essenziale per l’esistenza stessa della cultura.

Oggi il mio contributo a questa conversazione è frutto del lavoro di OBCT, che rappresento, ovvero una realtà culturale di questo paese che ha il dialogo transnazionale al cuore dell’attività quotidiana da 26 anni. 

Una delle nostre riflessioni su questi temi che abbiamo pubblicato di recente, quella dello studioso bosniaco-americano Emir Hajdarpašić, ci ricorda come, attraverso i Balcani, l’Europa possa riconoscersi parte di un mondo più grande, anche grazie alla loro appartenenza plurisecolare a imperi non europei, come quello Ottomano.

Chiudo quindi con un’ultima citazione da Danubio che ribadisce l’attualità della riflessione a distanza di decenni: riferendosi all’attentato di Sarajevo e al suicidio dell’Europa Magris osserva che “per le tortuose vie dell’astuzia della ragione, quei colpi che ci hanno ferito a morte hanno anche iniziato la liberazione dei paesi dell’Asia e dell’Africa che le vecchie potenze europee, unite, avrebbero potuto continuare a dominare e sfruttare.” (Danubio, p.179)

Oggi più che mai abbiamo bisogno di rafforzare questa consapevolezza, per essere capaci di accettare la nuova stagione storica nella quale vediamo crescere vertiginosamente la nostra pluralità culturale, e dove siamo chiamati a rigettare la distopia della purezza etnico-nazionale per poter accogliere il mondo intero a casa nostra.


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