Né muro, né ponte, immaginare i Balcani come una casa
L’idea dell’Europa come fortezza assediata, con un antemurale della cristianità che attraversa i Balcani, è ancora molto popolare. Smentirla non basta: secondo lo storico Edin Hajdarpašić all’Europa serve una contro-narrazione, in cui i Balcani da muro, diventano una casa

Vecchie case rurali in Bosnia Erzegovina © DMZ001 /Shutterstock
Vecchie case rurali in Bosnia Erzegovina © DMZ001 /Shutterstock
Edin Hajdarpašić è professore associato alla Loyola University Chicago, dove insegna storia dei Balcani moderni, dell’Europa ottocentesca e degli imperi asburgico e ottomano, ed è autore di Whose Bosnia? Nationalism and Political Imagination in the Balkans, 1840-1914 (Cornell University Press, 2015). Lo abbiamo incontrato a Pristina, dove dal 5 al 7 ottobre si è svolto il Civil Society & Think Tank Forum (CSF) 2026.
Qual era il tema del suo intervento pubblico al CSF 26? Dove voleva condurre chi la ascoltava?
Il concetto di società civile come luogo di pluralismo e critica, necessario per una vita politica dinamica, è stato fondamentale per la mia formazione, avvenuta all’ombra della guerra degli anni ’90 e della successiva ricostruzione in Bosnia Erzegovina. Quando sono stato invitato a parlare al Forum della Società Civile dell’Open Society Foundations, ho voluto tornare al concetto di critica come valore intellettuale fondamentale, in grado di far luce su alcuni problemi persistenti nel rapporto tra Europa e Balcani.

Edin Hajdarpašić (foto archivio privato)
Una delle idee più radicate in questa regione è quella di civiltà in conflitto che si contendono il controllo dell’Europa sud-orientale. Samuel Huntington è stato uno dei principali sostenitori di questa visione fin dagli anni ’90, ma il concetto in sé è più antico. Prima di Huntington, è stato Bernard Lewis, uno dei maggiori esperti di storia islamica durante la Guerra fredda, a tracciare linee simili di scontri tra Oriente e Occidente lungo gli stessi contorni, coniando persino l’espressione “scontro di civiltà”. E molti nazionalisti balcanici hanno abbracciato con entusiasmo questa interpretazione delle proprie nazioni. Per me, da storico, è importante prendere sul serio il peso di questa storia.
L’idea di un’Europa che costruisce un muro difensivo attorno a sé potrebbe essere un mito retorico in contrasto con una realtà più complessa, ma allo stesso tempo, quell’antica idea di antemurale della cristianità rimane un punto di riferimento politico duraturo e mobilitante. In passato e nel presente, molte figure influenti hanno imposto questa visione di scontri di civiltà direttamente sulla nostra regione. E mi sembra che l’Europa non abbia un efficace contrappunto a queste narrazioni ricorrenti.
Ha detto che l’Europa non ha una contro-narrazione. Cosa intendeva?
Negli ultimi decenni, abbiamo assistito a diversi attacchi violenti compiuti da figure di estrema destra in Europa, negli Stati Uniti e in Nuova Zelanda. Queste figure si presentavano spesso come difensori dell’Occidente e nei loro manifesti citavano esplicitamente esempi tratti dalla storia dei Balcani. La risposta di politici e storici, al di là della consueta condanna di qualsiasi atto di violenza, è stata quella di affermare che questi manifesti travisavano sia il passato che il presente.
Se nel 2011 un estremista di destra si ispirava ai difensori di Vienna contro gli Ottomani nel 1683, la tipica risposta liberale era quella di affermare che l’attentatore aveva frainteso, distorto o semplificato eccessivamente una storia complessa. Ma, pur nel tentativo di verificare i fatti e smentire tale affermazione, questa risposta finisce per riportare al centro della narrazione lo scontro di civiltà. E decenni di verifiche dei fatti non hanno ridotto il potere delle narrazioni dello “scontro”.
Proprio questo mese, il Segretario di Stato americano ha sfruttato la sua visita in Grecia per parlare nuovamente della civiltà occidentale e della sua lotta contro le migrazioni di massa. La cosa è passata senza particolari polemiche. C’è sempre meno differenza tra i manifesti degli attentatori e le posizioni di molti politici. Ecco cosa intendo quando dico che la politica europea contemporanea non ha contro-narrazioni efficaci.
Una vera sfida a narrazioni così profondamente radicate non si limiterebbe alla verifica dei fatti, ma offrirebbe una storia diversa sull’Europa, una storia che non si rifugi nelle varianti del mito del “muro difensivo”. Mentre la società civile può fornire gli spazi necessari per la riflessione critica, contro-narrazioni più ampie dovrebbero emergere da sforzi collettivi e creativi in tutte le società europee. Forse mi sfugge qualcosa, ma non vedo questa auto-riflessione in atto nell’UE contemporanea.
Quali esempi può offrire ad un pubblico balcanico di un mondo più ampio a cui dovrebbe riconnettersi, attingendo alla sua storia?
Nel rapporto tra Europa e Balcani, l’attrazione gravitazionale verso l’Europa ci ha spesso impedito di vedere altre relazioni con altre parti del mondo. Credo sia davvero importante ampliare le nostre prospettive e affinare la capacità di analisi comparativa, di cercare di comprendere e connettersi con altre parti del mondo. Non ho una ricetta specifica o un luogo preciso a cui dovremmo guardare, ma credo sia molto importante cercare di collocare le nostre relazioni tra Europa e Balcani in altri tipi di quadri analitici e globali.
Nel mio intervento ho cercato di discutere alcune storie del liberalismo nei Balcani e anche più in generale. Ma questo è solo un caso di studio e potrebbero essercene altri. Tra le altre cose, un’attenzione critica alle connessioni globali ha il potenziale per aiutarci a recuperare le storie e gli atteggiamenti cosmopoliti a lungo trascurati della nostra regione.
Per molto tempo, è stato fin troppo facile per i nazionalisti balcanici offrirsi volontari come bravi soldatini a pattugliare le mura difensive dell’Europa, il che in definitiva significava definirsi in contrapposizione al non europeo. Ma le storie reali delle società balcaniche sono molto più ricche, sono anche connesse a ciò che è stato chiamato “non europeo”. Spero che l’indagine critica abbia il potenziale di renderci meno provinciali e più cosmopoliti, più umanisti nel senso che Edward Said dava a questo termine.
Ha concluso la conferenza con un messaggio di grande ispirazione. Potrebbe condividerlo anche con i nostri lettori?
Quello che ho detto è stato in parte improvvisato, ma il fulcro riguardava una metafora molto diffusa: quella dei Balcani come ponte. Di solito si parla di un ponte tra culture, tra religioni, tra Oriente e Occidente, e così via. Riflettendo su questo, ho pensato alle tante persone che vivono qui o all’estero, come me, ma che rimangono profondamente legate a questa regione in modi diversi. Mi sono chiesto che tipo di vita potremmo costruire partendo da questa condizione.
Vivere su un ponte è molto difficile: un ponte può attirare l’attenzione strategica di qualcuno, ma non è una casa. Spero che possano emergere metafore e discorsi differenti; non si tratta di porre i Balcani al centro del mondo, quanto piuttosto di imparare ad abitare il mondo in cui viviamo con maggiore naturalezza. Visto lo stato attuale del pianeta, è ovviamente un’impresa ardua. Ci sono focolai ovunque: dalle guerre scoppiate di recente al collasso climatico che stiamo vivendo. C’è così tanto da fare. Molte persone sono già attivamente impegnate a livello locale: si pensi all’attivismo in difesa di fiumi, foreste e natura nei vari Stati balcanici.
La mia speranza, dunque, è che ognuno di noi, a modo proprio, possa contribuire a creare un mondo che sia davvero possibile abitare insieme agli altri.
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