Serbia, sul valore e il simbolismo del Generalštab
Recentemente Jared Kushner, genero di Donald Trump, ha annunciato di rinunciare al progetto – fortemente contestato da cittadini ed esperti – di riqualificazione urbana dell’area occupata dall’ex sede del ministero della Difesa in centro a Belgrado. L’architetto Slobodan Barlov riflette sul complesso significato culturale e simbolico di uno degli edifici iconici della capitale serba

Generalštab, Belgrado, Serbia
Generalštab, Belgrado, Serbia © Erman Gunes/Shutterstock
(Originariamente pubblicato da Peščanik, il 3 gennaio 2026)
“Jared Kushner si è ritirato dal progetto di sviluppo edilizio in stile Trump a Belgrado”, ha riportato il quotidiano Wall Street Journal il 15 dicembre 2025, citando una dichiarazione del portavoce della società di private equity di Kushner. Il portavoce ha aggiunto che “i progetti importanti dovrebbero unire le persone, non dividerle”, a quanto pare dando ascolto alle proteste portate avanti da cittadini ed esperti. Così il Generalštab è stato salvato dalla demolizione, almeno per il momento.
L’edificio del Generalštab è stato posto sotto tutela come monumento culturale nel 2005, esattamente quarant’anni anni dopo la sua apertura al pubblico. La tutela dell’architettura del Novecento è una prassi consueta in Europa. In Gran Bretagna, ad esempio, ad essere sottoposti a tutela sono anche gli edifici costruiti dopo il 1945, soprattutto perché il periodo postbellico è considerato un punto di svolta nella storia dell’architettura. Tuttavia, il vincolo di tutela raramente viene applicato a edifici costruiti negli ultimi trent’anni non avendo ancora superato la prova del tempo. Forse questo spiega perché (c’è chi oggi se lo chiede) il Generalštab è stato posto sotto tutela solo nel 2005.
Perché le organizzazioni europee per la tutela del patrimonio culturale considerano l’edificio del Generalštab “un capolavoro dell’architettura modernista serba, jugoslava ed europea”?
Nella motivazione della decisione di dichiarare il Generalštab “monumento culturale”, si afferma, tra l’altro, che questo edificio “è l’opera più complessa del noto modernista Nikola Dobrović, che occupa un posto speciale nell’architettura serba e jugoslava in generale. Grazie non solo alle sue forme espressive, ma anche alla sua collocazione nel contesto urbano e alla forza dell’intera composizione, situata all’incrocio delle strade più trafficate della città, questo struttura architettonica è diventata una delle immagini urbane più suggestive di Belgrado”.
Con la sua forma dinamica, la sua geometria semplice e asimmetrica, il susseguirsi di finestre che avvolgono l’edificio, il Generalštab è uno degli esempi più rappresentativi dell’architettura cubista ed espressionista del tardo modernismo nell’Europa centrale e orientale. Ciò che però rende l’architettura del Generalštab del tutto particolare è il modo in cui i principi del modernismo sono stati adattati al contesto locale, dal punto di vista della configurazione urbana, dell’utilizzo dei materiali e della complessità simbolica.
Dobrović ha costruito l’edificio discostandolo da via Kneza Miloša, creando così uno spazio pubblico che permette all’architettura di respirare e offrire al passante una distanza sufficiente per poter ammirare il canyon urbano di via Nemanjina in tutta la sua spettacolarità. La salita naturale della strada enfatizza la verticalità del canyon architettonico, tanto che la sua monumentalità toglie il fiato a chi sale a piedi dalla vecchia stazione ferroviaria. Nella direzione opposta, guardando da via Kneza Miloša, il ritmo delle fasce bianche delle facciate e delle finestre riflette il dinamismo di questa importante arteria stradale.
Le lastre di pietra grezza di Kosjerić, di colore rosso scuro, conferiscono un tono distintivo all’intero complesso del Generalštab, rivestendo entrambi i blocchi che scendono a cascata verso via Nemanjina. Questo dinamismo strutturale, in combinazione con la ruvidezza della pietra semilavorata, crea l’effetto di un paesaggio montuoso e carsico.
Lastre di 25×25 cm, unite con giunti bianchi, trasformano la facciata in una griglia modulare, un metodo che Dobrović ha utilizzato durante il periodo trascorso a Dubrovnik, mai però nella variante rossa. La ruvida pietra rossa contrasta con la pietra bianca lavorata di Brač (Brazza), che introduce l’orizzontalità nella composizione e controbilancia l’intensità della massa rossa.
Dobrović non era visto di buon occhio dalla leadership politica jugoslava, ed è probabilmente per questo che il Generalštab è il suo unico progetto realizzato a Belgrado, città in cui ha trascorso gli ultimi ventitré anni della sua vita. Il progetto fu realizzato dopo aver vinto un concorso nel 1953, al quale dieci architetti provenienti da tutta la Jugoslavia presentarono le loro proposte con un codice personale anonimo. Tra i partecipanti c’era anche Jože Plečnik, all’epoca molto famoso in Europa. La giuria, con ogni probabilità, scelse il progetto di Dobrović perché, come sostiene Srđan Jovanović Weiss, rappresentava un modernismo radicale, in contrasto con il neoclassicismo, adottato da Plečnik, che Stalin in precedenza aveva proclamato stile sovietico ufficiale.
Poco dopo la costruzione del Generalštab, si sono sviluppate due interpretazioni della sua forma. Secondo la prima interpretazione, il rapporto dinamico tra volumi e grandi vuoti – o “spazi in movimento”, come li chiamava Dobrović – si richiama alla filosofia di Henri Bergson. Questa spiegazione, profondamente astratta, è stata a lungo oggetto di discussione tra i teorici dell’architettura, che non sono mai riusciti a raggiungere una chiara posizione condivisa.
La seconda lettura, molto più concreta, tende ad associare le cascate in pietra che scendono verso via Nemanjina all’immagine di un canyon. Alcuni vi vedono il canyon della Sutjeska, interpretando il Generalštab come un monumento antifascista, un omaggio alla resistenza e alla vittoria su un nemico più forte.

Generalštab, Belgrado, Serbia © GunesA/Shutterstock
Pur non menzionando mai la Sutjeska nelle sue considerazioni teoriche sul progetto del Generalštab, Dobrović afferma che l’edificio “rispecchia tutte le caratteristiche importanti di una nazione ribelle e coraggiosa”. Per quanto forte risuonasse questo parallelismo nel periodo jugoslavo, divenne un vero e proprio fardello nell’era dell’anticomunismo. Nel suo saggio “Prostor u kretanju” [Spazio in movimento], per il quale ha ricevuto numerosi riconoscimenti, lo storico dell’architettura Vladimir Kulić sottolinea giustamente che “nell’attuale lotta confusa per la ricostruzione di un’identità serba post-socialista, Dobrović è troppo importante per essere scartato”.
Dopo i bombardamenti NATO, il Generalštab ha acquisito una dimensione simbolica nuova e più difficile da elaborare. Gravemente danneggiato, l’edificio assomiglia ad “un uomo disteso che cerca invano di rialzarsi” – una vivida metafora utilizzata da Bogdan Bogdanović per descrivere la Sarajevo assediata.
I segmenti distrutti del Generalštab rievocano il trauma collettivo del passato recente, come se toccassero costantemente una ferita non ancora rimarginata. Da quasi ventisette anni ormai l’immagine della parte demolita del complesso tiene i cittadini serbi sospesi nello spazio di un trauma irrisolto, riportandoli costantemente indietro nel tempo in un passato opprimente.
La demolizione definitiva del Generalštab per fare spazio ad un nuovo complesso alberghiero, cancellando gli strati della complessa e ancora viva storia recente, rappresenterebbe la cinica commercializzazione di un trauma mai superato.
La ricostruzione del Generalštab, tecnicamente fattibile, potrebbe invece – preservando il capolavoro di Dobrović – avere un effetto catartico: attraverso un dibattito pubblico sulla ristrutturazione, verrebbe sollevata la questione del passato traumatico, con la possibilità di liberarsi in parte dal suo fardello, senza cancellare e dimenticare la storia.
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