Serbia, studenti e potere

Ripercorriamo gli episodi più rilevanti sul piano politico e sociale accaduti in Serbia nell’ultimo periodo, come la raccolta di firme per indire elezioni anticipate alle pressioni da parte del potere sulle università

30/01/2026, Danijela Nenadić Belgrado
"Sapere è potere", Belgrado gennaio 2026 - Foto D. Nenadić

“Sapere è potere”, Belgrado gennaio 2026 – Foto D. Nenadić

"Sapere è potere", Belgrado gennaio 2026 - Foto D. Nenadić

Gli ultimi due mesi in Serbia sono stati segnati da una serie di eventi di grande rilevanza sul piano politico.

Prima di tutto, il 28 dicembre, gli studenti hanno lanciato l’iniziativa “Raspiši pobedu” [Chiama alla vittoria] promuovendola in più di cento città in tutta la Serbia.

Stando ai dati diffusi dagli studenti, in un solo giorno sono state raccolte 393.045 firme per chiedere elezioni parlamentari anticipate. Come annunciato in precedenza, l’iniziativa è stata pensata come parte di uno sforzo più ampio per presentare meglio le attività e le richieste degli studenti, stimolando la comunicazione diretta con i cittadini.

L’iniziativa ha registrato un’ampia partecipazione in tutte le città coinvolte, soprattutto a Belgrado e Novi Sad, dove i cittadini hanno sostenuto massicciamente la petizione.

Che la situazione sia seria e che la leadership al potere non abbia ancora una risposta al movimento studentesco, lo conferma il fatto che il giorno della raccolta firme promossa dagli studenti, come anche il giorno successivo, il presidente della Serbia ha fatto il giro delle emittenti filogovernative cercando di convincere i cittadini che “gli studenti sicuramente non hanno raccolto nemmeno il sette percento della cifra di cui parlano”.

Ricorrendo ad una retorica ormai consueta, Vučić ha affermato di sapere esattamente quante persone erano presenti in “ognuna delle 346 città” interessate dall’iniziativa degli studenti. Ha poi precisato che c’erano anche molti sostenitori del suo partito che hanno contrassegnato e strappato moduli distribuiti.

Vučić si è detto contento del fatto che gli studenti “abbiano finalmente deciso di entrare in politica e che stiano chiedendo elezioni, raccogliendo firme e facendo campagna porta a porta”. Il presidente ha confermato che ci saranno elezioni, però ancora non sappiamo quando.

Ćacilend

Gli abitanti della capitale, e di tutta la Serbia, hanno iniziato il nuovo anno senza Ćacilend, un accampamento creato dalla leadership al potere per “proteggere il paese” dai blokaderi [termine spregiativo utilizzato dal regime per indicare studenti e cittadini in protesta].

Nel marzo 2025, alcuni “studenti che volevano tornare in aula” hanno piantato tende nel Pionirski park, di fronte alla sede del parlamento di Belgrado, per poi subito andarsene, lasciando il posto ai sostenitori del regime, i cosiddetti “lealisti”, tra cui anche alcuni criminali condannati.

Nei mesi successivi, le tende si sono moltiplicate, tanto da occupare entrambe le corsie di una delle strade più trafficate della capitale. Anziché radunare studenti desiderosi di tornare in aula, il vero scopo di Ćacilend sin dall’inizio è stato dare prova di potere – un maldestro tentativo del regime di rispondere alle massicce proteste di studenti e cittadini.

Non si è mai riusciti a stabilire con certezza se qualcuno abbia dato preavviso del raduno alle autorità e chi fossero i partecipanti. Così, il centro città è stato trasformato in una fiera vergognosa. Ai cittadini è stato impedito il passaggio, come anche ai giornalisti dei media critici, che non hanno potuto seguire da vicino quanto stava accadendo a Ćacilend.

Il governo non ha mai risposto alle richieste degli abitanti della capitale, che per mesi hanno chiesto la rimozione dell’accampamento illegale.

Solo sotto la pressione dell’opinione pubblica internazionale, soprattutto dopo una visita degli europarlamentari a Belgrado, Vučić ha annunciato che avrebbe chiesto ai sostenitori del governo di rimuovere Ćacilend. Poi, in cerca di una strategia di fuga, ha prima trasformato Ćacilend in un “mercatino di Natale” e qualche giorno dopo le tende sono state finalmente rimosse dalla strada.

Gli abitanti della capitale hanno perlopiù evitato la fiera, dimostrando così di non approvare le azioni dell’élite al potere. Vučić ha affermato che “Ćacilend è stato rimosso perché non c’era più alcun pericolo di un rovesciamento violento del governo e di una rivoluzione colorata”.

Oggi nel Pionirski park si possono ancora vedere alcune tende e qualche “custode del fuoco”. Studenti e cittadini in protesta hanno festeggiato la chiusura di Ćacilend come un’altra piccola vittoria simbolica.

Belgrado, Serbia, durante la raccolta firme degli studenti - Foto D. Nenadić

Belgrado, Serbia, durante la raccolta firme degli studenti – Foto D. Nenadić

Il caso Generalštab

A rallegrare gli oppositori dell’attuale regime è stata anche la notizia del ritiro di Jared Kushner, genero di Donald Trump, dal progetto Generalštab. Nell’area occupata dall’ex sede del ministero della Difesa serbo, a Belgrado, bombardato e gravemente danneggiato durante l’intervento NATO nel 1999, la società di Kushner Afinity Partners aveva pianificato la costruzione di un complesso di lusso.

“Ritiriamo la nostra proposta e per il momento restiamo in disparte, perché i progetti importanti devono unire, non dividere, e per rispetto dei cittadini della Serbia e della città di Belgrado”, ha affermato il portavoce della società di Kushner. Il primo a darne notizia è stato il quotidiano Wall Street Journal.

L’opinione pubblica serba è convinta che Kushner si sia ritirato a causa delle accuse di corruzione contro l’élite politica serba. La Procura speciale per la criminalità organizzata ha presentato un atto d’accusa contro Nikola Selaković, ministro della Cultura, per irregolarità nel processo di revoca dello status di bene culturale al Generalštab.

Il governo non ha preso bene la notizia, accusando gli studenti che hanno bloccato il progetto di voler ostacolare lo sviluppo della Serbia. “Vogliono distruggere e criticare tutto per trarne vantaggi, distruggere la Serbia, lasciarla senza investitori, elettricità, stipendi. Abbiamo perso un ingente investimento di almeno 750 milioni di euro e i danni causati dai blokaderi e dalla procura superano un miliardo e mezzo”, ha dichiarato Vučić.

Dopo aver annunciato di voler sporgere denuncia contro tutti quelli che hanno ostacolato questo investimento, Vučić ha precisato che, qualora si dovesse arrivare ad un atto d’accusa, concederà la grazia a tutti i soggetti coinvolti.

Pressioni sulle istituzioni indipendenti

I tentativi di nominare i componenti di alcuni organismi indipendenti sono andati a vuoto a causa dell’ostruzionismo da parte del governo. Quattro membri indipendenti del Consiglio dell’Organo regolatore dei media elettronici (REM) si sono dimessi per via delle irregolarità nella nomina di un candidato proposto dalle minoranze nazionali. Resta quindi bloccato un organismo indipendente, estremamente importante per la creazione di un panorama dei media professionali in Serbia.

I sostenitori del governo sostengono che quattro membri del Consiglio REM si siano dimessi perché non sono riusciti a “controllare la REM e vietare il lavoro di Informer”, il principale tabloid della propaganda del regime.

È ancora in corso anche il processo di nomina dei membri dell’Alto consiglio della procura. Dopo la nomina di alcuni procuratori che, come si vocifera, non sono vicini al Partito progressista serbo (SNS), sono stati presentati ricorsi alla Corte Costituzionale per valutare la legittimità del processo di nomina. La Corte ha accolto i ricorsi in tempi record, ordinando la ripetizione della procedura.

Va sottolineato che la Corte costituzionale non si è ancora pronunciata sul ricorso presentato dall’opposizione riguardo alle irregolarità registrate durante le elezioni comunali a Belgrado del 2023.

Dopo la decisione della Corte costituzionale nel caso dell’Alto consiglio della procura, cinque procuratori che facevano parte della Commissione di selezione hanno rassegnato le dimissioni, bloccando così il processo di nomina dei componenti del consiglio.

Proseguono anche le pressioni sull’università. Ad essere presi di mira sono soprattutto quei professori che hanno deciso di sostenere la protesta degli studenti. Jelena Kleut, docente della Facoltà di Filosofia di Novi Sad, ha perso il lavoro a causa di procedure e norme amministrative applicate in modo del tutto arbitrario Anche il segretario della Facoltà di Medicina di Belgrado è stato licenziato. I presidi delle scuole primarie di Omoljica (Vojvodina) e Lazarevac (Belgrado) sono stati rimossi dai loro incarichi per aver sostenuto le proteste studentesche e gli scioperi nelle scuole.

Abbiamo nuovamente assistito a scene di brutalità della polizia a Novi Sad. Dopo che il plenum degli studenti della Facoltà di Filosofia ha deciso di bloccare l’ateneo a sostegno della professoressa Kleut, il decano Milivoj Alanović ha chiamato la polizia, che ha allontanato con la forza gli studenti dalla sede della facoltà.

Questa è la seconda volta che Alanović invia la polizia contro i suoi studenti. Per alcuni membri della comunità accademica si tratta di una “violazione dell’autonomia dell’università”.

Secondo la normativa vigente, il decano può far entrare la polizia nella facoltà solo se la sicurezza è minacciata. Ad oggi tutti i blocchi organizzati dagli studenti sono stati pacifici.

A suscitare sconcerto nell’opinione pubblica serba è stata anche la proiezione del film “Presedan” [Un precedente] di Tamara Aćimović, che dimostra la brutalità della polizia il 14 agosto 2025 a Valjevo. Le scene in cui gli agenti picchiano i manifestanti che giacciono a terra senza opporre resistenza resteranno come testimonianza perché un domani si possano accertare le responsabilità di questo e altri casi analoghi.

Alla fine di gennaio a Belgrado gli studenti hanno organizzato un altro grande raduno dedicato a San Sava, considerato fondatore dell’istruzione in Serbia. Con lo slogan “La conoscenza è potere”, gli studenti hanno sottolineato che l’istruzione è l’unico modo per salvare la società.