Semper Idem di Đorđe Lebović, o sugli artigiani del male

Nella Giornata della Memoria Božidar Stanišić ci conduce tra le pagine di “Semper Idem”, romanzo-testamento del drammaturgo e scrittore serbo Đorđe Lebović, sopravvissuto a tre campi di concentramento durante la Seconda guerra mondiale

27/01/2026, Božidar Stanišić
Arresto degli ebrei di Sobor, Serbia, aprile 1944 (Archivio Ravnoplov)

Arresto degli ebrei di Sobor, Serbia, aprile 1944 (Archivio Ravnoplov)

Arresto degli ebrei di Sobor, Serbia, aprile 1944 (Archivio Ravnoplov)

Semper idem di Đorđe Lebović, uscito per i tipi dell’editore Laguna di Belgrado, ha avuto ben venti ristampe in Serbia. Sembra quindi che ci siano ancora lettori che non ritengono “spaventoso” il numero di pagine (535) e non rimpiangono il tempo “speso” immergendosi nei libri che si leggono d’un fiato. Ad oggi Semper Idem è stato tradotto soltanto in ungherese ed ebraico.

Un incontro

Alla fine di gennaio del 1942, un invito avrebbe potuto cambiare il destino del quattordicenne Ɖorđe Lebović e trasformarlo in una delle numerose vittime ebree e serbe del pogrom di Novi Sad. Così non avremmo mai avuto l’occasione di leggere Semper idem, una storia sostanzialmente documentaria, seppur romanzata, sulla famiglia di Lebović, originaria di Sombor, e sul destino degli ebrei della Bačka. La sua ultima opera è rimasta incompiuta. La morte è stata più veloce dei desideri dello scrittore.

Quel lontano giorno di gennaio, il giovane Ɖorđe incontrò Magdalena Has, di otto anni più grande di lui, che lo invitò ad accompagnarla a casa di sua zia, a Novi Sad. Confuso dall’invito della ragazza, di cui era segretamente innamorato, cercò di convincerla che sarebbe stato pericoloso percorrere le strade della Bačka, controllate dalla gendarmeria e dall’esercito ungheresi.

Đorđe Lebović e Zlata Lebović Jakovljević - (Foto archivio Simić)

Đorđe Lebović e Zlata Lebović Jakovljević – (Foto archivio Simić)

“Non riesco a distoglierne lo sguardo, la sento ridere e la osservo mentre si allontana lungo via Apatinska. La guardo per l’ultima volta – pensai in quell’istante – non la vedrò mai più!”.

Sin da ragazzo Lebović tenne un diario – durante la guerra ribattezzato in Diario di guerra – in cui il 24 gennaio 1942 scrisse: “Pogrom a Novi Sad sospeso, presumibilmente per ordine dell’autorità suprema di Budapest. Esercito ritirato. Abbiamo appreso da fonti attendibili che circa duemila serbi ed ebrei sono stati gettati nel Danubio, sotto il ghiaccio”.

Tra le vittime di quel pogrom – a cui Eduard Kiš, padre dello scrittore Danilo Kiš, sopravvisse per puro caso – c’era anche Magdalena Has, finita sotto il ghiaccio del Danubio. Anche Eduard fu spinto sull’orlo della morte, però proprio in quel momento i servi del Male si resero conto di non poter più gestire così tanti cadaveri. Il buco scavato nel ghiaccio si rivelò troppo piccolo. Il fiume, il ghiaccio, il freddo… alla fine i servi del Male furono costretti a riconoscere i limiti delle proprie capacità fisiche.

Tre lager

Ɖorđe Lebović è sopravvissuto all’inferno di tre campi di concentramento. Aveva quindici anni quando, alla fine di aprile del 1944, fu deportato ad Auschwitz insieme a sua madre e alcuni parenti. (In precedenza suo padre era stato trasferito sul fronte orientale, come utile schiavo ebreo, da dove non fece mai ritorno). Per chi volesse approfondire la storia degli ebrei di Sombor, consiglio un libro di Milenko Beljanski.

Per non dare nell’occhio, le autorità naziste ungheresi arrestarono gli ebrei di Sombor per diversi giorni: milleduecento persone furono deportate nei campi di sterminio, di queste novecentocinquanta vi persero la vita. Lebović fu internato anche a Sachsenhausen e a Mauthausen. Sopravvisse grazie alla coraggiosa decisione di chiedere di essere trasferito, insieme all’amico Bela Kovač, dal campo per ragazzi al campo di lavoro.

A giocare a suo favore fu la sua conoscenza della lingua ungherese e di quella tedesca, ma anche l’umorismo. “I nazisti non potevano portarcelo via. Bela e io lo sapevamo e godevamo dell’illusione della nostra superiorità, eravamo convinti che saremmo sopravvissuti e che alla fine dello spettacolo dell’orrore avremmo fischiato i nazisti”.

Ritorno a Sombor

Rientrato nella sua città natale, Lebović venne a sapere che nessuno dei quaranta membri della sua famiglia era sopravvissuto. Nemmeno suo nonno Adolf, come racconta alla fine del romanzo Semper idem, era riuscito a superare in astuzia i servi del Male. “Trovai degli sconosciuti nella casa di mio nonno. Mi dissero che era stato ucciso. Ad assassinarlo furono i gendarmi ungheresi, dieci giorni dopo che l’ultimo ebreo di Sombor era stato portato in un viaggio senza ritorno […]. Quel giorno d’estate, su una panchina abbandonata a Sombor, singhiozzai forte come un bambino. Mi resi conto che tutto era distrutto, che ero uscito dall’inferno, ma che lo avrei sempre portato dentro di me”.

Dal paradiso dell’infanzia alla guerra e all’inferno

Affresco del terzo decennio del Novecento, degli anni immediatamente precedenti al secondo conflitto mondiale, poi dei giorni della guerra e del ritorno dello scrittore dai campi di concentramento, Semper idem – cronaca di un’infanzia è una di quelle storie di vita romanzate su persone che portano il peso della Storia e dei dilemmi sul Male e sull’Assurdo, ma sopportano quel peso con tenacia, nonostante tutto. (Quindi anche nonostante il revisionismo, la negazione dell’Olocausto e l’antisemitismo contemporaneo.)

Strutturalmente ben elaborato, Semper idem è suddiviso in quattro parti (Dal paradiso all’inferno, La crescita, Le profezie, Il crollo), ciascuna composta da diversi capitoli (quindici in totale). L’autore non segue mai una rigida cronologia narrativa. Il tempo nel romanzo di Lebović è un vero e proprio riflesso della durée di Bergson, ossia di quel tempo misurato con l’orologio interno dell’anima e della ragione. Ogni racconto contiene una sorta di riassunto semantico basato sul quel diario che l’autore ha tenuto sin da giovanissimo. Se non ci fosse quella nota sul “romanzo incompiuto”, credo che non sarei l’unico a cogliere la compiutezza narrativa della cronaca delle famiglie Lebović e Zajdner (nome da nubile della madre dello scrittore).

Entrambe le famiglie appartenevano al movimento dei neologi, favorevole all’idea di modernizzare l’ebraismo. Osservavano le festività ebraiche, però mangiavano i cosiddetti cibi impuri. Ɖorđe frequentava una scuola mista e aveva amici non ebrei. Andava alla sinagoga con la sua famiglia, senza però rinunciare ad accompagnare la nonna Laura, di origine tedesca, alla chiesa evangelica, che recava l’iscrizione latina SEMPER IDEM. Sua nonna cercò, a modo suo, di spiegargli quelle parole, affermando che il male non dormiva mai. Đorđe amava tutti i riti religiosi (frequentava le chiese ortodosse e cattoliche con i suoi amici), però, come affermato da lui stesso, non ha mai sviluppato una dipendenza dalla religione.

A sconvolgere la vita del ragazzo fu il divorzio dei suoi genitori, ma sua madre e suo padre non gli mancarono mai l’amore. Si trasferì a Zagabria con la madre, rimanendo però legato a Sombor e ai parenti sia paterni che materni. La sua vita fu idilliaca fino all’ascesa al potere dei fascisti in Germania nel 1933. Poi la prima ondata di antisemitismo colpì gli ebrei nel nord della Bačka. Subirono minacce da parte di tedeschi, ungheresi e croati. Un giorno, Lebović fu costretto da un gruppo di “piccoli crucchi” ad entrare in una cantina abbandonata che gli abitanti di Sombor chiamavano “Inferno”. Legato ad un palo, picchiato, minacciato dai bulli pronti a tagliargli quel suo naso “da ebreo”, prima dell’orrore dei tre lager, Lebović visse quella prima esperienza terrificante, un preludio al vero inferno. A salvarlo fu “un serbo baffuto”, che fino a quel momento gli stava antipatico.

Interessante è la galleria di personaggi della cronaca (familiare) dell’infanzia di Lebović, da cui emerge un complesso mosaico di sguardi sulla storia in sincronia e diacronia in una comunità ebraica come quella di Sombor. Sguardi che si riflettono in particolare nei dialoghi (Lebović è un maestro dei dialoghi, con una lunga esperienza come autore di sceneggiature teatrali e cinematografiche). Gli ebrei di diverse opinioni, religiose e laiche, sulla Storia e sul Male, con le loro discussioni, hanno conferito al romanzo la dimensione di trattato un filosofico e teologico.

Particolarmente curioso è il personaggio del patrigno di Lebović, Andrija Knjigašuma (così lo scrittore ha tradotto in serbo-croato il vero cognome, Buchwald, del secondo marito di sua madre), dal cui perenne ozio (non lavorava mai), come se fosse stato uno studente di Montaigne, scaturirono riflessioni interessanti sul senso dell’esistenza.

Gli angeli non scenderanno dal cielo

Alcuni lettori avranno pensato: “Si parla così poco dei campi di concentramento in Semper idem!”. Sui lager si può scoprire molto leggendo la raccolta di racconti Anđeli neće sići sa neba [Gli angeli non scenderanno dal cielo]. Una raccolta che sembra essere stata scritta non con l’inchiostro, ma con una penna fatta di segatura ricavata dal pavimento dei carri merci, con fili delle recinzioni dei campi di sterminio, con le posate degli internati, con la fame stessa, ma anche con quella speranza che può nutrire solo un giovane immaturo e desideroso di vivere, nonostante tutto.

In rete si possono trovare alcune interviste interessanti con Lebović. Anche ricordi di lui. Lebović raccontò alla moglie Zlata la propria esperienza dei campi di concentramento. Nelle dichiarazioni rilasciate ai giornali, dopo la morte del marito, Zlata ha rievocato in modo suggestivo le parole del marito, quelle sull’accoglienza, sorprendentemente gentile, all’ingresso di Auschwitz, sullo “smistamento senza rumore e isteria (a sinistra e a destra)”, sulle vittime e sui carnefici che insieme “funzionano come una squadra ben coordinata”, su quel giorno in cui non c’era tempo di accomiatarsi, “smistati in gruppi diversi” potevano solo cercare i volti cari durante la procedura sulla rampa del campo, mentre “gli ufficiali gentili” facevano il loro lavoro.

“Ero solo un ragazzo, ma in quel momento, in un certo senso, sono diventato un adulto”. Dal cancello, furono portati “alla sauna, direttamente in bagno, ad Auschwitz II. Lì vidi mia madre per l’ultima volta. Mi fermai, pietrificato, e mia madre mi salutò con la mano. Molto tempo dopo, ho sentito due versioni della sua morte, secondo una si sarebbe suicidata, secondo l’altra sarebbe morta per sfinimento. Il risultato è stato lo stesso: non è più tra noi”.

Lo spettacolo Semper idem, per la regia di Gorčin Stojanović, va in scena al Teatro Nazionale di Sombor da sei anni. Evidentemente ci sono ancora spettatori che riescono a stare seduti a teatro per sei ore. Io non l’ho ancora visto.

Invece di un epilogo

Gaza, due anni di massacri di civili e distruzione dell’intera regione. Cosa direbbe Lebović? Lo sappiamo tutti: i morti tacciono e noi vivi possiamo solo tirare a indovinare su come i morti, se dovessero resuscitare, reagirebbero al mondo che ci circonda. Ci aiutano le testimonianze scritte e orali di quelli che non ci sono più. Danilo Kiš conclude il suo libro Peščanik [Clessidra] con una lettera di suo padre, e quella lettera si conclude con un’affermazione talmudica secondo cui è meglio essere vittima che carnefice.

Lebović è stato una vittima. Non credo che chi è stato vittima in un momento della propria vita possa distanziarsi dalle vittime di oggi. Chissà, forse direbbe qualcosa di simile a quella condanna che Marina Cvetaeva nei suoi versi aveva rivolto alla Germania, dopo l’ingresso delle truppe del Terzo Reich a Praga nel 1938: “Brucerai, Germania, compiendo follie!”.

Amava la Germania. Lei, Cvetaeva.

Đorđe Lebović (Sombor, 1928 – Belgrado, 2004), dopo il ritorno dai campi di concentramento, terminò gli studi liceali a Sombor, poi nel 1951 si laureò in filosofia all’Università di Belgrado. Durante gli studi, lavorò come operaio, traduttore e reporter radiofonico, successivamente anche come giornalista di Radio Novi Sad e curatore del Museo d’Arte Teatrale a Belgrado. Nel 1960 venne nominato direttore del Padiglione Espositivo e nel 1979 direttore del Teatro Drammatico di Belgrado. Nel 1981 andò in pensione anticipata per via di un’invalidità. Fu membro del Comitato Europeo “Auschwitz”, insignito dell’Ordine del governo polacco per il suo contributo alle pace. Deluso dagli appelli alla difesa del suolo e del sangue in Jugoslavia, nel 1992 si trasferì in Israele con la sua famiglia. Ritornò a Belgrado otto anni dopo, continuando a scrivere Semper idem fino alla fine dei suoi giorni

Lebović esordì sulla prestigiosa rivista Delo nel 1955 con il racconto O ljudima u paklu i paklu u ljudima [Sulle persone all’inferno e sull’inferno nelle persone] e la novella Život je ponekad visok [Talvolta la vita è alta]. Nebeski odred [La squadra celeste], la prima parte della sua trilogia drammatica sull’esperienza dei campi di concentramento, scritta in collaborazione con Aleksandar Obrenović, da molti è considerata uno spartiacque che segna l’inizio della drammaturgia serba moderna. A Novi Sad, il dramma vinse il premio “Sterija”, il riconoscimento più importante di teatro in Jugoslavia. La seconda parte della trilogia, intitolata Haleluja [Alleluia] andò in scena per la prima volta a Varsavia nel 1965. La terza parte, Viktorija (1968), vinse un premio speciale nell’ambito del festival “Sterijino pozorje”.

Tra le numerose opere drammatiche di Lebović spiccano anche Dolnja zemlja [La terra della valle], Sentandrejska rapsodija [La rapsodia a Szentendre] e Ravangrad [altro nome di Sombor], messe in scena in Polonia, Cecoslovacchia, Germania, Ungheria, Romania, Israele, Russia, Danimarca.

È autore di numerosi drammi e serie radiofoniche e televisive, ma anche di sceneggiature per lungometraggi, tra cui Most [Il ponte], Valter brani Sarajevo [Valter difende Sarajevo] e Konvoj za El Šat [Il convoglio per El Shatt]. Nove racconti sulla vita nei campi di concentramento e un saggio sull’antisemitismo e il nazismo sono stati pubblicati postumi all’interno della raccolta Gli angeli non scenderanno dal cielo (2021).