Sarajevo, i giovani in piazza

Un incidente in cui un vecchio tram è deragliato, travolgendo un gruppo di giovani, ha spinto gli studenti di Sarajevo a scendere in piazza. Una mobilitazione che potrebbe determinare il futuro di una generazione cresciuta tra i traumi della guerra e le ingiustizie sociali della transizione

18/02/2026, Edin Krehić Sarajevo
"Non hanno ceduto i freni ha ceduto lo Stato" manifestazioni di giovani a Sarajevo, febbraio 2026 - Foto E. Krehić

“Non hanno ceduto i freni ha ceduto lo Stato” manifestazioni di giovani a Sarajevo, febbraio 2026 – Foto E. Krehić

"Non hanno ceduto i freni ha ceduto lo Stato" manifestazioni di giovani a Sarajevo, febbraio 2026 - Foto E. Krehić

“Che tipo di persone sono i bosniaci? […] Nel loro ozio si ispirano all’Oriente, nella vita comoda all’Occidente; non hanno mai fretta, perché è la vita stessa a scorrere veloce, non si preoccupano del domani, ciò che deve accadere accadrà […] sono indifferenti di fronte a quanto sta succedendo intorno a loro, poi di colpo iniziano a preoccuparsi di tutto, fanno un gran casino, poi si addormentano nuovamente, e non vogliono ricordare nulla di quanto accaduto”.

(Meša Selimović)

Un vecchio tram, che ha viaggiato per decenni sugli stessi binari, è deragliato, travolgendo un gruppo di giovani che aspettavano ad una fermata. Un ragazzo di ventitré anni è morto, una ragazza ancora più giovane ha perso una gamba e altri giovani sono rimasti feriti.

Questo incidente lascia un segno profondo su una città già ferita. Il tram non è semplicemente uscito dai binari, è il simbolo di un sistema che da decenni viene mantenuto in vita grazie a improvvisazioni, compromessi politici e negligenza di chi non tutela l’interesse pubblico.

L’incidente è avvenuto a Sarajevo, la capitale della Bosnia Erzegovina, sopravvissuta ad un brutale assedio tra il 1992 e il 1995, a granate, colpi di cecchini, fame e oscurità. Oggi, Sarajevo sembra impigliata nella sua stessa negligenza postbellica, a cui, paradossalmente, ha iniziato a rimediare solo di recente.

Un fiume di giovani in protesta

La rabbia è divampata rapidamente, soprattutto tra i giovani. Migliaia di studenti, in un corteo infinito, sono scesi in piazza per protestare. Chiedono giustizia e non si tirano indietro.

“Niente ci può fermare”, afferma Samir Hrnjica, 28 anni, uno degli organizzatori delle proteste.

Megafono in mano, si rivolge ai presenti, spiegando che gli studenti di Sarajevo hanno ricevuto il sostegno dai loro colleghi che in Serbia lottano contro un regime responsabile del crollo della tettoia di Novi Sad, in cui sono morte sedici persone.

“Pumpaj” [Pompa], gridano i giovani di Sarajevo, ricambiando così il sostegno ricevuto dagli studenti di Belgrado e di altre aree della vicina Serbia, dove questo grido è sinonimo di proteste.

Vi è però una differenza evidente: in Serbia gli studenti accusano il governo di aver mandato contro di loro hooligan incappucciati e forze dell’ordine. A Sarajevo, invece, non ci sono disordini e scontri violenti.

“Vogliamo protestare in modo pacifico per cambiare il sistema, una rivoluzione per cambiare l’intero paese”, spiega Samir Hrnjica. “La responsabilità non grava sui singoli individui, è colpa del sistema”.

Hrnjica legge le richieste immediate degli studenti: la pubblicazione di tutte le informazioni sulle indagini in corso, compresi i dati sulla manutenzione del tram e le video registrazioni del veicolo al momento dell’incidente; il ritiro di tutti i vecchi tram fino alla loro nuova manutenzione, con l’obbligo di rendere disponibili ai cittadini tutte le informazioni pertinenti; le dimissioni di tutti i responsabili, la sicurezza del trasporto pubblico e la sospensione totale della privatizzazione del trasporto pubblico urbano.

Il primo tram elettrico a Sarajevo fu introdotto il primo maggio 1895, sostituendo il precedente tram a cavalli. Quindi, quasi due anni prima di quello di Vienna (28 gennaio 1897). I tram furono prodotti dall’azienda Siemens-Sohukert e furono i primi ad essere realizzati nei suoi stabilimenti. Il veicolo poteva ospitare ventiquattro passeggeri, con carrozze separate per fumatori e non fumatori.

Il grido dei giovani

Sono passati più di centotrenta anni da allora. Ora…

Ogni giorno un corteo infinito di giovani attraversa le vie del centro città per denunciare la situazione in cui versa una società dove le élite politiche, dalla fine della guerra nel 1995, hanno sempre seguito gli interessi personali, senza una chiara visione del futuro.

“Sarajevo piange nuovamente la sua gioventù!”, afferma Alen Alić, un giovane attivista che partecipa regolarmente alla lettura dei nomi dei bambini uccisi a Gaza ogni martedì sera nel centro storico di Sarajevo.

Alen sottolinea che Sarajevo è ormai abituata a seppellire i suoi giovani.

“I responsabili la fanno franca con pene minime, le leggi rimangono invariate e i giovani uccisi diventano solo statistiche”, denuncia l’attivista. “Oggi però a Sarajevo sta accadendo qualcosa di diverso. Da giorni ormai gli studenti bloccano le principali strade della capitale della Bosnia Erzegovina. Lo fanno in modo dignitoso, pacifico e non violento, ma con grande tenacia, reagendo alle ingiustizie. A Sarajevo non si è mai vista una mobilitazione così ampia che non accenna a placarsi”.

Alen si sente orgoglioso perché “questa generazione di giovani non chiede autorizzazioni, non accetta ultimatum”.

Da tempo ormai i cittadini di Sarajevo e di tutta la Bosnia Erzegovina sono terrorizzati perché “il sistema li sta uccidendo ad ogni passo, impunemente”.

“La paura è la moneta più pericolosa del nostro tempo. Dobbiamo liberarcene, come sta accadendo oggi a Sarajevo, grazie ai giovani”.

Molti cittadini si sono uniti agli studenti in protesta.

Senadin Musabegović, teorico della cultura e professore all’Università di Sarajevo, spiega che il fratello del ragazzo travolto dal tram è uno degli studenti più brillanti della Facoltà di Filosofia, mentre la vittima era un eccellente studente dell’Accademia di Belle Arti e aveva molti interessi. Musabegović insegna in entrambe le facoltà.

“Cosa può dire una persona ragionevole e razionale quando qualcuno con un tale potenziale scompare da questo mondo?”, chiede Musabegović.

In situazioni come questa ci mancano le parole.

Sarajevo, proteste dopo la tragedia del tram, Febbraio 2026 - Foto E. Krehić

Sarajevo, proteste dopo la tragedia del tram, Febbraio 2026 – Foto E. Krehić

Per anni, i giovani in Bosnia Erzegovina sono stati accusati di apatia, di essere passivi, di voler solo andare in Occidente, di non interessarsi alla politica. Questo incidente ha dimostrato il contrario. Sono scesi in piazza in massa, compresi gli studenti delle scuole superiori, chiedendo responsabilità, ma anche qualcosa di più. Un cambiamento sostanziale. Al di là delle dimissioni, è necessario porre fine alla negligenza che si protrae ormai da troppo tempo.

Le prime dimissioni sono arrivate rapidamente, cosa per nulla scontata in Bosnia Erzegovina e dei Balcani, dove incendi mortali, frane e tragedie sulle strade di solito passano senza responsabilità politica e dimissioni.

Nihad Uk, primo ministro del cantone di Sarajevo, si è dimesso, facendo cadere l’intero governo cantonale.

“I giovani hanno alzato la voce contro il governo che guido. Oggi mi dimetto da primo ministro del cantone di Sarajevo”, ha scritto Uk. “Tutti noi in Bosnia Erzegovina, così come nei paesi vicini, staremmo meglio, ne sono convinto, se ascoltassimo umilmente la voce dei giovani che sono scesi in piazza”.

Uk ha inviato anche un messaggio all’opposizione, sottolineando che la recente tragedia non deve essere un’occasione per litigi, falsità e manipolazioni.

“Da primo ministro di questo governo, voglio dire ai cittadini di tutta la Bosnia Erzegovina che hanno il potere di innescare cambiamenti e che noi li ascoltiamo. Mi assumo la responsabilità, non mi sottraggo, ed è per questo che continuerò a fare il mio lavoro fino alla nomina di un nuovo primo ministro del cantone di Sarajevo”, ha concluso il premier dimissionario.

Dito puntato contro il sistema

A rassegnare è le dimissioni è stato anche Senad Mujagić, direttore della GRAS, azienda pubblica per i trasporti urbani che comprende tram, filobus, autobus, furgoni e quindi la linfa vitale del trasporto pubblico.

“Non sto scappando, sono qui”, ha assicurato Mujagić. “I miei figli leggono i titoli dei giornali: ‘Dov’è?’, ‘Si sta nascondendo’…”.

Alla domanda se si sentisse responsabile, ha risposto: “Certamente, sono il direttore dell’azienda il cui veicolo ha investito e ucciso un ragazzo”.

Mujagić ha affermato di essere a disposizione dei procuratori nell’ambito delle indagini avviate.

Con le dimissioni del primo ministro Nihad Uk, come ha fatto notare il ministro dei Trasporti Adnan Šteta, è caduto il governo cantonale.

“Vogliamo che si faccia chiarezza sulla vicenda e che i responsabili siano chiamati a risponderne”, ha affermato Šteta.

I giovani hanno risposto ribadendo che la responsabilità non va attribuita ai singoli individui, bensì ad un sistema in cui da anni si ripete che i veicoli sono obsoleti, che le gare d’appalto sono truccate, che gli errori vengono insabbiati. Un sistema in cui qualcuno deve morire in un incidente perché qualcosa si muova.

A unirsi alle proteste è stato anche Muriz Memić, padre di Dženan Memić, il cui caso dieci anni fa è diventato un simbolo della lotta contro il silenzio delle istituzionale. La sua presenza alle proteste è un promemoria, ci ricorda che in Bosnia Erzegovina le tragedie spesso si trasformano in lunghe battaglie con le istituzioni.

“Sono sceso in piazza per sostenere questi giovani”, afferma Memić. “È importante che i giovani si siano svegliati. Hanno già avuto successo, il governo si è dimesso. Io mi batto da dieci anni, denuncio lo stato della magistratura, della polizia, del sistema giudiziario”.

Parlando della morte di suo figlio, Memić spiega di sentirsi ingannato dalla procura.

“Tutto deve cambiare radicalmente, a partire dalla magistratura”, sottolinea Memić. “Se la magistratura non è efficiente, non funziona nemmeno lo stato. La legge deve essere uguale per tutti. Abbiamo buone leggi, ma non vengono applicate”.

La negligenza in tempo di pace

In una città, come Sarajevo, sopravvissuta alla guerra, è paradossale che la negligenza in tempo di pace possa uccidere.

Quanto sta accadendo a Sarajevo ha un significato più ampio. In un paese in cui la fuga dei giovani è diventata quasi una costante demografica, la loro massiccia presenza in piazza trasmette un messaggio diverso: i giovani non sono indifferenti, credono che la tendenza possa ancora essere invertita.

Gli striscioni che sventolano sono un messaggio chiaro per tutte le autorità, ma anche per gli altri cittadini: “Prima i tram, poi i veicoli ufficiali”.

Solo di recente è iniziato l’acquisto di nuovi veicoli per il trasporto pubblico, mentre per anni sono state stanziate somme ingenti per costose limousine guidate dai funzionari.

“Il tram non è la causa, è la conseguenza”, recita uno striscione illustrando vividamente il periodo di corruzione e nepotismo del dopoguerra.

“La negligenza uccide gli innocenti”, così i giovani denunciano l’atteggiamento dell’élite al potere nei confronti dei cittadini.

I giovani hanno rivolto un messaggio anche alla popolazione: “Il silenzio è complicità!”.

In questo contesto, si inseriscono le parole di Meša Selimović, che ha definito i bosniaci come persone che per molto tempo restano indifferenti, “poi di colpo iniziano a preoccuparsi di tutto, fanno un gran casino, poi si addormentano nuovamente”.

L’essenza della protesta

Sarajevo è oggi arrivata al punto in cui i cittadini “si preoccupano di tutto”.

Queste proteste sono la reazione ad una tragedia, ma anche la voce di una generazione che non vuole essere la prossima statistica della cronaca nera in un sistema che funziona per inerzia da troppo tempo.

I giovani in piazza affermano chiaramente: non basta che qualcuno se ne vada. Chiedono un cambiamento nel modo in cui vengono gestiti i beni pubblici, nel modo in cui vengono spesi i soldi, nel modo in cui vengono assunte le responsabilità.

I giovani che protestano nelle strade di Sarajevo affermano di non essere individui isolati. Se si addormenteranno di nuovo dopo questa mobilitazione o se questa volta resteranno svegli è una domanda che potrebbe determinare il futuro di una generazione cresciuta tra i traumi di guerra vissuta dai loro genitori e le ingiustizie sociali di una transizione che continua a segnare la loro quotidianità.

Il tram è uscito dai binari. La domanda è se la società riuscirà a rimettersi sul giusto binario.